AMPARO MARTINEZ VIDAL

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“Tuitera, facebookera, articulista, promotora de eventos de arquitectura, profesora….y se que, la versalidad es un valor….”
La versalità è un valore, dichiara Amparo sul suo sito e nell’intervista si racconta e ci porta dentro il mondo del progettare nel suo studio di architettura di Madrid.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?
Mia madre mi ha sempre consigliato di studiare per non dover dipendere da nessuno in modo da essere una donna autonoma e indipendente. Mio padre, ingegnere civile della vecchia scuola, ha sempre considerato l’architettura una “carriera minore”. In ogni caso mi ha pagato gli studi e mai si è opposto alla mia carriera professionale.

amparo-martinez-arquitecta-350Definisci brevemente cosa significa per te “fare architettura”
Fare architettura, per me, significa definire un volume abitabile che si distingue per il suo carattere, la sua bellezza, il comfort e la fruibilità. Costruire l’architettura vuol dire creare un confine oltre il quale cambia la percezione dello spazio, una soglia che differenzia ciò che sta dentro da ciò che è all’esterno, uno spazio in grado di emozionare, rendere consapevoli, creare equilibrio.

È più difficile per le donne farsi sentire e salire ai livelli più alti?
Forse la cosa più difficile è bilanciare la vita professionale con la vita familiare. Io non ho figli e non potrei permettermi il mio attuale ritmo di vita senza aiuti. Nelle gerarchie accademiche e nelle grandi aziende, sì, penso sia più difficile che le donne occupino posizioni di responsabilità (le statistiche non mentono). Non so se gli uomini scelgono altri uomini per empatia ma questo aspetto tocca questioni troppo soggettive.
Con i clienti, a dire il vero, non ho avuto alcun problema.

Quale effetto pensi abbia prodotto sul tuo lavoro essere una donna?
Io non mi presento come donna ma come persona. Forse notavo differenze di trattamento negli anni giovanili, ma è possibile che si discrimini anche un uomo per la sua inesperienza. Il mio carattere è empatico, collaborativo, cerco di raggiungere accordi e trasmetto la passione per il mio lavoro.
Spero e ho capito che si tratta di qualità che travalicano il genere.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?
Come ho già detto, le statistiche dicono che in strutture gerarchiche, a tutti i livelli, è più difficile trovare donne in posizioni rappresentative. Alcuni sostengono che è più recente l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro. In ogni caso, si tratta di una situazione di disuguaglianza che non può essere ignorata. Ho partecipato al seminario Internazionale delle Donne in Architettura come media partner, e l’interpretazione dei dati è inequivocabile.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?
Mi sono sentita discriminata solo da alcuni uomini che non hanno accettato di buon grado di essere guidati da una donna o che si sono concentrati più sul mio aspetto fisico che sulla mia interiorità. Ma il problema è tutto loro: io non mi permetterei di giudicare un collega per il suo aspetto fisico, il suo abbigliamento o il suo genere. Ho vissuto con tutti i tipi di persone in molte situazioni diverse, e l’esperienza mi ha insegnato che non ti puoi permettere di giudicare nessuno, quando non sai ciò che la vita ti dispenserà.

PABELLON DEL AGUA_EXPO ZARAGOZA 2008Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?
Senza dubbio, il Padiglione della Regione di Murcia all’Expo di Zaragoza del 2008. Ho sviluppato il progetto dall’inizio alla fine, al contempo ho anche gestito le pubbliche relazioni dentro il quartiere fieristico; l’alto budget a mia disposizione mi ha permesso di progettare un mondo magico di luci e vetri sferici. La responsabilità acquisita mi ha fatto maturare ed inoltre il lavoro all’interno della Fiera durante l’Expo, mi ha permesso di riflettere sulle carenze e i valori del progetto, sull’uso e sulla sua manutenzione.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?
Non è la più idonea. Nel 2015 ho promosso un’iniziativa di visual merchandising, chiamata Umbrales (http://umbralesymujeres.org) guidata da donne architetto e sponsorizzata da Philips Lighting. Si formò un team meraviglioso. Ma ho anche capito che ci sono modelli che si ripetono: ci sono molte studentesse nelle facoltà di Architettura, ma poche donne esercitano la professione. Inoltre, quando una architetta emerge, è perché di solito si accompagna ad un coniuge architetto o ad un altro professionista autonomo complice della situazione: gli orari caotici, le richieste dei clienti e le lunghe giornate di lavoro di un architetto autonomo non favoriscono la relazione. Più che un problema femminile, penso che sia un problema endemico della professione, un attentato vero e proprio alla famiglia e alle relazioni personali.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?
La tecnologia permette di raggiungere persone cui non avresti mai immaginato di arrivare. I social network mi hanno permesso di trasmettere i miei pensieri e rappresentano una grande fonte di conoscenza. Ho potuto scrivere articoli sull’architettura, sull’interior design e pamphlet di marketing. Al tempo stesso incrementa il livello di attenzione e di stress. Bisogna trovare il giusto equilibrio.
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Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?
Sempre mi occupo personalmente delle richieste del cliente e dell’idea di progetto. Trovo impensabile esprimere un concetto adeguato senza lavorare di concerto con chi mi ha commissionato il progetto.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?
Mi piace lavorare in modo trasversale e mescolare le discipline.
L’interior design in retail me lo permette.
Credo inoltre nella trasmissione di sensazioni attraverso il tatto, la vista e l’olfatto, il design sensoriale, insomma.
Adoro lavorare in questa prospettiva.

umbrales Murcia. Acciones escapartistas de mujeres profesionalesCosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?
Consiglio, prima di tutto, di non disperare, essere paziente e prendersi cura del proprio corpo quanto della mente. La vita professionale è un riflesso di come siamo e come siamo dentro.

Pensi che nella Spagna di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?
Ci sono pregiudizi di tutti i tipi. Ma c’è anche una discriminazione positiva.
Mi spiego.
A volte nel campo dell’interior design si preferiscono le donne. Ma per dirigere un cantiere edilizio di costruzione c’è chi ancora oggi preferisce un uomo. Le strutture mentali della tradizione sono difficili da cambiare e permangono i pregiudizi.
Ma il tempo mette tutto a posto.

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori o collaboratrici?
C’è un imperativo imprescindibile: l’onestà. La lealtà e la voglia di lavorare sono essenziali. Naturalmente, se si coniugano con conoscenze addizionali e/o complementari e con una particolare speciale, ecco, queste doti rappresentano un plus.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?
La carriera dell’architetto è una vocazione. Raccomando sempre di studiare ciò che risponde ai propri desideri.
Prendere questa decisione in base ai desideri degli altri è controproducente. E ‘una carriera dura che richiede molti sacrifici personali.

Cos’è per te fare design (o architettura) oggi?
Il design è una disciplina che convive con l’architettura. Risolve problemi ad altre scale. La progettazione grafica adatta illustrazione e tipografia ai materiali che utilizza. L’industrial design combina l’utilità e l’estetica dei prodotti e degli strumenti che usiamo quotidianamente. Infine, in un enviroment in cui si debba lavorare alle diverse dimensioni, sono opportune le competenze complementari ed è assolutamente conveniente ricorrere ad un team multidisciplinare specializzato.

A chi ti ispiri?
Preferisco studiare le esigenze del mio cliente e proporre un concetto che mi aiuti a generare un filo conduttore che mi permetta di trovare la migliore risposta al progetto: dalla distribuzione ai materiali, all’illuminazione, alla ventilazione, e così via. Vado alla ricerca di una soluzione adeguata per una persona specifica nel luogo deputato al progetto.

C’è una donna architetto a cui ti ispiri?
Mi è sempre piaciuto il lavoro di RCR Arquitectes. Ammiro lo spirito e la personalità di Zaha Hadid, che fece “de su capa un sayo” [n.d.r. della sua intelligenza la sua divisa] ignorando le convenzioni.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata
Più che un oggetto tangibile, mi emozionano le qualità che la luce e l’ombra generano quando incontrano la materia. Senza luce non c’è materia, non c’è architettura. E la qualità diversa della luce genera percezioni diverse dello stesso oggetto.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….
Un caffé.

Una buona regola che ti sei data?
Se non risponde al buon senso, non si deve fare.

Il tuo working dress?
Faresti questa domanda ad un uomo?!?

Work in progress
Il progetto esecutivo per la ristrutturazione di un appartamento a Madrid e un flagship store di una marca di prodotti erboristici.

http://martinez-vidal.com

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CATERINA FIORENTINO

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Caterina è ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università di Napoli. Afferma che affermarsi professionalmente è dipende più dalla condizione sociale che da questioni di genere e, ancora, da come funzionano i ménage familiari; matrimoni e famiglie sono troppo spesso il luogo di coercizioni.

La nostra conoscenza, legata ad una comune amica, risale a qualche anno fa quando andai a trovarla nella sua bellissima dimora napoletana, un’oasi di tranquillità e pace dentro il caos del centro partenopeo. Molte opere di ascendenza paterna, una casa ricca di divertenti curiosità.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Figlia di architetti, ma non sono stata incoraggiata nella scelta; invece mi hanno incoraggiata molto durante gli studi, tutte le volte in cui avevo bisogno che qualcuno mi dicesse che laurearsi in architettura avrebbe, poi, dato accesso a lavori molto diversi tra loro: l’idea che le scelte non debbano necessariamente essere conclusive mi ha sempre procurato sollievo. Invece, riguardo all’inizio degli studi è da dire che poco meno del 50% della mia classe del liceo si è iscritto ad architettura, credo che la responsabilità sia stata della nostra insegnante di storia dell’arte e italiano, anche lei figlia di un architetto. Mi ricordo la mattina in cui sono andata in segreteria per l’iscrizione; una mia compagna di classe – adesso lavoriamo nello stesso Dipartimento – è passata da casa mia anche se non l’aspettavo e, al citofono, mi ha detto “vieni che andiamo a iscriverci all’Università”, mi sono ritrovata a palazzo Gravina (la sede di architettura a Napoli) così, senza averci pensato più di tanto; da allora i miei più cari amici sanno che prima di citofonare è meglio fare un colpo di telefono.

CATERINA PORTRAITArchitetto o architetta?

No, architetta no! Mi fa pensare al seno, o peggio all’amputazione delle Amazzoni, oppure a Sant’Agata.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Sarebbe meglio se si trattasse di creare spazi liberi e felici per persone felici. Non la pensano così quei committenti che cercano plusvalore o autocelebrazione, o entrambi. Il risultato è quello che vediamo nei centri urbani e nelle periferie del mondo.

Com’è maturata la tua scelta di dedicarti all’insegnamento universitario? E in particolare il tuo interesse per il design?

In conseguenza di quanto ho detto sull’architettura ho deciso di non progettare nulla che sia più grande di 5 centimetri; scherzi a parte, sono arrivata al design di prodotto attraverso la grafica, il passaggio nelle due dimensioni mi ha dato il coraggio di tornare ai piccoli volumi. In un immaginario futuro, forse, tornerò agli spazi vivibili e percorribili. Quello che mi ha conquistato della grafica è l’alto livello di autarchia, la possibilità di controllare con facilità l’intero processo. Nella mia Flatlandia privata ho cercato la ristrettezza di mezzi e la libertà mentale, ma a proposito di Edwin A. Abbott, è proprio lui che spiega bene il divario uomo/donna, quando racconta che le donne parlano di amore, giustizia, speranza, pietà e dovere, mentre gli uomini, nel loro gergo, traducono l’amore in “anticipazione di vantaggi” e il dovere in “convenienza”; comunque credo che sia più opportuno parlare di maschile e femminile, invece che di donne e uomini.

Cos’è per te la bellezza?

La bellezza progettata è una buona idea che prende la forma appropriata perché chi ne entra in contatto provi benessere o, in alternativa, senta che si è risvegliato un neurone assopito: quindi la bellezza è ciò che procura benessere oppure la consapevolezza di un pensiero nuovo. Inoltre dovrebbe anche durare un tempo abbastanza lungo, ovvero essere riconosciuta dai più come bellezza, nonostante il passare del tempo e l’alternarsi dei linguaggi; in qualche modo la bellezza delle opere non prevede la sfioritura del risultato.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Boh! Non so proprio rispondere a questa domanda; quando guardo una architettura, oppure una qualsiasi opera non vorrei mai dovermi accorgere se è stata una donna o un uomo a progettarla; a volte mi capita con la letteratura, ci sono alcuni testi in cui riconosco la mano femminile, ma la cosa di solito mi disturba. Invece credo che sia grande il testo scritto da Patricia Highsmith, Piccoli racconti di misoginia, anche e proprio perché scritto da una donna.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Se lo è dipende più dalla condizione sociale che da questioni di genere e, ancora, da come funzionano i ménage familiari; matrimoni e famiglie sono troppo spesso il luogo di coercizioni.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

No, almeno non perché donna.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Non mi sembra diversa da quella degli uomini: si tratta di affari e si progettano affari, ora la donna in affari si comporta come un uomo, così accade anche per chiunque sia a capo di un governo. Da cento anni l’equivoco femminista spinge verso la parità dei diritti, cosa ovviamente giusta ma che non deve sminuire il valore delle differenze, perché riduce la differenza alla medesima funzione e aggiunge, ad esempio, alla follia della guerra l’oscenità della partecipazione delle donne. La parità non è nella omologazione, ma nel rispetto reciproco; la differenza è preziosa. Nel Mediterraneo dell’antichità la differenza conferiva maggior prestigio alle donne, perché l’intera società era orientata alla cultura femminile. L’uomo era esploratore e guerriero, ma quando tornava a casa, tornava nella casa della sposa. L’arte, la bellezza erano prerogative della donna, vero capo di casa e costruttrice di ordine e di convivenza pacifica. Era un ritorno a un mondo felice e prospero negli spazi adeguati, salvo l’esplodere della tragedia, ma quella è un’altra storia.

CATERINA AUTORITRATTOChe rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Medio, medio buono; continuo a non amare le conversazioni telefoniche, ma era lo stesso quando si usava il telefono con la rotella, oppure al tempo dei gettoni. Poiché le prime cose le ho scritte a macchina oppure a mano, mi sono accorta che il computer cambia, per me in meglio, il modo di scrivere, soprattutto perché non costringe alla sequenzialità forzata dei pensieri, mi sembra che un testo diventi migliore se lo si può montare e smontare più volte, come si fa con il cinema, e il computer è perfetto per questo. Al di là della scrittura, uso due/tre programmi di grafica e di impaginazione, apprezzo internet ogni giorno di più e non rischio di cercare la gratificazione istantanea nei social, ma ne riconosco il valore; ad esempio con gli studenti l’uso dei social è davvero utile, ma sto parlando dell’ormai vecchio facebook, non mi sono ancora evoluta. Quello che detesto è l’obsolescenza programmata e vale per i PC, quanto per la lavatrice.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente? 

Non delego nulla, il mio ruolo è quello del ricercatore e, dunque, non è prevista alcuna delega; sono, invece, previste le collaborazioni, soprattutto per le tesi di laurea, e funzionano bene, perché più punti di vista sono una ricchezza per gli studenti.

A quale tra le tue pubblicazioni sei più legata?

Dal momento che non so ancora nulla della prossima pubblicazione, ti dico all’ultima; è uno studio sullo Stile Olivetti, pubblicato in collaborazione con l’Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea, con l’editore Hapax; ci sono legata non solo perché è l’ultimo lavoro, è andato in stampa lo scorso dicembre, ma anche perché è un libro che non è destinato solo agli addetti ai lavori e credo che questo sia un gran merito per una pubblicazione, tanto più quando si lavora, come in questo caso, con materiali di archivio; io mi trovo in aula studenti che hanno genitori più giovani di me, sono ragazzi nati in questo secolo, e credo che sia importante trovare i codici linguistici appropriati per farli avvicinare e appassionare alla nostra storia, questo libro è stato fatto prestando attenzione anche a loro

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Sì, certo. Consiglierei a una ragazza di iscriversi ad architettura o a design, prima però, per mia curiosità, vorrei sapere perché ne ha voglia. Soprattutto, le consiglierei di imparare un’altra lingua e unire agli studi quella che una volta si chiamava “l’andare a bottega”; è vero che i percorsi di studio prevedono il tirocinio, ma si tratta di periodi molto brevi e tante cose si imparano solo facendole; sia in architettura sia per il design i processi di realizzazione sono determinanti, per cui quando dico “bottega” penso alla pratica in campo e non mi riferisco solamente alla possibilità di rubare con gli occhi affiancando bravi progettisti oppure alla grande fortuna di trovare un maestro, ma penso anche alle botteghe degli artigiani, alle fabbriche e, perché no, ai settori commerciali. Penso al fatto che bisogna avere consapevolezza e esperienza di tutta la filiera per progettare.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

L’oggetto è la radio Cubo-Brionvega, progetto di Marco Zanuso e Richard Sapper; adesso uso un modello con la spina, di colore bianco, quella a batteria non funziona più tanto bene è lì, muta, con tutto il suo bellissimo colore giallo. Riguardo a una sola architettura non saprei, ma come architetto Carlo Scarpa che con la Brionvega c’entra.

COVER BOOKCome riesci a conciliare la tua attività di ricerca con l’impegno professionale dentro l’Università?

A volte meglio, altre peggio; dipende da cosa faccio prevalere: le circostanze, oppure le ossessioni. Negli ultimi anni l’ossessione è stata la storia dei protagonisti, dei prodotti, delle comunicazioni, dei negozi e delle mostre della Olivetti; questa ricerca non ha mai trovato spazio nei corsi che mi sono stati affidati, perché le discipline prevedevano altro. Altre volte, invece, prevalgono le circostanze e allora mi metto a ricercare su quanto può essere, poi, ricondotto all’insegnamento, ad esempio l’anno scorso ho iniziato ad interessarmi agli archivi di moda così, insieme a studenti e colleghi, abbiamo fatto un bel lavoro, compresa una mostra sugli archivi della Fondazione Mele, della sartoria Cilento e della Fondazione Mondragone.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Sigarette, una risma di carta bianca A4 e una penna Pilot 0,4 e tanta, tanta pazienza.

Una buona regola che ti sei data?

Le mie buone regole non riguardano il lavoro, anzi sì, una buona regola è quella di lavorare sempre senza ansia da prestazione, l’altra è di fare solo ciò che mi dà piacere e, quando non è possibile, di farmi piacere ciò che faccio, perché così riesce decisamente meglio e il risultato finale ripaga la mancanza di motivazione iniziale.

Poi c’è una buona regola che riguarda la vita più in generale: quella della Peonia che mai e poi mai vuole essere confusa con un Oleandro! Hai fatto caso al fatto che gli oleandri sono utilizzati in autostrada perché ritenuti tanto forti da poter resistere, stanno lì tra smog e rumore e ricevono il minimo indispensabile delle cure; la peonia, invece, fiorisce per un periodo molto breve, si riposa per molti mesi all’anno, mentre le vengono dedicate le giuste cure in attesa della sua fioritura; certo qualche fiore viene tagliato per finire nei vasi dei salotti, ma si tratta di un omaggio che la pianta può permettersi di donare.

Il tuo working dress?

Pantaloni e scarpe basse. Molto, troppo nero anche per me!

Città o campagna?

Città! La campagna mi agita. In ogni caso città costiere, al mare non vorrei mai rinunciare, ma ho problemi con l’Adriatico, ogni volta che il sole tramonta a terra e non sull’acqua mi procura tristezza.

COVER 2Qual è il tuo rifugio?

La vasca da bagno: con sigarette, musica, più fumetti che libri e qualcosa da bere.

Ultimo viaggio fatto?

Stoccolma e Oslo, ma il prossimo sarà in Sicilia, non ho il tempo per andare più a sud

Il tuo difetto maggiore?

La diffidenza, ma, ovviamente, non sono convinta che sia un difetto.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Il fatto che per quanto mi possa capitare di stare male so sempre che, poi, starò bene, bene davvero.

Un tuo rimpianto?

Oggi nessuno, a differenza di quanto la logica possa suggerire, credo che i rimpianti siano qualcosa che riguarda la gioventù e non solo perché crescendo si perde la memoria, ma perché la percezione del tempo cambia, trova un suo equilibrio e molta gioia nel considerare il presente come il momento più prezioso. Sono così felice del fatto che i cinquant’anni mi abbiano portato a concentrarmi molto sul presente che è un tempo veloce e nella velocità non c’è spazio per i rimpianti, solo per i desideri.

Work in progress …?

In questa settimana iniziano i corsi, insegno al Corso di Design per la Moda, quindi devo studiare e, ancora, studiare: ho deciso di dedicare una piccola parte del laboratorio al rapporto tra cinema e moda, credo che inizierò con una cosa leggera: la prima collezione di Alessandro Michele per Gucci, perché si è ispirato al film Royal Tenenbaums. Wes Anderson è uno dei miei registi preferiti, per non parlare di quanto mi piace Owe

ELENA GIANGIULIO

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La conoscenza tra Marisa ed Elena è cominciata da una telefonata. Per poi proseguire per la progettazione di un museo insieme.

Pronto, sono Elena Giangiulio, parlo con Marisa Coppiano?”

Così ci siamo conosciute io e Elena – dapprima al telefono – ed insieme abbiamo affrontato la sfida di una importante gara di progettazione per un museo dedicato ai protagonisti di un periodo storico non così distante dall’oggi, mettendo a disposizione le esperienze professionali di ciascuna, intersecando competenze e specificità progettuali, attraverso un processo di reciproca fiducia.

Se penso ad Elena penso ad una donna di grande charme, che manifesta rigore e severità innanzitutto verso se stessa ma che al contempo rivela grande generosità e sensibilità, desiderio di leggerezza, voglia di grandi e intelligenti risate, alla costante ricerca di semplicità e divertimento, ma quelli veri….

Com’ è nato il tuo interesse per l’architettura?

Volevo fare la maestra. Poi a dieci anni un volo sull’Atlantico mi ha catapultata in questa terra, l’Italia, che avevo visto con gli occhi dell’adorazione di quei tanti italiani trapiantati, e mai adattati in un mondo di valori materiali; la bella casa con giardino e il barbecue nel fine settimana lasciano il posto a quella gioia interiore che sprigiona dalla bellezza delle forme, dell’arte, dell’eleganza e della raffinata cultura umanistica europea. Ero diversa da tutti; pronunciavo in modo strano parole come “bourrsa” (borsa) e “fourrsa” (forza). Per farmi largo dovevo studiare più degli altri, esercitarmi con una lingua nuova, cambiare abbigliamento e ascoltare musica italiana. Orgoglio e dignità mi hanno forgiata e indurita. Silenziosa coltivavo la pittura e cucivo abiti eleganti con sete e taffetà, in una famiglia dolorosa che accentrava su di sè ogni energia e accenno all’autonomia. Finalmente arriva il mio momento e scelgo di diventare architetto. Lavoro, studio, incontro l’amore e vivo una maternità incosciente. A 37 anni sono un pò di tutto, ma incompiuta. I cerchi non si chiudevano e la geometria ha le sue regole; un cerchio aperto è una linea e una linea diventa forma quando è chiusa. L’energia era dentro di me soffocata ma un giorno succede il miracolo. Mio figlio mi porta un foglietto di carta e su quel foglietto bianco c’era scritto tutto quello che volevo fare e essere. Un altro miracolo mi spinge oltre me stessa e finalmente divento Architetto: progetto e dirigo cantieri, viaggio molto, visitando luoghi di incredibile bellezza. Quando osservo il costruito di ogni epoca, penso a chi l’ha ideato e a chi ha messo in sequenza pietra su pietra, mattone su mattone e mi interrogo sulla responsabilità sociale dell’architetto.

Questo è il cortometraggio dei miei 54 anni e come ho scelto di diventare architetto, pur consapevole di non esserne degna. Non basta prendersi una laurea e un master. La professione dell’architetto è una cosa seria, un impegno sociale che non sempre si è chiamati o si è pronti a svolgere. Una semplice linea disegnata su un foglio bianco può cambiare lo stile di vita della gente rendendola felice o triste, può favorire la socializzazione o la segregazione, alimentare l’odio o l’amore.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

La sua funziona primaria è quella di servire l’uomo, le sue esigenze, il suo bisogno di ritrovare initimità, socialità e protezione; questo da sempre, sin da quando i primi uomini incominciarono ad aggregarsi. Nel tempo l’architettura è diventata strumento di potere e – oggi sempre più – di virtuosismi, sofisticazioni e sperimentazioni più o meno felici. L’evoluzione delle forme del costruito e il loro linguaggio estetico sono espressione di culture diverse. La progettazione è l’atto di nobilitazione del costruire; segna il confine tra la casualità e l’ordine. Il segno è di nuovo l’inizio di un processo intellettuale in cui i bisogni primari dell’uomo vengono studiati e organizzati per migliorare la qualità della vita collettiva e individuale. Di qui la responsabilità dell’architetto che deve avere l’umiltà di interpretare i bisogni della società e del singolo, sacrificando sè stesso e la propria vanità. La genialità è quel raro caso in cui l’architetto rompe le regole, trasforma lo spazio e il modo di viverlo, interpretando e assecondando fabbisogni nuovi, ancora non manifesti. In questa idea dell’architettura e del ruolo dell’architetto io non trovo una collocazione perchè di fatto non esercito la professione nel senso più nobile ovvero con un ruolo sociale di rilievo. Esercito il “mestiere” dell’architetto che si è ritrovata a lavorare nel campo dei beni culturali con la velleità di rispondere ai bisogni/desideri del grande pubblico, oggi tristemente definito “fruitore” dei beni culturali e naturalistici. Mi sono ritrovata, senza grande merito, ad amministrare faticosamente aziende che sono gli strumenti che mi consentono di svolgere anche il “mestiere” dell’architetto.

E cos’è per te la bellezza?

Ho ben compreso che vivere a Roma o a Toronto fa la differenza ed è determinante nel forgiare la coscienza di ciò che è bello. Ma prima di tutto cosa intendo per la bellezza. C’è chi pensa alla grazia di un corpo, chi all’armonia della natura; Io penso alla luce, alle forme e all’equilibrio del costruito. E’ per questo che parlare di bellezza mi proietta istintivamente verso immagini di piazze, scorci prospettici, facciate, volte, cupole, vicoli: il costruito è testimone della storia. Amo la Roma barocca di Bernini e Borromini, l’architettura romanica, e mi emoziona camminare lungo gli argini del Tevere nelle ultime ore di sole. Un film che mi ha molto colpita è “The Belly of an Architect” di Peter Greenaway in cui le musiche di Wim Mertens ben esprimono lo struggimento interiore che provoca la bellezza del costruito.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Penso che oggi la professione dell’architetto sia in crisi sia per l’uomo che per la donna, indifferentemente. L’educazione universitaria italiana scadente ha provocato un’omologazione nella professione. Le nostre periferie, campi di sperimentazione e speculazione, esprimono questa decadenza. Ho vissuto alcuni anni in una periferia di Roma, dove gli edifici sono stati costruiti sui progetti dei tesisti della facoltà di architettura o ancora degli studenti dei vari corsi di composizione, in cui dominano I timpani, il disadorno, le facciate rivestite con ceramiche scadenti, i pilotis (con tutto rispetto per Le Corbusier), le pareti sottili, l’assenza di coibentazione, di isolamento acustico o di barriere al vapore, pannelli solari arruginiti, il quarzo graffiato e i centri commerciali abbandonati. Potevano essere luoghi di innovazione e ricerca, lontani dai vincoli della città storica; sono lì e vi rimarranno per molto tempo ospitando generazioni in cerca di quella intimità, protezione e socialità, fondamentali per l’equilibrio dell’uomo e per la pacifica convivenza.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

In generale ritengo che la cultura, l’educazione e l’esperienza, alla fine dei giochi, hanno sempre la meglio; ciò vale per l’uomo, la donna, lo straniero, e per ogni estrazione sociale. La condizione necessaria è che vi siano pari opportunità per tutti, e perchè ciò avvenga serve uno Stato democratico e liberale. L’Italia ha ancora molta strada da fare: le lobby non sono trasparenti e regolamentate, siamo tra i tre paesi più corrotti d’Europa, gli investitori stranieri lamentano l’incertezza della giustizia e la faragginosità della nostra burocrazia, gli imprendtiori sono braccati da un sistema fiscale che mortifica l’impresa, la politica è un sistema di facciata che nasconde poteri paralleli.

In questo contesto la donna architetto, prima di essere valutata per I suoi meriti, deve destreggiarsi e sgomitare in un mare abbastanza torbido per tutti.

Allora da dove cominciamo?

All’inizio erano le madri… e con questo riconduco l’origine della decadenza della nostra società alla omologazione generale ad un’educazione universitaria mediocre e alla dequalificazione etica.

La speranza è tutta al femminile.

La capacità delle donne di sostenere la vita e la loro attitudine alla responsabilità verso il creato, a prescindere che nella vita esse abbiano generato o meno, le conferiscono sapienza ed energia preziose per la società. Riabilitiamo la professione delle madri, conferiamo loro ogni aiuto necessario perchè possano crescere i propri figli, educarli e prepararli alla vita. L’educazione comincia in famiglia, è lì che germogliano tutti i mali della nostra società. La mia più grande fatica è stata quella di crescere mio figlio. Per i padri, parlino gli uomini.

Sei stata discriminata durante la tua carriera?

No, o almeno non me ne sono accorta. Se non ottengo i risultati attesi – da me o dagli altri – penso di non essere stata all’altezza e non che qualcuno mi abbia negato la possibilità. Ci provo a trovare cause esogene ma mi accorgo che sto bleffando con me stessa. Amo leggere le biografie di donne che sono riuscite a costruire carriere importanti e a dare un contributo decisivo alla conoscenza in tutti i campi del sapere.

Nihil difficile volenti”.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Nel mio lavoro sono molto sostenuta dall’aiuto di altri. Sto imparando a delegare con responsabilità e con la consapevolezza che l’errore degli altri è anche mio. Ogni giorno imparo a gestire le mie debolezze e a rispettare quelle degli altri.

Sto lavorando su me stessa.

Una buona regola che ti sei data?

Prima di cominciare la giornata lavorativa scrivo ciò che devo affrontare e, possibilmente, concludere in quella giornata: la famigerata “to do list”. Purtroppo mi capita spesso di non riuscire a depennare nulla, ma almeno sono consapevole di non esserci riuscita. Sono in prima linea sempre: fornitori, avvocati, commercialisti, dipendenti e poi, proprio in ultimo, spesso fuori orario, mi occupo dei progetti. “Last in first out” come un pompiere e quindi le buone regole sono una chimera.

Il tuo working dress?

Abiti comodi e sobri ma sempre in ordine e mai disordinata. Mi sveglio presto e mi dedico ai miei rituali preparatori che sono più che altro di graduale risveglio.

Penso all’abito all’ultimo minuto.

Qual è il tuo rifugio?

La mia casa.

Ultimo viaggio fatto?

Viaggio a sorpresa con crociera sul Danubio.

Il tuo difetto maggiore?

Dicono che sono permalosa, e forse è vero, ma non serbo rancore perchè dimentico facilmente. Il male reiterato invece si cristallizza in me e a lungo andare spezza la corda, senza che me ne accorga. Capisco solo quando ho raggiunto il limite di snervamento ma… ho un’elevata resistenza meccanica!

Un consiglio alle donne

Non dimenticate mai di essere donne…..condizione necessaria per essere ottime architette.

elena-sangiulio0Work in progress

Sto lavorando all’allestimento di due mostre che si terranno in meravigliosi luoghi che urlano un capitolo importantissimo della storia italiana ove, ancora una volta, il costruito è di una bellezza mozzafiato.

Purtroppo ancora non posso annunciare nulla.

Sto seguendo la fase di progettazione esecutiva di un parco tematico botanico che sarà aperto al pubblico nel 2018. E’ un intervento privato ancora non divulgabile pertanto dovrò tenere fede alla segretezza che mi è stata imposta dal committente.

Seguo da molti anni la edizione semestrale di una rivista dedicata al restauro e alla valorizzazione dei beni culturali (inglese e italiano): “ARKOS – Scienza Restauro Valorizzazione” con la direzione scientifica del prof. Adolfo Pasetti e la direzione editoriale dell’arch. Nicoletta Astuti.

La rivista è in vendita su Apple Store e Google play, prenotabile anche in versione cartacea su www.syremont.it

E prima di chiudere l’intervista chiedo a Elena di raccontarmi i lavori a cui è più legata ed Elena mi parla del Centro per l’Arte Contemporanea presso il Parco Archeologico delle Isole Eolie e “nell’ambito di questo appalto pubblico – mi racconta – abbiamo costituito un centro permanente di arte contemporanea annesso al Museo archeologico Bernabò Brea presso le ex carceri di Lipari e organizzato un Festival biennale di arte contemporanea e una mostra internazionale tra Italia e Cile, nell’ambito della Rassegna Internazionale Eolie – Tappe di viaggio sulle arti e sul design contemporaneo presso il Castello di Lipari. In ultimo un tributo al grande archeologo Bernabò Brea, allestendo una mostra permanente dedicate alla sua eminente figura”

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L’altro lavoro per cui Elena sente una speciale affezione è la valorizzazione del Tempio di Giove Anxur a Terracina: un’area archeologica  che ospita i resti di un tempio di età repubblicana, di un campo trincerato per la difesa della città e di un piccolo tempio annesso riutilizzato e modificato in età medievale come monastero.  Ispirato alla grande architettura scenografica ellenistica, appartiene alla serie degli antichi santuari laziali ristrutturati in modo monumentale nella tarda Repubblica dell’Antica Roma, tra la fine del II sec. a.C. e l’inizio del I sec. a.C. Coadiuvata dal suo staff Elena si è occupata della progettazione delle infrastrutture per l’accoglienza dei visitatori, dallla biglietteria fino allo spettacolo di son et lumière e consegnato all’Amministrazione un luogo attrezzato e valorizzato per l’affidamento in concessione.

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PAOLA TALA’

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Appassionata amante del territorio toscano, Paola vive a Livorno ma svolge il suo lavoro coniugando gli studi ed i progetti sul paesaggio e sui giardini storici con l’attività progettuale più squisitamente dedicata ai progetti edilizi. La sua progettazione architettonica non è mai disgiunta dallo sguardo attento all’ecosistema e agli aspetti microclimatici del territorio.

Giugno 2015: inaugurazione della mostra dedicata ai miei collages nella cornice della affascinante Villa Cassuto a Livorno; tra le ospiti di Ariela, la padrona di casa, incontro Paola, architetto e paesaggista.
Appassionata amante del territorio toscano, Paola vive a Livorno ma svolge la sua attività sguinzagliandosi su e giù per il nostro Bel Paese, coniugando gli studi ed i progetti sul paesaggio e sui giardini storici con l’attività progettuale più squisitamente dedicata ai progetti edilizi.
Mi interessa il punto di vista di Paola perché la sua progettazione architettonica non è mai disgiunta dallo sguardo attento all’ecosistema e agli aspetti microclimatici del territorio.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?
Beh, anche se il cammino prima di giungere alla convinzione di cosa vogliamo fare da grandi è lungo, devo dire che la mia famiglia mi ha incoraggiata. Anzi è proprio crescere nella mia famiglia che mi ha incoraggiata a diventare architetto e paesaggista… perché non solo i miei hanno sempre pensato che mi sarei realizzata a fare l’architetto (anche se ad un certo punto mio padre quasi quasi sperava che seguissi le sue orme di farmacista), ma perché PORTRAIT 1mi hanno fatto amare le cose belle, la natura, l’arte e l’estetica dell’architettura, facendomi sempre viaggiare con loro, soprattutto lungo tutta l’Italia….E poi mia madre ha sempre voluto costruire, cambiare e portare avanti le trasformazioni delle nostre case a Livorno e in Salento coinvolgendomi direttamente fin da piccola. Il ricordo di cartoncini tagliati delle dimensioni di un tavolo, un divano, un letto che mi veniva chiesto di disporre a mio piacimento nel perimetro della casa disegnata su un foglio rosa di carta millimetrata mi fa sorridere… ma è cominciato tutto da li!
Aprire il cassetto dove erano conservati svariati numeri di ‘Art & Decoration’ e di ‘Il rustico’ era per me ragazzina alla fine degli anni Settanta un vero divertimento e passatempo.
Mi hanno sempre dato tantissima fiducia e tenuto in considerazione ogni volta che si parlava di case a prescindere dalla mia età…. più incoraggiata di così!

Architetto o architetta?
Ma diciamo pure architetto; suona meglio, non ammicca….La professionalità, l’architettura e persino l’arte non sono una questione di genere: di questo ne sono convinta, e poi casomai architettora come la celebre figura barocca di Plautilla Bricci.

Cosa significa per te “fare architettura” oggi?
La mia esperienza non mi fa rispondere con certezza a questa domanda; posso azzardare a dire che è una ricerca continua di complessità ed insieme essenzialità, è divertimento ed estrema serietà, è l’impegno a contestualizzare, a rendere unica e specifica l’identità di un luogo o di un contesto: ogni costruzione, sia che si tratti di una casa, un giardino o uno spazio pubblico.

PORTRAIT 3A chi ti ispiri?
Mi ispiro molto spesso alla tradizione e ai maestri dell’architettura e della paesaggistica del Novecento, ma cerco di trarre fonte di ispirazione per i miei progetti da quante più cose possibili. Tutto può aiutarmi a rispondere alle specifiche esigenze progettuali del caso: a volte anche un film, una foto, un’opera d’arte, ma anche un racconto o un fatto reale. Non esiste un codice o un modello a cui ti riferisci sempre perchè, in effetti, ogni nuova situazione è inedita e merita un approccio completamente dedicato… sì, quando comincio un progetto perdo sempre un bel po’ di tempo ad inquadrarlo.

E cos’è per te la Bellezza?
La mia idea di bellezza è insieme concettuale ed emotiva; in architettura e nei giardini la bellezza è la consapevolezza di una sensazione decisamente gioiosa, quella gioia che si prova nel riconoscere bella una cosa, grazie o malgrado agli esiti di un progetto oppure spontaneamente così.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?
Credo che la sensibilità femminile in architettura si possa esprimere nell’attitudine all’ascolto e di conseguenza nell’impegno a dar conto a questioni anche apparentemente secondarie, che spesso peraltro non lo sono affatto.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?
Purtroppo sì, è più difficile e questo un po’ per questioni culturali e un po’ per difficoltà oggettive. Per esempio basti pensare alla complessità della ARCH 1gestione della propria presenza in famiglia a meno di non fare la scelta di essere completamente libera da legami (rinunciando ad avere figli o ad assistere i propri genitori anziani, o ad avere un marito con una personalità almeno forte quanto la nostra e così via….in sostanza rischiando la totale solitudine). Così non volendo rinunciare a tutto questo vivo la mia condizione di donna architetto in maniera incontentabile, tuttavia gratificante, sicuramente molto faticosa, una sorta di alpinismo esistenziale.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?
Non ricordo in particolare di essere stata discriminata durante la mia carriera. Se è successo l’ho dimenticato!

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?
Una villa nella pineta di Roccamare sulla costa Maremmana. Ne ho curato il restyling nei minimi dettagli trasformando i ruderi di una architettura degli anni Settanta ormai distrutta in un ambiente in cui gli spazi domestici si confondono letteralmente con la natura della pineta. La struttura in acciaio e l’involucro completamente in cristallo, il gusto e le intenzioni del nuovo proprietario, il bellissimo paesaggio circostante hanno reso questo lavoro una sfida tecnicamente impegnativa ma altrettanto affascinante.

ARCH 10Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?
Credo che nel nostro paese ci sia ormai da troppo tempo una diffusa crisi dell’architettura e delle scuole di architettura. Il fatto che invece le donne architetto siano sempre più prese in considerazione è un’occasione per esprimerci con successo a tutti i livelli, perché la professione di architetto è prima di tutto poliedrica: direi che è il nostro momento!

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?
La tecnologia è uno strumento straordinario, azzera le distanza. Ne faccio ampio uso, anche se anagraficamente faccio parte di quegli architetti che si sono formati con la penna a china e la carta da spolvero.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?
Seguo tutto personalmente anche se ritengo indispensabili e utilissime le collaborazioni che nascono nei gruppi di lavoro che quotidianamente organizzo a seconda delle esigenze. Nel dialogo e nel confronto con i colleghi si fondono e si amplificano le sensibilità e le conoscenze.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?
Ho cominciato a lavorare in autonomia fino dai primi anni di attività, già appena laureata nel 1995. L’approccio che ho sempre avuto e che continuo ad avere contempla non smettere mai di studiare, documentarsi, approfondire, imparare da ogni esperienza ed incontro.

ARCH 8Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?
Che domanda! Certo! Se è la strada che le piace in qualche maniera se la caverà. Uno deve sempre seguire il proprio istinto e il desiderio di realizzarsi in una cosa che gli piace. Fare l’architetto è il mestiere più bello del mondo. Ti formi con le cose belle. Quale stimolo maggiore che l’affezione ad occuparsi di una cosa che ci piace, per affrontare cammini lunghi e difficili?

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata
L’oggetto di design a cui sono più affezionata è la famosa poltrona Barcellona di Mies van der Rohe e l’architettura è proprio quella del Padiglione stesso di Barcellona per l’esposizione del 1929. È un luogo di tranquillità, di una semplicità essenziale, c’è tutto: l’acqua, la luce, la misura dello spazio, le tessiture della pietra, il concetto di un’architettura che si percepisce come nei percorsi di un giardino.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….
Telefono, notebook, taccuino Moleskine, matite e mandorle.

Una buona regola che ti sei data?
Quella che devo ancora cominciare a rispettare. Vorrei più ordine intorno a me. Ma l’attività è spesso frenetica fin dalle prime ore del mattino, specialmente quando ci sono più cantieri aperti… quindi l’unica regola che riesco a rispettare è di chiudere la mia sessione di lavoro, qualsiasi ora sia, riordinando le cose su cui ho lavorato tutto il giorno.

ARCH 5Il tuo working dress?
Comodo. Ampissima borsa, stivali (i miei preferiti sono fatti a mano, inglesi, resistentissimi, ne ho una collezione, non dico la marca…) jeans o comunque pantaloni e poi all’occorrenza il resto, sempre tessuti naturali in estate e inverno.

Città o campagna?
Un grande giardino in città sarebbe l’ideale. Non vorrei dire una cosa scontata, comunque una città sul mare.

Qual è il tuo rifugio?
Il mare è anche il mio rifugio. La sua energia è unica. Sul mare ci sono nata e cresciuta, farei molta fatica a starne lontana troppo a lungo.

Ultimo viaggio fatto?
Mi muovo spesso per lavoro e negli ultimi anni non sono riuscita a ritagliarmi periodi di vacanza se non brevissimi, ma nei momenti liberi vado spesso in Salento e l’ultimo viaggio è stato in Irlanda la scorsa estate, una natura e paesaggi bellissimi; Dublino una città accogliente e vivace, aperta a trasformazioni ardite ma legata alla tradizione dell’architettura. Interessante.

Il tuo difetto maggiore?
Sono ritardataria. Vorrei essere sempre in anticipo di giorni sulla tabella di marcia e così volendo fare troppe cose arrivo agli appuntamenti sempre con diversi minuti di ritardo.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?
A parte essere una ritardataria cronica, ho anche moltissimi altri difetti; ciò che alle persone che mi stanno vicine può sembrare uno di questi difetti è anche ciò che apprezzo di più del mio carattere, cioè la mia determinazione: so quello che voglio e lavoro sodo per realizzarlo.

Arch 2Un tuo rimpianto?
Un rimpianto ce l’ho e risale agli anni della mia formazione universitaria e postuniversitaria, e cioè di non aver vissuto per un periodo all’estero. Temevo che avrebbe rallentato il ritmo dei miei studi che procedevano benissimo e non sono partita per l’Erasmus e dopo la laurea in Architettura lavoravo già e anziché continuare a studiare architettura del paesaggio in Inghilterra o negli Stati Uniti, ho frequentato la Scuola di Specializzazione di Genova. Non mi sono pentita di nessuna scelta fatta, ma un pizzico di rimpianto, quello sì…

Work in progress
Lavoro sempre coniugando l’architettura vera e propria al verde e al concetto di giardino. Il paesaggio è d’altra parte l’aspetto sensibile delle continue trasformazioni a tutte le scale di un territorio, di una città, di un terreno. Nostro malgrado noi progettisti creiamo sempre paesaggi ma non sempre ci curiamo di agire per migliorare la qualità degli aspetti microclimatici ed ecosistemici su cui andiamo ad interagire. Il progetto di cui mi sto occupando adesso è la costruzione di un nuovo edificio nel quartiere Parioli a Roma che sarà proprio un edificio residenziale con balconi giardino e una presenza del verde integrata nella struttura architettonica stessa, dal livello terreno alla copertura, dagli spazi esterni agli ambienti interni.

MARISA COPPIANO

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Per Marisa Coppiano fare architettura significa lasciare una chiara traccia del pensiero contemporaneo con una profonda attenzione e riguardo alla qualità dell’abitare, che significa vivibilità, accessibilità, rispetto e attenzione all’impatto ambientale.

coppiano-neraPer Marisa, architetta torinese, un ambiente bello predispone l’animo a elevarsi, a esplorare nuovi territori, perché la bellezza  proietta verso ciò che è più elevato, verso il regno dei grandi valori. Dopo aver seguito le sue interviste a donne architetto, è la volta di conoscerla più approfonditamente e di comprendere cosa c’è dietro il suo lavoro.

Com’ è nato il tuo interesse per l’architettura? Che studi hai fatto precedentemente?

Ho frequentato il liceo scientifico della cittadina in cui sono nata – Biella – dove ho vissuto i miei primi diciannove anni.

Come scrive Italo Calvino in  Se una notte d’inverno un viaggiatore tutto ciò che accade nel corso della propria esistenza era già stato scritto:

Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d’ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci o cento pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo”

Dico questo perché fin dall’infanzia ho amato la carta e ho trascorso interi pomeriggi a ritagliare da giornali e riviste tutto ciò che mi occorreva per costruire le scenografie che animavano i miei giochi di bimba, nella solitudine che spesso connota i primi anni di vita, tempo in cui non si avverte ancora quella spinta alla socialità, che dalla adolescenza accompagna i più fino alla maturità. Gli anni della scuola elementare hanno purtroppo inciso negativamente rispetto alla progressione di una espressività pura, scevra da condizionamenti, perché mi hanno imbrigliato dentro “il bel disegno”, pratica che impegnava molte delle mie serate coadiuvata dalla passione per il disegnare della mia giovane mamma, che spesso mi aiutava perché sotto sotto si divertiva molto, nonostante i rimproveri di mio padre che non approvava il suo accondiscendere alle mie richieste “di collaborazione”!!! Il mio amore per il disegno e la pittura proseguì poi nel corso della scuola media e anche al liceo ho amato molto le esercitazioni di ornato, cimentandomi nelle tecniche meno canoniche e più sperimentali. Ecco che quando si trattò di scegliere l’indirizzo degli studi universitari in verità non ero animata da un profondo interesse per l’architettura ma allora era comunque l’unica facoltà che mi avrebbe avvicinato alla mia passione più profonda. Leggere tra le materie previste dal piano di studi “Decorazione” piuttosto che “Disegno dal Vero” mi rincuorava perché immaginavo il disegno en plain air e supponevo che mi avrebbe affascinato molto. Non dimentico alla stessa stregua il mio impegno politico fin dagli anni trascorsi in provincia e quindi la possibilità di vivere dentro una facoltà dove il dibattito era estremamente acceso e mi offriva la possibilità di portare avanti le mie rivendicazioni affrontando nuove esperienze e approfondimenti. Facendo un bilancio sono contenta di aver studiato dentro la facoltà di Architettura e dentro la facoltà di Architettura di Torino, ubicata nel bellissimo Castello del Valentino, immerso nell’omonimo parco. E sono ancor più felice, nonostante lo sforzo occorso, di aver frequentato la Domus Academy e di aver avuto la possibilità di produrre il mio progetto di master con Gaetano Pesce, perché proprio grazie a lui e a quel percorso ebbi modo di approfondire e maturare una mia personale capacità espressiva.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Affatto!! Mio padre avrebbe voluto vedermi medico, anzi pediatra – mestiere che riconosceva più adeguato per una donna – solo perché negli anni del liceo avevo maturato un certo interesse per la psichiatria – erano gli anni in cui Basaglia aveva aperto le porte del manicomio di Trieste – e da lì avevo indicato la facoltà di Medicina come eventuale possibilità. Quando comunicai in famiglia il desiderio di iscrivermi ad Architettura vidi lo sconcerto sul volto di mio padre, anche se non ho vissuto dentro maglie familiari troppo impositive e fui quindi invitata ad approfondire le tematiche affrontate dal piano di studi con un cugino che si era da poco laureato nella stessa disciplina in modo da affrontare la scelta in maniera ponderata.

Quanto è importante per te essere denominata architetta e non genericamente architetto?

Sono perfettamente consapevole di quanto il linguaggio sia estremamente significativo e partecipe dell’evoluzione di una cultura di genere, né per contro sono così interessata ad essere riconosciuta per la mia qualifica professionale, anche se mi rendo conto di quanto la società italiana sia ancora ancorata a schemi quanto meno vetusti, secondo i quali una donna architetto in cantiere viene ancora chiamata “Signora”, appellativo che mai le maestranze si sognerebbero di affibbiare ad un maschio. Da lì al farsi rispettare ce ne passa ancora molto…….

In quali settori operi? L’architettura può essere compresa in molte attività

Da venticinque anni, ahimè, mi occupo prevalentemente di exhibit design che, detto in altri termini, significa la direzione artistica di grandi progetti espositivi che comprende la progettazione dell’allestimento, del light design, degli apparati grafici interni alla mostra e, talvolta, anche delle campagne di promozione della stessa.

Dopo un master alla Domus Academy con Gaetano Pesce in Nuovi Modelli Abitativi, seguito agli anni universitari, nei primi dieci anni della mia attività professionale ho patto parte dello staff del Settore Mostre della Regione Piemonte, di cui sono stata responsabile dell’attività espositiva. La permanenza dentro un’imponente struttura pubblica mi ha permesso di maturare una buona capacità di coordinare lavori e risorse, di strutturare e gestire i budget dedicati alle mostre programmate dall’ente e di lavorare alla veicolazione di eventi presso altri paesi europei. E’ stata una lunga esperienza segnata dal contatto costante con una moltitudine di artisti contemporanei accanto ai quali ho progettato l’allestimento di importanti mostre dedicate alla loro opera. L’incontro con l’arte è stato un rapporto molto “nutriente” e fecondo che ha lasciato impronte, segni fondamentali nella mia progettazione. In quegli anni ho progettato anche gli spazi deputati all’exhibit in Torino e anche in luoghi sparsi nella regione, affrontando le problematiche legate alla museografia.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Nel nostro paese direi che è quasi impossibile fare architettura oggi: il paese ha un patrimonio architettonico immenso, è densamente costruito, con molte brutture che risalgono soprattutto agli anni del boom economico ma che non si abbattono. E dunque le occasioni, le opportunità di esprimersi da parte di un progettista sono purtroppo limitate e alquanto rare. In ogni caso fare architettura per me significa lasciare una chiara traccia del pensiero contemporaneo con una profonda attenzione e riguardo alla qualità dell’abitare, che significa vivibilità, accessibilità, rispetto e attenzione all’impatto ambientale.

Progettare è prima di tutto una mia esigenza di espressione, un bisogno di manifestarmi, di conoscermi, di proteggermi dall’aleatorietà della coscienza altrui. C’è sempre un momento critico e di scoperta in cui, grazie al progetto cui sto attendendo, mi confronto con me stessa attraverso lo scambio con la committenza, e con l’immagine che il cliente si è fatto di te, per poterti affidare il suo progetto, e tu del cliente, per poterlo accettare: questa realtà arricchisce il progetto e chi progetta.

A chi ti ispiri?

Nell’affrontare un progetto mi metto innanzitutto in ascolto di scenari che si manifestano nella mia mente, li approfondisco diventandone testimone silenzioso, ambiguo, che scandaglia le possibili realtà attraverso l’elaborazione dell’immagine e la sua traduzione nella rappresentazione complessiva. Accolgo gli spunti e gli ammiccamenti che mi vengono dall’esterno – camminando per le strade, leggendo e studiando fenomeni, guardando sì….. semplicemente osservando – e da lì prende avvio l’elaborazione dei miei lavori.

Architettura vuol dire bellezza o accessibilità (in tutti i sensi)?

Intanto va chiarito che cosa si intende per bellezza: se per bellezza si intende ciò che è in grado di inquietarci, o ciò che è in grado almeno di creare un sussulto, un fremito dello spirito, allora architettura vuol anche dire bellezza.

La bellezza salva, consola, riempie di significato l’esistenza ma al tempo stesso ferisce profondamente e inquieta. Un ambiente bello predispone l’animo a elevarsi, a esplorare nuovi territori. Di fronte ad una bella architettura possiamo anche piangere, ci commuoviamo, perché la bellezza ci riporta all’enigma della riconciliazione infinita a cui aspiriamo nel profondo del cuore. L’esperienza della bellezza ci proietta verso ciò che è più elevato, verso il regno dei grandi valori, è la forza del trascendente.

Molte donne architetto, ma chi emerge sono quasi sempre gli uomini (tranne rari esempi). Come lo giustifichi?

Ho sempre diffidato della disinvoltura con cui gli individui, e per lo più gli uomini, si impossessano di posti di primo piano nella società, perché il desiderio di essere al di sopra degli altri diventa una richiesta degli altri di avere un primo.

Gli uomini e le donne hanno due modi di stare al mondo: l’uomo è più orientato alla conquista, dove tutto diventa una guerra; per la donna conciliare la propria spiritualità con la tensione ad affrontare la vita più tipica del maschile non è semplice e spesso conduce a profonda crisi. Queste considerazioni non riguardano solo l’architettura ma l’aspettativa che le donne e gli uomini maturano rispetto la loro esistenza professionale e il rimando che arriva a loro dalla società.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto? E perché?

Affermarsi professionalmente è molto più difficile per le donne, non solo per le donne architetto. Storicamente le donne hanno difficilmente potuto occupare posizioni di grande rilievo socio-politico, basti pensare alla Presidenza della Repubblica di cui mai è stata nel nostro paese (e non solo) investita una donna, o alle cariche più alte dentro le diverse professioni. E ciò accade ancora nonostante l’indagine che risale ormai al ’90 del Cerved Group dimostri, a suon di dati, come le donne ai vertici delle imprese siano una presenza positiva. Fanno fatica a entrarci,  ma quando ci sono migliorano i risultati.

Il dibattito femminista, cui ho partecipato fin dagli anni universitari, ha elaborato una nutrita letteratura in tal senso, distinguendo tra indipendenza e autonomia, liberazione e separazione, questioni molto complesse che meriterebbero un’approfondita analisi.

Direi comunque che una donna è meno incline al compromesso e la complessità della personalità femminile rende molto più difficile per una donna lo stare al mondo. Credo anche che una donna sia più “in ascolto” e quindi più propensa a coltivare la propria intimità; questa tensione conduce inevitabilmente ad una maggiore implosione rispetto al mondo maschile. Ma, detto ciò, non me la sento di generalizzare, perché esistono donne molto radicate nel tessuto sociale dentro panni e modalità tipiche dell’attitudine maschile e viceversa.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Non ho un progetto che mi è rimasto nel cuore più di altri. Ogni mio lavoro rappresenta la penetrazione dentro un mondo che di volta in volta è sempre sconosciuto, ignoto e costituisce l’inizio di una nuova avventura, che lascia tracce, solchi profondi dentro la mia anima e alimenta la mia conoscenza.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Sono un’accanita fan dei social che fino a sei o sette anni fa snobbavo!!

Li ritengo un ottimo e rapido veicolo di conoscenza che consente prossimità a tematiche che talvolta rappresentano una vera e propria novità rispetto alla mia curiosità onnivora.

Sono per me ottimi spunti per operare poi gli approfondimenti del caso.

Nella mia attività progettuale utilizzo inevitabilmente la tecnologia attraverso le mie collaboratrici ma il processo che porta al progetto è fatto di studio, ricerca, cui seguono pensieri che dapprima si manifestano grossolanamente nella mia mente e poi vengono trasferiti sulla carta attraverso appunti, schizzi, annotazioni e citazioni varie. Fogli e penna, carta e forbici continuano ad essere per me fondamentali.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Attualmente il mio lavoro è così organizzato: mi occupo in prima persona del cosiddetto new business e, una volta ottenuto un incarico sviluppo il progetto generalmente con la collaborazione di una o due architette e una grafica che mi affiancano negli ultimi due anni. In passato lo studio era popolato da un elevato numero di collaboratrici che lavoravano con regolari contratti di lunga gettata: il mio sogno allora era legato alla crescita di una squadra, un team “al femminile” che potesse maturare ampie autonomie sia progettuali che gestionali. Negli ultimi anni sono stata costretta ad abbandonare a malincuore questo ambizioso obiettivo e, con molta più fatica e tanta solitudine, mi ritrovo a “servirmi” della professionalità di collaboratrici ormai abituali che svolgendo a loro volta la libera professione operano con me – come con altri – su commessa.

In ogni caso prediligo le collaborazioni con donne con cui sento maggiori affinità, pur trovandomi poi a lavorare in team con una moltitudine di professionalità maschili nel corso della preparazione di una mostra.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Il mio consiglio, oggi più che mai, è quello di perseguire il proprio sogno, abbracciando il percorso di studi che risponde più puntualmente alle proprie propensioni nella soddisfazione delle velleità individuali.

Aggiungo un piccolo suggerimento, ovvero cercare di individuare dentro il territorio legato ai propri interessi di studio gli interstizi e le nicchie non ancora esplorate o inflazionate perché più è alto il livello di specializzazione e, diciamo così, specificità professionale, più aumentano le possibilità di impiego.

Sottolineo e aggiungo l’importanza del conoscere, studiare, approfondire, essere curiosi senza farsi imbrigliare dai confini del proprio paese di appartenenza.

Lo spirito attuale ha subito un grande cambiamento preferendo l’esperienza e il vissuto immediato, piuttosto che la conoscenza e la sagacia. E sono profondamente convinta che questo atteggiamento porti inevitabilmente alla decadenza culturale in tutte le sue espressioni. Come ci trasmette Guido Ceronetti nel suoIl silenzio del corpo, l’uomo paga un prezzo molto alto quando, senza rendersene conto, affronta gli avvenimenti della vita senza la conoscenza.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Sento molta vicinanza ai progetti di Carlo Scarpa e Franco Albini connotati da una quasi maniacale cura per il dettaglio. Sono contemporaneamente molto legata al lavoro di Luis Barragan, l’architetto messicano che ha ammantato le sue architetture di colore: la persistenza della luce e del colore come elemento fondante delle sue architetture mi è assolutamente familiare. Ciascuno dei miei progetti fa appello a questi due elementi che ne qualificano la ragion d’essere.

Rispetto al design amo la lampada Switch oro, un piccolo gioiello disegnato dal giapponese Nendo per Oluce

Dove preferisci o preferiresti abitare?

Mi sento un’apolide non particolarmente ancorata a un luogo. Un tempo avevo eletto le Cinque Terre a mia patria d’elezione e proprio a Corniglia, la più impervia e selvatica delle cinque, ho avuto una casa per più di dieci anni. Ma non essendo una persona dipendente – è ormai conclamato!! – non ho sofferto l’abbandono di quel territorio e quando ci sono ritornata l’ho vissuto con piacere ma con altrettanto distacco. Ora come ora vorrei vivere in quel luogo che mi offra l’opportunità di esprimere la mia creatività a tutto tondo, riconoscendone il giusto valore anche dal punto di vista economico. La dimensione per così dire “affettuosa” di certi luoghi mi affascina molto e mi fa sentire a casa – un esempio su tutti, Venezia, città in cui ho sempre anelato trascorrere un periodo lungo della mia vita lavorativa senza riuscire nel mio intento – ma sono convinta che il lavoro sia centrale per il mio essere a mio agio in un luogo.

Non sei sposata e non hai figli, ma Il tuo lavoro impegnativo permetterebbe di avere e soddisfare le esigenze di una famiglia?

In verità è un problema che non mi sono mai posta essendo io una single, che ha sempre riconosciuto la vita professionale come la propria vita.

Per giunta la famiglia come istituto non è mai stata contemplata come possibilità legata alla mia esistenza, semmai è stata criticata e combattuta in quanto istituzione reazionaria e funzionale al sistema.

Il tuo difetto maggiore? E il tuo pregio?

Il mio principale difetto – la scarsa diplomazia – penso sia anche il mio pregio, perché mi rende una persona sempre sincera e franca.

Di cosa ti stai occupando ultimamente e quali sono stati i tuoi ultimi lavori?

Da più di un anno, da quando cioè ho riunito la mia abitazione al luogo del mio lavoro, amo chiamare quest’ultimo atelier, perché è quello il luogo della mia riflessione, progettazione e non ultimo, sperimentazione. Questo per dire che la mia quotidianità è costantemente impegnata nel portare avanti sia l’attività più squisitamente professionale che mi vedrà a breve impegnata nella riprogettazione di un museo e nella direzione artistica di una mostra – una avvincente penetrazione dentro nuovi territori della scienza – e la mia ricerca artistica che significa in questo periodo l’approfondimento di una collezione di arte applicata intorno al tema delle mappe. Mappe che, come sostiene Brian Harley, lo storico della cartografia più influente degli ultimi anni, “sono rappresentazioni grafiche che facilitano una comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo umano”. La mappa se da un lato, disciplina, delimita, economizza e regola lo spazio, dall’altra ne crea uno nuovo, generando mondi di senso e visioni.

Nel cassetto ho anche un paio di idee per progetti site specific di grandi dimensioni, progetti in cui le due mentalità – quella dell’architetto e quella dell’artista – vivono intrecciate dentro un’unica espressione, l’assemblage.

Vorrei riuscire a dedicarmi con costanza allo sviluppo di queste idee ancora embrionali, sapendo che solo attraverso la dedizione assoluta riuscirò ad arrivare ad un risultato soddisfacente.

Nell’ultimo periodo sono invece stata completamente assorbita dal compimento del progetto di allestimento della mostra Homo Sapiens, che ha inaugurato al Mudec, il nuovo Museo delle Culture di Milano: un grande progetto narrativo che esplora la storia dell’uomo attraverso una rete di percorsi espressivi in grado di sollecitare il pubblico mediante una lettura incrociata e ravvicinata. Più di duecento reperti per raccontare la storia della diversità umana. Una sequenza di installazioni per far vivere al pubblico uno spettacolo tra storia, scienza e architettura. E l’occasione di una duplice esperienza: quella della tensione di una domanda, ma anche l’invito alla meditazione e al silenzio.

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BARBARA CITTERIO

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Barbara CITTERIO è  convinta della superiorità delle donne e delle loro straordinarie capacità che non teme rivali.

Ho incontrato Barbara a cena e la serata, complice il buon vino, si è rivelata assolutamente favorevole per confrontarci su come ciascuna di noi percepisce il rapporto con il maschile sul piano professionale: sulle prime sembriamo distanti nell’affastellarsi delle nostre considerazioni ma in verità basta approfondire e sviscerare per meglio comprendere. Insomma Barbara è talmente convinta della superiorità delle donne e delle loro straordinarie capacità che non teme rivali!!
Il fatto che – lei afferma – le donne abbiano fatto passi da gigante dal dopoguerra ad oggi la dice lunga!!! Ed è proprio in virtù di questa sua profonda consapevolezza che non avverte difficoltà legate a questioni di genere.
Racconti del suo passato professionale – prima la sua società di progettazione di interior design, seguita dall’esperienza presso una grande ditta di allestimenti con head quarter a Torino – si sovrappongono a frammenti di tempo che celebrano la sua odierna specificità progettuale.
Mi faccio spiegare in cosa precisamente consista il lavoro di consulenza che Barbara sviluppa per lo PORTRAIT 2www.studio65.eu, storico team di architettura che da anni si occupa prioritariamente di edilizia e design nei paesi arabi e scopro le peculiarità distributive dei compounds di proprietà della committenza di cui lo studio si occupa. La ricerca capillare e la mappatura dell’alta artigianalità che Barbara porta avanti percorrendo in lungo in largo il territorio italiano è estremamente affascinante, soprattutto perché sostenuta dalle illimitate potenzialità di spesa dei suoi clienti “luxury”.
Ma la nostra conversazione muove dalla iniziale vocazione che ha portato Barbara dov’è ora…

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?
No, ma ho avuto la fortuna che mi hanno passato la somma dei loro geni; tutti e due disegnavano benissimo: mia madre aveva frequentato il liceo artistico e mio padre il Politecnico. Inoltre sono stata ispirata da una casa di lontani parenti a Gattinara, quando, a cinque o sei anni ho chiesto di poter andare in bagno – me lo ricordo ancora adesso: pavimento e zoccolo alto in marmo nero, pareti rosso pompeiano, sanitari ottocenteschi – ed io ho pensato “io voglio fare questo!!!”.
Non mai cambiato idea!

Architetto o architetta?
Architetto, quando lavoro sono una persona.

Cosa significa per te fare architettura oggi?
Presentare e realizzare nel piccolo o nel grande un progetto pensato, coordinato ma con poesia.

A chi ti ispiri?
Ai miei miti: Ludwig Van Beethoven, Joseph Conrad, Emily Dickinson, Peggy Guggenheim, Frank Lloyd Wright, Luis Barragan, i SITE.
E all’arte contemporanea.

E cos’è per te la bellezza?
Spazio, colore, luce per tutti e in tutti i contesti: case, luoghi di lavoro, città.
La bellezza aiuta a vivere, deve essere inalata tutti i giorni, è uno straordinario antidoto contro l‘avvelenamento da ignoranza e cattiveria.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?
La sensibilità dovrebbe essere coltivata da tutti, femmine o maschi, non sono capace a contestualizzarla, la vorrei sparsa su tutto, come pioggia.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?
No, anzi, trovo che le donne siano capaci di più concentrazione e capacità di lavorare in gruppo, chiaro che è difficile portare avanti la carriera e la maternità, ma le donne hanno grandi capacità di gestione della vita.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?
Solo una volta, ma non mi hanno ferito. Ho capito che la gente ha molte paure, che spesso il coraggio viene identificato come follia e che se hai carattere sei di “cattivo carattere”.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?
La prima casa progettata e realizzata per un collezionista d’arte.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?
Ne conosco molte, tutte dotate di fantasia e capacità di inventarsi e di reinventarsi a seconda delle situazioni. Trovo che abbiano reagito meglio degli uomini alla crisi che ha colpito l’Italia con più concretezza e senza mai piangersi addosso.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?
Buono. Io sono passata dal lavoro a tecnigrafo e copie cartacee al computer e al digitale; sono fortunata ad essere cresciuta professionalmente nel mezzo del guado ed ho potuto assorbire e interiorizzare entrambi i mondi.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?
Ho più incarichi. Non mi piace essere specializzata, trovo molto buono per me il fatto di avere obbiettivi diversi, il che mi permette di non impigrirmi.
In tutti i lavori che ho più che delegare mi piace realizzare la commessa assieme ad altri: il ruolo che svolgo personalmente riguarda il coordinamento generale e la verifica finale prima della presentazione al cliente.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?
La collaborazione stretta sia con i collaboratori che con i professionisti, lo scambio di idee, la definizione dell’obbiettivo e la suddivisione del lavoro.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?
Trovo che i consigli sono sempre difficile da dare, ma se piace sì, certo!!!! Con l’unico suggerimento di cercare di capire cosa davvero si vuole, la laurea in architettura permette l’esplorazione di molti campi. Sperimentarli tutti potrebbe essere un’idea!!

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata.
La lampada Tube di Eileen Gray che ho accanto al letto.

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Come riesci a conciliare la tua attività di “viaggiatrice alla ricerca…..” con l’impegno professionale in studio?
Per me sono la stessa cosa, ho capito presto cosa mi piaceva e cosa mi faceva e mi fa ancora felice, il mio viaggio di ricerca passa dalla mia professione.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….
Matite colorate, acquarelli, gessetti ad olio e ne sono gelosa, sono le uniche cose che non voglio che vengano usate da altri.

Una buona regola che ti sei data?
Rispondere a tutte le richieste velocemente con professionalità e gentilezza

Il tuo working dress?
Tailleur con una sfrenata passione per le scarpe!

Città o campagna?
Città

Qual è il tuo rifugio?
Casa mia

Ultimo viaggio fatto?
Viaggio molto per l’Italia, l’ultimo in ordine di tempo sono quattro giorni a Palermo.

Il tuo difetto maggiore?
La poca empatia con le persone

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?
La costanza

Un tuo rimpianto?
Non essere andata all’estero a lavorare subito dopo la laurea

Work in progress….?
Per adesso metà sul sociale – gestione di progetti e pratiche per cooperative sociali – e metà sul lusso – progettazione di case all’estero in collaborazione con lo Studio65 – e ogni tanto un’abitazione.
E poi vediamo cosa riserva il futuro che è sempre diverso da quello che uno immagina ed è forse per questo così interessante e affascinante.

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ANGELA FERRARI

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Angela Ferrari architetta, narratrice e illustratrice  di storie. Profonda sostenitrice dell’abitare etico dove la vita dell’uomo non è subordinata agli scopi della produzione ma all’ascolto delle persone e della società .

portrait_me-and-the-big-white-flowerHo proposto l’intervista ad Angela, Ansgelina nel nostro abituale conversare epistolare, perché ha vissuto e vive nella patria dell’ Architettura moderna del nostro paese con la A maiuscola, la Città dell’Uomo, e – come ci riveleranno le sue stesse parole – da Adriano Olivetti e dalla sua visione sociale, ha ricevuto una immensa e profonda lezione di vita prima ancora che di “abitare etico” in quel luogo divenuto emblema di rispetto ambientale, dove la vita dell’uomo non è mai stata subordinata agli scopi della produzione ma l’ascolto delle persone e della società è sempre stato al centro della politica olivettiana.  

E poi mi interessava esplorare e portare alla ribalta la sua duplice attività: quella dell’architetto che penetra nelle quotidianità abitative e le trasforma, e quella della narratrice di storie non solo attraverso la scrittura ma anche con il compendio delle sue illustrazioni cariche di poesia. Come si conciliano le due, anzi per meglio dire le tre passioni, e come Angela viva la sua appartenenza alla comunità di architetti è quanto scopriremo dalla nostra conversazione.

Sei stata incoraggiata alla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Terminato il Liceo Scientifico avevo poche idee ben confuse, come si suol dire. La mia famiglia voleva che seguissi le orme paterne e mi iscrivessi ad Architettura, facendo leva sul fatto che ho preso in mano una matita (per disegnare) forse prima di una forchetta, mentre io opponevo resistenza perché non ero sicura che avrei voluto per me un futuro tutto piante, prospetti e sezioni… Quell’autunno finii per accontentare i miei ed ora faccio la spola tra i progetti di case e quelli dei libri che scrivo ed illustro.

i-sogni-vanno-coltivatiArchitetto o architetta?

La desinenza in campo professionale è un argomento che mi appassiona poco perché non la ritengo essenziale per farmi sentire più considerata rispetto a un collega. Non sto tra le suffragette del “Datemi una A!” non perché non credo che l’uguaglianza possa passare anche da un nome, ma perché nel nostro Paese certe campagne si fanno più per forma che per sostanza. E, quando non c’è sostanza, le etichette non funzionano. Io, comunque, mi presento come Architetto, gli altri sono liberi di chiamarmi tanto in un modo quanto nell’altro.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Il mio professore di Composizione1 esordì alla prima lezione mostrandoci un suo libro intitolato: “L’edilizia non è Architettura”. Un distinguo essenziale, di cui è stato utile esserne da subito ben consapevoli, così da provare a sognare, ma senza illudersi. Infatti, non so quanti, usciti dalla facoltà, siano poi riusciti a vivere con la seconda.

L’Architettura, con la A maiuscola, è per pochi; l’edilizia, anche buona, è per tutti gli altri.

A chi ti ispiri?

Credo che il compito dell’architetto sia assolto quando riesce a sposare la funzionalità di un edificio con la sua estetica e, fortunatamente, matrimoni perfetti se ne vedono tanti, in giro per il mondo. Abitando ad Ivrea, è stato naturale imparare la lezione olivettiana, con i suoi edifici razionalisti immersi nel verde, progettati per il benessere dei dipendenti (case, stabilimenti, uffici, asili nido, colonie….). Come una meteora, Adriano (Olivetti) ha illuminato una società tornata al buio, dopo il suo passaggio. Provo per lui un misto di ammirazione e gratitudine come per pochi altri.

E cos’è per te la bellezza?

Tutto ciò in grado di declinare lo stupore in meraviglia. Non importa che risponda a canoni armonici o stilemi precisi, quel che conta è che tra il prima e il dopo l’esperienza che vivo, io mi senta umanamente arricchita, personalmente migliorata.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Forse la differenza sta nel modo di guardare le cose e quindi nell’approccio al progetto. Secondo me la donna ha una visione orizzontale, “ad abbraccio”, per cui ogni aspetto è legato all’altro senza una predominanza marcata, mentre l’uomo possiede una visione più verticale, gerarchica, in cui l’aspetto pratico domina su tutti gli altri.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Oggi credo sia difficile per tutti. La generazione di mio padre alla mia età era considerata professionalmente arrivata, mentre la mia deve ancora partire!

Sempre più committenti sembrano preferire le donne architetto e anche in cantiere, per molto tempo un luogo somigliante a un gentleman club londinese (quindi off-limits per il gentil sesso), le cose stanno cambiando sempre di più e sempre più velocemente.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Non mi sono mai misurata con progetti tali da richiedere figure professionali in competizione tra loro. Ho visto fare discriminazioni mentre ero all’università, dove certi professori sostenevano, senza nemmeno troppo pudore, il figlio di, il nipote di, l’amico di, per certi incarichi o in alcuni esami.

Insomma, in Facoltà il “di” valeva come il “von” germanico alla corte asburgica.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Io mi occupo principalmente di ristrutturazioni. La loro peculiarità è che ti obbligano ad operare entro certi vincoli dettati dalla progettazione originaria. I vincoli limitano, certo, ma stimolano anche la ricerca di soluzioni non banali, originali. Quando si ha la fortuna di lavorare con committenti che ti danno la loro piena fiducia, il ripagarli con un risultato che li vede pienamente soddisfatti è ciò che mi fa sentire più appagata.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Devo ripetermi: lavorare oggi in Italia credo sia difficile per tutti. Non è una questione di genere. Assistiamo ad un abbassamento qualitativo in tutti gli ambiti la società, in cui all’impoverimento economico si affianca quello culturale, per cui molte regole etiche sembrano non valere più.

Sarebbe utile che ognuno tornasse a fare (bene) il proprio mestiere, rispettando quello degli altri.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Se un novello Darwin oggi scrivesse “L’origine della specie… tecnologica”, io sarei sicuramente classificata come Bradisauro, ovvero un essere metà bradipo e metà dinosauro, perché mi avvicino agli oggetti smart con una lentezza degna del primo, per poi essere vorace e famelica come il secondo.

Nel lavoro, appartengo a quella generazione che ha iniziato con Rapidograph, lamette ed eliocopie. L’avvento del computer è stato innegabilmente un grande supporto tecnologico di cui non farei più a meno ma, che si tratti di architettura o scrittura o illustrazione, io inizio sempre con carta e matita.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

La maggior parte del mio lavoro è tale da non richiedere collaborazioni, però mi capita di seguire alcuni progetti insieme a mio padre.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Essere consapevole di essere al servizio di qualcuno, per cui sapere di dover ascoltare, progettare, proporre e mai imporre. Non dimenticare mai che la casa appartiene a chi la abita e non a chi la progetta.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Più che darle consigli, le farei gli auguri!

Ho già espresso ciò che penso sull’essere architetti oggi in Italia, per cui la sola cosa che mi sentirei di suggerire è, se è possibile, di fare esperienza all’estero, formativa o lavorativa che sia.

Vedo più spazi, maggiori possibilità rispetto al nostro Paese, che è sempre il più bello del Mondo, ma la bellezza non basta per viverci bene.

Angela ferrari-abitare-etico
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Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Mi piacciono molto le lampade per gli effetti di luce che sanno creare. Ricordo che da piccola rimasi impressionata dalla Biagio e dall’Arco, forse perché il marmo è la mia radice, mentre da adulta ho molto amato Lucellino di Ingo Maurer, essenziale e, al contempo, estroso. Per quanto riguarda un’architettura, tra le tante forse mi sento di dire l’opera omnia di Cesar Manrique a Lanzarote. Indimenticabili le architetture (spesso bianche) modellate sulla roccia bruna, figlie di quel rapporto Uomo-Natura alla base della sua visione dall’impronta fortemente ecologica.

Come riesci a conciliare la tua attività di scrittura e illustrazione con l’impegno professionale?

Le mie giornate iniziano presto, mooolto presto!

Sto vivendo un periodo in cui riesco a trovare tempo ed energia per entrambi. Organizzo l’una in funzione dell’altro, a seconda delle scadenze di entrambi.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Il caos. Hai voglia di rispondere ai detrattori del genere che si tratta di disordine creativo! La verità è che sono un’accumulatrice seriale di carta, giornali, schizzi, appunti, chiavette, penne, lapis e gomme. Le volte in cui mi rendo conto che è troppo anche per me, mi faccio prendere da decluttering ossessivo e il piano della scrivania torna a mostrare il legno di cui è fatta. Ma è questione di pochi giorni, ça va sans dire…

Una buona regola che ti sei data?

Nel lavoro, si arriva presto e con gli impegni già definiti. Perché l’improvvisazione non è davvero tale nemmeno a teatro.

Il tuo working dress?

Confortevole. Minimalista. Bianco, nero e grigio, come fossi una TV degli Anni ’70. E i jeans (anche fuori dal lavoro). Fino a quattro anni fa, in ufficio mi permettevo pure il tacco, ma da quando ci vado con il mio cane Cosmos (fuori weim, dentro mustang) le sneaker non sono un’opzione, ma la regola.

Città o campagna?

Veramente per me la parola chiave è: mare. Che poi sia un alloggio in città piuttosto che una casa in campagna, poco importa. Ciò che conta è poter vedere e toccare l’acqua salata.

Qual è il tuo rifugio?

Siamo una famiglia di toscani prestati al Piemonte. Il nostro buen retiro di questi anni è una casa appartenuta a mio nonno, aggrappata al fianco delle Apuane, da cui si vede il Tirreno. A nord la Liguria, ad est l’Emilia-Romagna, a sud la Toscana e ad ovest il mare. Se a tutto questo aggiungiamo il mio compagno e Cosmos tutti per me, nonché i miei libri – sia quelli da leggere, sia quelli da scrivere – direi che sono a posto così, grazie.

Ultimo viaggio fatto?

Degno di questo nome, quello in Portogallo nell’estate del 2011.

Il tuo difetto maggiore?

Maggiore nel senso di peggiore, sicuramente il fatto che non perdono chi ferisce con intenzione e senza essere stato provocato, perché sono convinta che sia destinato a ripetersi. Il porgi l’altra guancia è per chi ci crede e, per dirla come un saggio umorista, grazie a Dio sono atea.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

La coerenza, che mai ha abdicato a favore della convenienza.

Un tuo rimpianto?

Essere stata poco coraggiosa.

Work in progress….?

Quest’autunno dovrebbero partire alcune ristrutturazioni e i miei laboratori creativi. Spero di trovare il tempo per dare forma definitiva a due libri per bambini che aspettano già da un po’.

Nel caos della scrivania, ovviamente!

CHIARA GARIBALDI

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Esperta in spazi tecnologici sostenibili, Chiara è tra i fondatori di Share Festival, di cui oggi è direttore generale, Share Prize e Action Sharing.

Studiosa dei rapporti tra architettura e natura, tecnologia e sostenibilità nell’era digitale, indaga come new media e società globale influenzino i linguaggi del vivere contemporaneo.  Il filo conduttore delle sua ricerca come architetto parte dall’analisi di come le forme del contemporaneo sono influenzate dall’epoca digitale e globale, approdando alla direzione di vere e proprie produzioni multimediali condivise con giovani artisti e ricercatori di settore.

Se dovessi descrivere Chiara la definirei una donna volitiva, fortemente proiettata al futuro ma al contempo estremamente ancorata ai valori della tradizione mediterranea che le appartiene profondamente.

ritratto-chiaraSei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Né incoraggiata né ostacolata; posso dire che hanno accolto ed appoggiato la mia scelta pur avvertendomi – già negli anni ottanta – che non sarebbe stata una scelta facile: in Italia in quegli anni il boom edilizio era già terminato e si intravedevano le difficoltà successivamente emerse.

Qual è il progetto che ti è rimasto nel cuore?

Non ne ho uno in specifico ma vari che rispecchiano le diverse esperienze professionali

Architetto o architetta?

Architetto ma soprattutto per abitudine. Non credo che l’affermazione di una donna che si occupa di architettura dipenda da una “o” o da una “a”. Certamente per le donne che lavorano con l’architettura, campo prettamente maschile fino a pochi anni fa, è più complicato che per gli uomini.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Non è certo facile fare architettura oggi; penso significhi cercare di migliorare qualità della vita dell’uomo ed andar oltre le grandi opere spesso solo emblematiche

A chi ti ispiri?

Al luogo e alle persone del progetto, non ho un vero è proprio “maestro” in cui identificarmi ma ammiro tutti quei progettisti che hanno saputo inserire la luce come fondamentale elemento progettuale. È la luce a generare le forme, senza la luce gli spazi si appiattiscono, appaiono bidimensionali, la mancanza della terza dimensione mi intristisce.

E cos’è per te la bellezza?

Non facile definire un concetto così sublime, forse qualcosa di armonico e che mi suscita sensazioni positive

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Si evidenzia fin dai primi approcci per poi emergere nelle forme e negli spazi creati

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Purtroppo si; qualcosa sicuramente è stato migliorato e raggiunto ma diciamo che il cammino è ancora lungo

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Penso che nel corso della carriera professionale possa capitare a tutti qualche discriminazione, personalmente ho provato a superare gli ostacoli o a cercare alternative

share-prize_in-giuria-con-samantha-cristoforetti-paola-antonelli-curatrice-dir-design-moma-ny-e-bruce-sterlingCosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

È un momento complicato per l’architettura in generale, sia per le donne che per gli uomini ma desidero anche far tesoro della possibilità che durante i momenti più critici possano nascere nuove ed i interessanti situazioni da esplorare

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Diciamo normale, con l’avvento della rivoluzione digitale non nego agli esordi i miei dubbi e timori. A quel punto per cercare di afferrare cosa stava realmente accadendo ho provato a capirlo attraverso l’arte, avvicinandomi sempre più a quelle correnti artistiche che utilizzano i nuovi media come strumento artistico. Non più lo scalpello o il pennello per generare un’opera d’arte ma un computer, una telecamera o un gps; è un campo interessante da esplorare e l’arte mi ha aiutato e mi aiuta a capire la rivoluzione digitale che stiamo vivendo.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Seguo personalmente l’evoluzione dei progetti sino alle loro realizzazioni.

La vera soddisfazione arriva quando realmente vedi concretizzarsi nella realtà quello che tu avevi immaginato.

Amo molto lavorare in gruppo quindi delego quello che posso molto volentieri

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Cercare consenso per raggiungere gli obiettivi

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Tutte le volte che me lo chiedono e non sono poche rispondo che sono gli studi più belli ed interessanti che potrebbero fare. Certo, il lavoro non è immediato…..ma si può tentare!

work-in-progressUn oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Come non ho un unico maestro ho difficoltà a definire un oggetto o un’architettura che mi corrispondano totalmente.

Non ho nemmeno una sola città, figuriamoci se ho un oggetto o un’architettura unica!

Come riesci a conciliare la tua attività di direttore generale di Share Festival con l’impegno professionale?

Con la flessibilità che la mia personalità e la rivoluzione digitale mi offrono: Share Festival – www.toshare.itè un altro dei miei progetti che porto avanti con passione, curiosità e perseveranza.

E com’è nato il tuo interesse per l’arte digitale?

Come ho spiegato per cercare di comprendere la rivoluzione digitale in atto.

L’arte in tutti i suoi aspetti mi ha sempre aiutato a risolvere situazioni, alcune volte anche tristi e difficili, quindi perché non perseverare in questi cammini anche rispetto l’arte digitale

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Vari appunti, cartelline e matite non sempre ordinatissime dei “lavori in corso”

Una buona regola che ti sei data?

Ascoltare gli altri e dormirci su almeno una notte quando ho dei dubbi o delle difficoltà

Il tuo working dress?

Non così diverso dal mio vestire quotidiano; diciamo semplice, comodo ma possibilmente femminile

Città o campagna?

Amo molto la natura e ne ho un gran bisogno ma il mio quotidiano è sempre stato urbano e forse sempre lo sarà

Qual è il tuo rifugio?

Un terrazzo possibilmente di fronte alla luna

Ultimo viaggio fatto?

Viaggio vero e proprio, il viaggio in Brasile anche se per lavoro sono spesso fuori sede.

Inoltre ho due città di riferimento, Torino e Siviglia, la prima peri nascita, la seconda, dalla quale sono appena tornata, per scelta: un continuo “volver” al quale non riesco a rinunciare

Il tuo difetto maggiore?

Difetti penso che in generale se ne possano avere anche più di uno, essendo una persona non da unico mi è difficile individuarne uno solo, forse potrebbe essere un pò la superbia

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Forse l’entusiasmo e la perseveranza

Un tuo rimpianto?

Professionale, non avere lavorato nella scenografia dell’opera lirica, potrebbe non accadere mai anche se non è mai detto!

Work in progress….?

Attualmente continuo a occuparmi di Share; la prossima edizione del festival coinciderà con i 10 anni di Share Price: è sempre stimolante arrivare a 10!

E poi i miei cantieri tra le Alpi, restaurare antichi fabbricato d’alta quota mi dà soddisfazione e energia frizzante di montagna da passare ai miei progetti

ANNA FRESA

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Anna Fresa è un’instancabile globetrotter che è riuscita a declinare questa sua vocazione nell’attività professionale divisa tra Napoli, la sua città, e Parigi, dove attualmente ha una dépendance del suo studio. Architetta in un  paese dove si fa ancora molta fatica a legittimare le donne nella maggioranza delle professioni

Parlare di Anna significa parlare di sorellanza.

Conosco Anna da venticinque anni, o forse ventisei….ho perso il conto. E con lei ho chiacchierato e scritto di architettura e letteratura, arte e vita, quando ancora si scrivevano le lettere con i francobolli e il nostro carteggio volava tra Napoli e Torino con una sorprendente velocità e quantità di missive.

Non le mail, men che meno gli sms!!

I nostri disordinatissimi archivi sono pieni delle nostre voci, dei pensieri ‘spalmati’ su metri e metri di veline rosa e azzurre. Ma anche di fogli bianchi pieni degli schizzi dei nostri primi lavori, dei progetti che mettevamo in atto agli esordi della nostra carriera professionale.

Straordinarie velleità, prototipi di oggetti, progetti di iniziative culturali talvolta complesse.

Utopie. La linfa della Bellezza.

Abbiamo percorso strade parallele, sempre molto vicine, che non si sono mai congiunte, nel rispetto e nell’amore delle reciproche scelte.

Anna è un’instancabile globetrotter che è riuscita a declinare questa sua vocazione nell’attività professionale divisa tra Napoli, la sua città, e Parigi, dove attualmente ha una dépendance del suo studio.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Sono stata incoraggiata dalla mia famiglia a studiare e a frequentare l’Università che, più che una scelta, è stata la naturale conseguenza di un’appartenenza sociale alla media borghesia napoletana. Per quanto riguarda la mia passione per l’architettura è stata sicuramente influenzata da una tradizione familiare di costruttori ed ingegneri, ma soprattutto determinata dal mio interesse verso l’arte e la creatività in generale.

Architetto o architetta?

Questa, come la domanda lascia intuire, non è una mera questione lessicale. Quando ho lavorato a Barcellona ero arquitecta e non arquitecto, ma si sa la Spagna da questo punto di vista è più evoluta di noi. In Italia sono architetto, spesso anche “signora”, visto che nel nostro paese si fa ancora molta fatica a leggittimare le donne nella maggioranza delle professioni. D’altronde il fenomeno delle donne architetto è piuttosto recente, basti pensare che, dalla sua istituzione negli anni ‘30, nell’Albo dell’Ordine degli Architetti di Napoli per ben trent’anni è stata iscritta come donna la sola Stefania Filo Speziale, grande professionista, purtroppo dimenticata, a favore di suoi ben più mediocri contemporanei!

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Riformulerei la domanda aggiungendo un elemento sostanziale: cosa significa fare architettura oggi in Italia? Significa fare una grande fatica! Ci sono troppi professionisti, poche opportunità e, soprattutto, nessuna regola. Personalmente sono stata piuttosto fortunata perché posso fare Architettura, che per me è soprattutto immaginare e costruire spazi dove mi riconosco e dove gli altri si possano riconoscere.

Ma è arduo.

A chi ti ispiri?

Difficile dirlo.

Ho studiato e guardato molta architettura ma ciò che mi ispira di più è l’arte, in quanto contiene concetti spaziali e formali assolutamente puri. Tra gli architetti ho amato molto ed amo Giò Ponti e Rudolph Schindler; tra i contemporanei mi piacciono tante cose ma non ho riferimenti precisi.

E cos’è per te la bellezza?

Non so assolutamente definire cosa sia la bellezza per me. Prendo perciò a prestito, in senso lato, il concetto vitruviano di venustas che trovo sempre valido e condivisibile. La bellezza è quel sentimento, a volte diffuso a volte no, che permette alla creazione umana, o naturale, di sopravvivere alla furia del Tempo. Perciò nel caso dell’architettura è assolutamente necessaria, sebbene – in un’epoca contraddistinta dal non valore della durevolezza – diventa sempre più rara.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Questo è per me un campo piuttosto minato perché per affermare una differenza di sensibilità, che non sia banale, bisogna avere una grande consapevolezza del proprio agire nel mondo da donna. Perciò credo che non si possa generalizzare e che ritrovare piuttosto una diversa identità nelle donne in architettura sia una prerogativa di quelle che hanno fatto un percorso di presa di coscienza forte. Nel caso delle donne, infatti, non parlerei di sensibilità ma appunto di identità, e cioè di un diverso sistema di valori che poggia le basi su di una diversa relazione con il mondo che non è di conflitto ma di ascolto e, pertanto, l’architettura è l’affermazione dell’essere in divenire e non dell’ego.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Affermarsi è difficile per le donne in assoluto e, per affermarsi come architetto, molte donne della mia generazione hanno vissuto un momento di mimesi con il maschile, necessario per essere accettate. Questo fenomeno sta cambiando perché le donne stesse stanno verificando, sulla propria pelle, che mimetizzarsi è solo uno dei modi per essere schiacciate dalla cultura maschile egemone. Affermarsi come entità autonoma e non in quanto relazionate al maschile, è la scommessa del futuro. Ma ci vorranno tantissimi anni. Purtroppo dagli anni ‘60 in poi siamo state sconfitte in molte delle nostre battaglie culturali e mi sembra che siamo tornate nell’ombra di una complementarietà condita da una millantata e, tra l’altro, non richiesta “parità”.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Non mi vengono in mente episodi particolari, ma sento ogni giorno il peso di una diffidenza sociale che è come una zavorra nella professione. Sono certa che senza questo peso sarei andata molto più lontano.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

L’attività professionale che preferisco è quella legata alla progettazione delle ville unifamiliari. Amo molto questi progetti che sono per me il risultato di un vero e proprio transfert tra architetto e cliente. 8_bc_villa_arch_dsc61039_bc_villa_arch_dsc6111

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Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Bisognerebbe parlare della situazione delle donne in Italia più in generale, poi delle donne professioniste e quindi delle donne architetto. Il problema vero è che il mondo non si fida delle donne in quanto atavicamente inferiorizzate e ancora lontane dall’affermazione di una propria espressione post logos maschile. Quindi vincere professionalmente una diffidenza culturale aggiunge un handicap ad una professione già di per sé complessa in quanto legata, come tutte le professioni liberali, ad un profondo rapporto di comunicazione e fiducia tra cliente e professionista.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Anche nel nostro lavoro la tecnologia si è imposta in maniera prepotente, sia per quanto riguarda gli strumenti progettuali che per quanto riguarda le soluzioni tecnologiche nell’ambito della costruzione, in particolare quelle legate all’informatica. Nella progettazione il mio uso del computer è molto limitato, direi inesistente, piuttosto legato alla fase esecutiva svolta dai collaboratori. Mi sono laureata alla fine degli anni ‘80 ed ho più dimestichezza e piacere nell’uso della matita che non ho mai abbandonato. Nella costruzione sono invece piuttosto incline all’innovazione tecnologica e, dove posso, mi affido agli specialisti dai quali cerco di imparare.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Dal 2004 ho un socio con il quale condivido le scelte di base dello studio, ma poi ognuno segue i lavori di cui è il diretto responsabile. Purtroppo il nostro lavoro è profondamente cambiato dopo la crisi, prima della quale potevamo contare su uno studio molto più organizzato e con un numero consistente di collaboratori, tra cui vari senior, ai quali riuscivamo a delegare molto del nostro lavoro con risultati soddisfacenti. Attualmente abbiamo abbracciato una modalità più artigianale, vista la riduzione degli incarichi, per fortuna quantitativa e non qualitativa. Seguo, pertanto, molti lavori personalmente e, devo ammettere, con maggiore fatica ma con più soddisfazione.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Ho cominciato presto ad essere titolare di studio, dopo qualche esperienza come collaboratrice in Italia e Spagna. Ho sempre pensato che il luogo di lavoro dovesse essere un posto piacevole, nel quale le relazioni umane potessero andare al di là del mero svolgimento delle proprie mansioni. Ho cercato, perciò, di instaurare un rapporto di scambio personale e culturale, sia con il mio socio che con i collaboratori, funzionale anche e soprattutto alla qualità del lavoro. Spesso ho collaboratrici piuttosto che collaboratori in quanto, nella mia personale esperienza, sono più affidabili, più inclini ad apprendere e meno conflittuali da un punto di vista della gerarchia lavorativa.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Consiglierei a tutti di fare ciò che si ama. Ciò che suggerirei piuttosto è di cercare di studiare all’estero. Le facoltà di architettura italiane sono piene, salvando la pace di pochi, di insegnanti inadeguati al ruolo che rivestono, avendo costruito le proprie carriere sul nepotismo e l’affiliazione politica. E’ triste ma senza meritocrazia non c’è cultura e quindi non c’è possibilità di formazione adeguata alla necessaria competitività imposta dalla globalizzazione.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Un oggetto di design che mi piace e trovo ancora geniale è lo spremiagrumi di Philippe Starck, realizzato da Alessi. E’ stato il primo oggetto di design che ho comprato appena ho avuto la mia casa.

L’architettura a cui sono legata, benché sia molto lontana dal mio modo di concepirla, è il Beaubourg di Renzo Piano che fruisco regolarmente nella mia quotidianità parigina.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Tre o quattro matite e gomme da cancellare visto che ne ‘perdo’ una ogni tre o quattro ore e che puntualmente ritrovo nei luoghi più assurdi dello studio.

Una buona regola che ti sei data?

Purtroppo non riesco ad averne!

Il tuo working dress?

Piuttosto informale: prevalentemente jeans, camicia, giacca e scarpe comode. Vado molto in cantiere e non mi piace avere limiti di movimento.

Città o campagna?

Assolutamente città

Qual è il tuo rifugio?

L’isola di Procida

Ultimo viaggio fatto?

Miami

Il tuo difetto maggiore?

Perdo facilmente la pazienza

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

La perseveranza

Un tuo rimpianto?

Non essermi scelta un maestro

Work in progress….?

Sto finendo la ristrutturazione di un loft al centro di Parigi ed il restauro/ristrutturazione di un edificio ottocentesco nel centro storico di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta. Prossimamente, appena avrò una pausa, mi dedicherò a divulgare maggiormente la mia attività professionale visto che in ventisette anni di professione ho fatto tante cose ed ora che ho una maggiore consapevolezza ed identità avrei voglia di mostrarle.

ELENA DELLAPIANA

pubblicato in: Interview | 0

ELENA DELLAPIANA partecipa a MoMoWo – Women’s creativity since the Modern Movement – progetto di collaborazione europeo di larga scala finanziato dalla Comunità Europea come “Creative Europe”, di cui il Politecnico di Torino è capofila.

Sorriso accattivante, sguardo cordiale, Elena si racconta di fronte ad un caffè scrutando il mondo attraverso i suoi occhiali rossi. Mi parla del suo entusiasmo per la ricerca, dei suoi libri – che non sono pochi – della sua partecipazione attiva a MoMoWo – Women’s creativity since the Modern Movement – progetto di collaborazione europeo di larga scala finanziato dalla Comunità Europea come “Creative Europe”, di cui il Politecnico di Torino è capofila: www.momowo.eu, che prevede la costruzione di una mappatura delle donne progettiste europee nel campo dell’architettura, del design e dell’ingegneria civile dagli anni ‘30 ad oggi e una serie di iniziative volte a promuoverne la divulgazione in tutti i paesi partners.
1_PORTRAIT 1Come affermano sul Giornale dell’Architettura Emilia Garda e Caterina Franchini “MoMoWo vuole gettare un ponte intergenerazionale e incrementare la consapevolezza delle capacità intrinseche al genere femminile, contribuendo così al suo reale affrancamento….L’obiettivo finale è di tipo sociale e consiste nella mitigazione dei conflitti attraverso l’eliminazione delle disuguaglianze, complice uno strumento operativo d’eccezione: l’implementazione della cultura e del lavoro intesi come veicoli di emancipazione.”

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?
Sono una terza generazione di architetti, tu che dici?

Architetto o architetta?
Per me pari son, anche se, guardandomi intorno sto rivalutando la necessità di quote rosa; spesso ho l’impressione che non se ne esca senza.

Cosa significa per te fare architettura oggi?
In assoluto significa risolvere problemi con gli strumenti della forma e dell’articolazione degli spazi; 2_PORTRAIT 2oggi molta architettura risponde a problemi immobiliari, speculativi o di dimostrazione “muscolare”; i problemi a cui dovrebbe rispondere sono quelli sociali e della qualità diffusa.

Com’è maturata la tua scelta di dedicarti all’insegnamento universitario? E in particolare il tuo interesse per la storia dell’architettura e del design?
Prima dell’insegnamento è venuta la ricerca: essere pagati per studiare, cosa c’è di meglio? L’insegnamento viene di pari passo prendendo sempre più importanza col trascorrere del tempo (degli anni?); il desiderio è trasmettere la curiosità come visione del mondo, una qualità indispensabile per il progettista.
In questo senso la ricerca sulla storia dell’architettura e del design funziona o dovrebbe funzionare, come metro per leggere le cose che ci stanno intorno, case, sedie, città, e progettarne di migliori

Cos’e ̀per te la bellezza?
Credo quello che mi rende felice, misurato con pancia e occhio, in quest’ordine.
Poi c’è quella “culturale”. Più facile dire cos’è la bruttezza: ciò che è volgare, ignorante e autoreferenziale

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Non credo che ci sia un progetto “al femminile”. Esiste una lunga tradizione di condizionamenti culturali che hanno fatto sì, nel bene e nel male, che le progettiste abbiano maturato maggiore conoscenza di processi legati alla vita quotidiana e agli spazi domestici, all’assistenza e alla cura della persona e dunque li maneggino meglio.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?
Si, senza dubbio. Questo è vero sempre, a maggior ragione in professioni tradizionalmente maschili e che agiscono in contesti a loro volta popolati di lavoratori uomini, come l’architettura. Non è un’opinione, basta guardare ai dati, alle sequenze degli ingressi delle donne nelle professioni e nelle carriere

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?
No, non direttamente, e non in modo sessista, comunque non me ne sono o non ho voluto accorgermene

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?
Non ho un vero polso, a parte le statistiche sulle uscite professionali dei nostri laureati, che dicono poco sulla qualità. A senso, il quadro è difficile per tutti, per tutte le professioni che comportano grossi investimenti di denaro.
Gli ostacoli per le donne sono quelli di sempre, acuiti dalle minori risorse che influiscono su una minore efficienza del welfare di cui le donne maggiormente dovrebbero beneficiare

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?
Da utente medio-volenteroso. La considero uno strumento con grandi potenzialità e cerco di imparare a sfruttarla al meglio, nessuna riserva snobistica, sono molto più contenta di usare la rete piuttosto che impazzire dietro a notizie inafferrabili con strumenti tradizionali, per non parlare del lavoro di scrittura o del bucato!
Sono convinta, e ci sto lavorando, che le possibilità nel campo della trasmissione di informazioni e dati siano incredibilmente fruttuose, bisogna ragionare e diffondere i temi dell’etica, dei comportamenti, dei modi di implementare e interrogare.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?
E’ tutto regolato dagli impegni fissi, soprattutto il calendario delle lezioni; infilo in mezzo tutto il resto, cerco di essere ordinata e puntuale, il più delle volte mi riesce, non sempre. MI piace molto il lavoro di gruppo e ho un piccolo gruppo di giovani che lavorano con me. Purtroppo o per fortuna, quasi sempre li “perdo per strada” perché essendo bravi partono per altri lidi più promettenti: l’università è attualmente completamente bloccata, almeno in quelle che vengono intese come discipline di base

A quale tra le tue pubblicazioni sei più legata?
A quella che sto facendo, ovviamente! A parte ciò, forse a “Il design degli architetti Italiani” (Electa 2014) che ho scritto con Fiorella Bulegato, un’amica e collega. Rappresenta bene ciò che ho in mente sulla professione – la circolarità delle discipline – e sulla ricerca – la collaborazione e la contaminazione tra competenze – oltre a essere un lavoro very girlish!

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?
Si, senza dubbio. Sono convinta, riesumando un vecchio adagio, che un progettista abbia una marcia in più in qualsiasi campo, anche del tutto scollato dall’architettura o dal design. Non ce ne accorgiamo, ma veniamo abituati/forzati a una curiosità onnivora che diventa una visione.
E’ la barzelletta dell’architetto che sa poco di tutto… io penso che possa essere un grande complimento perché interessarsi a tutto permette di approfondire senza chiusure.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata ?
La Lampada Eclisse di Magistretti (1965) che ho sul comodino da quando ho memoria, tutta acciaccata ma piena della stessa magia. Per l’architettura è più difficile: mi commuove la chiesa di San Lorenzo di Guarini nella mia città, e la Fondation Vuitton di Gehry a Parigi, soprattutto ora con i colori di Buren; per dire che… non ho un’architettura del cuore.

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Come riesci a conciliare la tua attività di ricerca con l’impegno professionale dentro l’Università?

La ricerca è parte integrante dell’impegno in Università. Il bello è che ci sono i due versanti. Quello che insegni cambia sempre perché la tua ricerca avanza o è sempre uguale se non ne fai o se non è efficace, capito il trucco?

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….
Il casino, ahimè!!

Una buona regola che ti sei data?
Non accettare più lavori di quanto non sia in grado realmente di fare con ritmi accettabili; solo che non la rispetto mai

Il tuo working dress?
Total black, praticamente da sempre. Qualche punto di colore nelle sfumature del rosso, a seconda dell’umore.

Città o campagna?
Città, senza dubbio, anche se penso sempre che finirò i miei giorni nella casa di campagna dove ho passato tutte le mie estati di bambina, ma più in là, mooolto più in là!!!

Qual è il tuo rifugio?
Un romanzo

Ultimo viaggio fatto?
Lavoro a parte, un weekend a Parigi con i miei genitori e mio fratello, 4 architetti 4, praticamente un delirio

Il tuo difetto maggiore?
La ubris: la folle e improduttiva idea di poter controllare tutto

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?
La naturalezza nell’interagire con gli altri, senza mettermi in competizione: lato buono della ubris

Un tuo rimpianto?
Non me ne viene in mente nessuno. Memoria selettiva, da anziano

Work in progress….?
Una ricerca sulla percezione del progetto italiano in USA; la riprogettazione del corso di laurea in Design del Politecnico con il gruppo dei giovani colleghi; il desiderio di aprire una sorta di start-up delle idee della ricerca dove “regalare” spunti e intuizioni che non si sviluppano personalmente e accompagnarne la crescita; i pasticci scolastici dei miei figli.

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