ANNA FRESA

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Anna Fresa è un’instancabile globetrotter che è riuscita a declinare questa sua vocazione nell’attività professionale divisa tra Napoli, la sua città, e Parigi, dove attualmente ha una dépendance del suo studio. Architetta in un  paese dove si fa ancora molta fatica a legittimare le donne nella maggioranza delle professioni

Parlare di Anna significa parlare di sorellanza.

Conosco Anna da venticinque anni, o forse ventisei….ho perso il conto. E con lei ho chiacchierato e scritto di architettura e letteratura, arte e vita, quando ancora si scrivevano le lettere con i francobolli e il nostro carteggio volava tra Napoli e Torino con una sorprendente velocità e quantità di missive.

Non le mail, men che meno gli sms!!

I nostri disordinatissimi archivi sono pieni delle nostre voci, dei pensieri ‘spalmati’ su metri e metri di veline rosa e azzurre. Ma anche di fogli bianchi pieni degli schizzi dei nostri primi lavori, dei progetti che mettevamo in atto agli esordi della nostra carriera professionale.

Straordinarie velleità, prototipi di oggetti, progetti di iniziative culturali talvolta complesse.

Utopie. La linfa della Bellezza.

Abbiamo percorso strade parallele, sempre molto vicine, che non si sono mai congiunte, nel rispetto e nell’amore delle reciproche scelte.

Anna è un’instancabile globetrotter che è riuscita a declinare questa sua vocazione nell’attività professionale divisa tra Napoli, la sua città, e Parigi, dove attualmente ha una dépendance del suo studio.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Sono stata incoraggiata dalla mia famiglia a studiare e a frequentare l’Università che, più che una scelta, è stata la naturale conseguenza di un’appartenenza sociale alla media borghesia napoletana. Per quanto riguarda la mia passione per l’architettura è stata sicuramente influenzata da una tradizione familiare di costruttori ed ingegneri, ma soprattutto determinata dal mio interesse verso l’arte e la creatività in generale.

Architetto o architetta?

Questa, come la domanda lascia intuire, non è una mera questione lessicale. Quando ho lavorato a Barcellona ero arquitecta e non arquitecto, ma si sa la Spagna da questo punto di vista è più evoluta di noi. In Italia sono architetto, spesso anche “signora”, visto che nel nostro paese si fa ancora molta fatica a leggittimare le donne nella maggioranza delle professioni. D’altronde il fenomeno delle donne architetto è piuttosto recente, basti pensare che, dalla sua istituzione negli anni ‘30, nell’Albo dell’Ordine degli Architetti di Napoli per ben trent’anni è stata iscritta come donna la sola Stefania Filo Speziale, grande professionista, purtroppo dimenticata, a favore di suoi ben più mediocri contemporanei!

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Riformulerei la domanda aggiungendo un elemento sostanziale: cosa significa fare architettura oggi in Italia? Significa fare una grande fatica! Ci sono troppi professionisti, poche opportunità e, soprattutto, nessuna regola. Personalmente sono stata piuttosto fortunata perché posso fare Architettura, che per me è soprattutto immaginare e costruire spazi dove mi riconosco e dove gli altri si possano riconoscere.

Ma è arduo.

A chi ti ispiri?

Difficile dirlo.

Ho studiato e guardato molta architettura ma ciò che mi ispira di più è l’arte, in quanto contiene concetti spaziali e formali assolutamente puri. Tra gli architetti ho amato molto ed amo Giò Ponti e Rudolph Schindler; tra i contemporanei mi piacciono tante cose ma non ho riferimenti precisi.

E cos’è per te la bellezza?

Non so assolutamente definire cosa sia la bellezza per me. Prendo perciò a prestito, in senso lato, il concetto vitruviano di venustas che trovo sempre valido e condivisibile. La bellezza è quel sentimento, a volte diffuso a volte no, che permette alla creazione umana, o naturale, di sopravvivere alla furia del Tempo. Perciò nel caso dell’architettura è assolutamente necessaria, sebbene – in un’epoca contraddistinta dal non valore della durevolezza – diventa sempre più rara.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Questo è per me un campo piuttosto minato perché per affermare una differenza di sensibilità, che non sia banale, bisogna avere una grande consapevolezza del proprio agire nel mondo da donna. Perciò credo che non si possa generalizzare e che ritrovare piuttosto una diversa identità nelle donne in architettura sia una prerogativa di quelle che hanno fatto un percorso di presa di coscienza forte. Nel caso delle donne, infatti, non parlerei di sensibilità ma appunto di identità, e cioè di un diverso sistema di valori che poggia le basi su di una diversa relazione con il mondo che non è di conflitto ma di ascolto e, pertanto, l’architettura è l’affermazione dell’essere in divenire e non dell’ego.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Affermarsi è difficile per le donne in assoluto e, per affermarsi come architetto, molte donne della mia generazione hanno vissuto un momento di mimesi con il maschile, necessario per essere accettate. Questo fenomeno sta cambiando perché le donne stesse stanno verificando, sulla propria pelle, che mimetizzarsi è solo uno dei modi per essere schiacciate dalla cultura maschile egemone. Affermarsi come entità autonoma e non in quanto relazionate al maschile, è la scommessa del futuro. Ma ci vorranno tantissimi anni. Purtroppo dagli anni ‘60 in poi siamo state sconfitte in molte delle nostre battaglie culturali e mi sembra che siamo tornate nell’ombra di una complementarietà condita da una millantata e, tra l’altro, non richiesta “parità”.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Non mi vengono in mente episodi particolari, ma sento ogni giorno il peso di una diffidenza sociale che è come una zavorra nella professione. Sono certa che senza questo peso sarei andata molto più lontano.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

L’attività professionale che preferisco è quella legata alla progettazione delle ville unifamiliari. Amo molto questi progetti che sono per me il risultato di un vero e proprio transfert tra architetto e cliente. 8_bc_villa_arch_dsc61039_bc_villa_arch_dsc6111

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Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Bisognerebbe parlare della situazione delle donne in Italia più in generale, poi delle donne professioniste e quindi delle donne architetto. Il problema vero è che il mondo non si fida delle donne in quanto atavicamente inferiorizzate e ancora lontane dall’affermazione di una propria espressione post logos maschile. Quindi vincere professionalmente una diffidenza culturale aggiunge un handicap ad una professione già di per sé complessa in quanto legata, come tutte le professioni liberali, ad un profondo rapporto di comunicazione e fiducia tra cliente e professionista.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Anche nel nostro lavoro la tecnologia si è imposta in maniera prepotente, sia per quanto riguarda gli strumenti progettuali che per quanto riguarda le soluzioni tecnologiche nell’ambito della costruzione, in particolare quelle legate all’informatica. Nella progettazione il mio uso del computer è molto limitato, direi inesistente, piuttosto legato alla fase esecutiva svolta dai collaboratori. Mi sono laureata alla fine degli anni ‘80 ed ho più dimestichezza e piacere nell’uso della matita che non ho mai abbandonato. Nella costruzione sono invece piuttosto incline all’innovazione tecnologica e, dove posso, mi affido agli specialisti dai quali cerco di imparare.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Dal 2004 ho un socio con il quale condivido le scelte di base dello studio, ma poi ognuno segue i lavori di cui è il diretto responsabile. Purtroppo il nostro lavoro è profondamente cambiato dopo la crisi, prima della quale potevamo contare su uno studio molto più organizzato e con un numero consistente di collaboratori, tra cui vari senior, ai quali riuscivamo a delegare molto del nostro lavoro con risultati soddisfacenti. Attualmente abbiamo abbracciato una modalità più artigianale, vista la riduzione degli incarichi, per fortuna quantitativa e non qualitativa. Seguo, pertanto, molti lavori personalmente e, devo ammettere, con maggiore fatica ma con più soddisfazione.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Ho cominciato presto ad essere titolare di studio, dopo qualche esperienza come collaboratrice in Italia e Spagna. Ho sempre pensato che il luogo di lavoro dovesse essere un posto piacevole, nel quale le relazioni umane potessero andare al di là del mero svolgimento delle proprie mansioni. Ho cercato, perciò, di instaurare un rapporto di scambio personale e culturale, sia con il mio socio che con i collaboratori, funzionale anche e soprattutto alla qualità del lavoro. Spesso ho collaboratrici piuttosto che collaboratori in quanto, nella mia personale esperienza, sono più affidabili, più inclini ad apprendere e meno conflittuali da un punto di vista della gerarchia lavorativa.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Consiglierei a tutti di fare ciò che si ama. Ciò che suggerirei piuttosto è di cercare di studiare all’estero. Le facoltà di architettura italiane sono piene, salvando la pace di pochi, di insegnanti inadeguati al ruolo che rivestono, avendo costruito le proprie carriere sul nepotismo e l’affiliazione politica. E’ triste ma senza meritocrazia non c’è cultura e quindi non c’è possibilità di formazione adeguata alla necessaria competitività imposta dalla globalizzazione.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Un oggetto di design che mi piace e trovo ancora geniale è lo spremiagrumi di Philippe Starck, realizzato da Alessi. E’ stato il primo oggetto di design che ho comprato appena ho avuto la mia casa.

L’architettura a cui sono legata, benché sia molto lontana dal mio modo di concepirla, è il Beaubourg di Renzo Piano che fruisco regolarmente nella mia quotidianità parigina.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Tre o quattro matite e gomme da cancellare visto che ne ‘perdo’ una ogni tre o quattro ore e che puntualmente ritrovo nei luoghi più assurdi dello studio.

Una buona regola che ti sei data?

Purtroppo non riesco ad averne!

Il tuo working dress?

Piuttosto informale: prevalentemente jeans, camicia, giacca e scarpe comode. Vado molto in cantiere e non mi piace avere limiti di movimento.

Città o campagna?

Assolutamente città

Qual è il tuo rifugio?

L’isola di Procida

Ultimo viaggio fatto?

Miami

Il tuo difetto maggiore?

Perdo facilmente la pazienza

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

La perseveranza

Un tuo rimpianto?

Non essermi scelta un maestro

Work in progress….?

Sto finendo la ristrutturazione di un loft al centro di Parigi ed il restauro/ristrutturazione di un edificio ottocentesco nel centro storico di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta. Prossimamente, appena avrò una pausa, mi dedicherò a divulgare maggiormente la mia attività professionale visto che in ventisette anni di professione ho fatto tante cose ed ora che ho una maggiore consapevolezza ed identità avrei voglia di mostrarle.