BARBARA CORSICO

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 Barbara è’ una donna generosa, estremamente orientata alla condivisione e al lavoro di squadra, allo scambio e alla messa a disposizione delle proprie conoscenze e competenze. Insomma, una donna di grande valore! Barbara ha fotografato gli spazi della mia esistenza professionale e non: il mio atelier, luogo del mio pensare e le mura domestiche in cui vivo la tanto agognata solitudine ma anche la convivialità e la vita di relazione e di scambio. Era la terza volta che un fotografo si aggirava e indagava dentro i miei spazi ma questa volta ho avvertito negli scatti di Barbara una piena adesione al mio progettare, una sintonia che francamente non era mai emersa nonostante io abbia avuto modo di lavorare con molti fotografi che hanno ripreso i miei lavori. Mi sono domandata se la ragione di tanta complicità fosse derivata dal suo essere donna – fino ad ora i miei lavori erano sempre stati soggetto di scatti maschili – e pur non avendo una risposta certa sono convinta che in qualche modo c’entri. Come certamente c’entra il fatto che Barbara è una grande professionista; la sua bravura è sostenuta e avvalorata da una precisione, una meticolosità nello studio del dettaglio e una dedizione al lavoro che tanto ama da renderla piuttosto eccezionale. Ed inoltre è una donna generosa, estremamente orientata alla condivisione e al lavoro di squadra, allo scambio e alla messa a disposizione delle proprie conoscenze e competenze. Insomma, una donna di grande valore!

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura? Inizialmente avrei voluto frequentare l’Accademia o il Dams, mio padre invece suggeriva una laurea più scientifica (lui lavorava nel settore chimico), infine come “compromesso” ho optato per architettura. E’ stata tuttavia una scelta di cui non sono per nulla pentita. Mi sono appassionata sempre di più durante i miei studi.

E quale è stata la molla che ti ha spinta a passare dal progettare al fotografare l’architettura? Proprio l’architettura stessa. Infatti la ragione per cui mi sono avvicinata alla fotografia è stata proprio  il mio amore per la sua rappresentazione, non solo grafica.

FOTO 1A chi ti ispiri? Ho avuto due bravissimi maestri che mi hanno ispirata: Franco Fontana, di cui sono stata assistente per un corso di fotografia all’università ed il fotografo di architettura Gerry O’Leary, per cui ho lavorato tre anni a Dublino. Oggi mi ispiro anche al fotografo Fernando Guerra ,che non conosco ma di cui apprezzo molto i lavori.

Come concili l’attività professionale con i tuoi variegati ambiti di interesse? Per fortuna, e sfortuna, non ho mai orari e spesso i miei impegni lavorativi cambiano anche da un giorno all’altro, per chiusure di cantieri ritardati, meteo , permessi di ingresso…. Perciò se da un lato è difficile pianificare – ad esempio frequentare corsi a scadenze regolari – dall’altro a volte mi capita di avere spazi in orari di solito lavorativi o giorni della settimana liberi; il che mi consente di potermi dedicare ai miei interessi più vari piuttosto che visitare città interessanti legandole a viaggi di lavoro.

Ci racconti nel dettaglio il work in progress della tua attività? I miei ambiti di lavoro sono molto vari ed il work in progress dipende dal tipo di incarico: servizi per case, hotel, negozi, uffici, viaggi. Tuttavia, a grandi linee, si può sintetizzare nei seguenti passaggi: _ sopralluogo (se il posto è all’estero mi faccio dare indicazioni oppure lo eseguo il giorno degli scatti); _ organizzazione dello styling (di cui a volte mi occupo io, oppure cerco collaborazioni con professionisti del settore); _ ricerca di props e scelta delle persone da inserire negli scatti con eventuali outfit adatti, quando necessari; _ pianificazione delle date e degli orari per ottimizzare gli scatti: ad esempio per i negozi preferibilmente di notte per evitare le persone e l’illuminazione naturale; per gli uffici spesso nei fine settimana quando sono vuoti; per gli esterni scegliere le stagioni e le condizioni meteo più favorevoli e così via; _ servizio vero e proprio con pianificazione degli accessi delle viste migliori, (eventualmente anche  in zone limitrofe per scattare gli esterni) per la sequenza degli spazi da scattare in base alle luci; _ in fase di scatto, ottimizzazione dei vari spazi oggetto del servizio fotografico, spostando gli oggetti – quando è  possibile – con l’ausilio del visore della macchina fotografica, o l’ipad, o il computer per avere una visione più congeniale allo scatto: la prospettiva dell’occhio è diversa da quella della macchina fotografica; _ post produzione suddivisa in diversi momenti, ovvero la selezione degli scatti, il montaggio delle esposizioni e dei pezzi delle foto da unire (se realizzati con ottiche tilt and shif ), la pulizia da elementi indesiderati quali la segnaletica di emergenza, prese , cavi…… ed infine i ritocchi finali (ad esempio il raddrizzamento di alcuni muri, il bilanciamento colori, i livelli, contrasti e così via)

Quali ripercussioni ha avuto sul lavoro il tuo essere una donna? E in tal senso, negli anni in cui hai vissuto all’estero hai riscontrato sostanziali differenze di comportamento? Ti sei mai sentita discriminata nel corso della tua carriera? In realtà non mi sono quasi mai sentita discriminata durante la mia carriera per il fatto di essere donna, tranne alcune volte nei cantieri, sia in Italia che all’estero. L’episodio forse più eclatante mi capitò a Dublino in un cantiere: mentre stavo scattando il work inprogress dei lavori arrivò il project manager che mi disse che avrebbe voluto delle viste dall’alto, dalla punta di una gru e non dalla cabina di comando e da tutti i punti cardinali !! Accettai la sfida che era sicuramente anche una provocazione per il fatto di essere donna …. si percepiva dai suoi toni. Ricordo anche che da quando iniziai a salire a quando raggiusi la cima, tutti i lavoratori del cantiere si fermarono a guardarmi per vedere se riuscivo nell’impresa. Ho avuto una grande paura ma ancora più soddisfazione per esserci riuscita! Ho tuttavia riscontrato differenze sostanziali riferite alla discriminazione legata all’età, più che al genere e devo dire purtroppo solo in Italia, paese in cui si pensa che i giovani non abbiano mai abbastanza esperienza.

Affermarsi professionalmente e salire ai livelli più alti è più difficile per le donne che si muovono dentro la tua professione? Nel mio mondo da free lance non direi, forse è un problema che si può maggiormente riscontrare in altri ambiti lavorativi.

Qual è stato il progetto fotografico che ti è rimasto nel cuore? 

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Due in realtà. Il primo, legato alla mia ricerca personale, la cartiera Burgo di Niemeyer,  una vera perla dell’architettura che ho sempre ammirato fin da piccola per il fatto che mi ricordava una navicella spaziale. Ho avuto la possibilità di fotografarla anni fa (grazie all’architetto Cristiana Chiorino) e con una foto, elaborata proprio come se la navicella  fosse appena atterrata, ho aderito ad un concorso internazionale di fotografia con partecipanti da tutto il mondo – l’International Color Award – ottenendo il terzo posto e la menzione d’onore nella sezione architettura.

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L’altro, un progetto per lo studio irlandese KLD della mia cliente Roisin Lafferty. In un bellissimo edificio vittoriano dovevo scattare il loro progetto per una caffetteria – salotto con annesso teatro live. Per la destinazione d’uso dello spazio abbiamo pensato ad allestirlo e scattarlo con un sapore teatrale alla Alice in Wonderland, soprattutto per quanto attiene  l’abbigliamento delle designer, ispirandoci al fotografo onirico Tim Walker che adoriamo. Nonostante fosse un servizio commerciale è stato uno dei servizi più divertenti e creativi e le mie clienti per questo progetto hanno ottenuto diversi premi (tra cui la vittoria come miglior progetto del prestigioso Restaurant and Bar Design Award 2019 negli UK)

Che cos’è per te la Bellezza? La Bellezza è tutto ciò che percepiamo in armonia ed in risonanza col nostro essere. Inoltre penso che la Bellezza possieda anche una dimensione etica e non solo estetica ( secondo la visione di Dostoevskij )

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia? Mi interesso molto alla tecnologia solo per quanto riguarda il mio lavoro, cioè per migliorarlo e velocizzarlo ma per il resto non sono una tecnologica “addict“ in tutti gli ambiti.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?  Ho sempre cercato di seguire tutto da sola, non per gelosia del mio lavoro ma per i miei ritmi che trovavo difficili da organizzare con altri. Negli anni però ho imparato ad avvalermi di collaborazioni che si sono dimostrate sempre stimolati ed interessanti (assistenti, stylist, artisti, designer). A tal proposito ho avviato una collaborazione con la bravissima stylist e producer Chiara Dal Canto – con cui ho realizzato il servizio della casa atelier di Marisa – e da lei sto imparando tantissimo. La stimo molto sia professionalmente che umanamente, e per me è molto importante anche il fattore umano.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna fotografa e architetta?  A volte ho percepito pregiudizi più per l’età che per il fatto di essere donna, soprattutto quando venivo presentata a persone (di entrambi i sessi, con età superiore alla mia) che non conoscevano il mio lavoro e la mia esperienza professionale. Negli anni, ovviamente invecchiando, lo vivo molto meno. Penso tuttavia che ci siano ambiti dove molti pregiudizi siano ancora fortemente radicati, anche se nel corso dello scorso secolo si sono raggiunte molte conquiste nel nostro paese.

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori/trici? La lealtà, il rispetto e la tenacia.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi alla facoltà di architettura? O a una scuola di fotografia? Cosa consigli a chi vuole intraprendere una carriera come la tua? Suggerisco sempre a tutti i giovani di perseguire i proprio sogni, anche i più difficili, e perseverare nel raggiungerli. Consiglio anche a tutti un’esperienza all’estero oppure suggerisco di viaggiare il più possibile, per arricchire le proprie conoscenze ma soprattutto per aprire la mente alle diversità. A chi ama la fotografia suggerisco di specializzarsi: all’inizio dell’attività di fotografo si tende a scattare in diversi ambiti ma nel tempo consiglio di trovare il ramo più congeniale e potenziarlo (penso che sia meglio essere selettivi e specializzati). Inoltre qualunque scuola si frequenti penso che la scelta più importante riguardi il tirocinio lavorativo per imparare a strutturare la parte business. Purtroppo quasi tutte le scuole italiane tendono ad essere molto più accademiche rispetto a quelle anglosassoni molto più pragmatiche; l’ideale sarebbe avere una commistione di entrambe le culture.

C’è una donna fotografa e/o architetta a cui ti ispiri? E una artista? Le donne fotografe che ammiro per la loro arte oltre che per il loro essere state all’avanguardia sia nel lavoro che nella vita personale sono: Berenice Abbott, epiche le sue foto dall’alto dei palazzi in costruzione degli anni ’30 a New York che “scalava”  col banco ottico; Tina Modotti, donna estremamente emancipata per l’epoca; i suoi scatti di soggetti assolutamente inconsueti per l’epoca, dai pali della luce agli strumenti ed alle mani dei lavoratori  sono di forte potenza espressiva ed estremamente poetici; e Lisette Model, maestra della più conosciuta Diane Arbus, fu una delle pioniere della street photography negli anni ’40.

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Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata?

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Adoro il design e lo stile di Patricia Urquiola ed il mio pezzo di design preferito è la poltrona Fjord: la linea molto particolare del pezzo ha un enorme impatto fotografico, che ho avuto modo di immortalare nello show room di Minima di Dublino durante la mostra organizzata per Patricia Urquiola.

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Invece per l’architettura La Ciudad de Las Artes y Las Ciencias di Calatrava, che scattai anni fa per partecipare ad Award dei Master Photographers Association negli UK e vinsi il premio come migliore fotografa di architettura Overseas

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai…. Oltre ai vari Apple :l ‘ipad, l’ iphone, il Mac , il Mac book, ahimè… anche una lista delle cose da fare. Scritta a mano, mi aiuta a memorizzarle meglio.

Una buona regola che ti sei data? Cercare di non andare a dormire troppo tardi – sono un gufo ed amo lavorare di notte – ma non sempre riesco a seguirla !!

FOTO 7Il tuo working dress? Durante i servizi fotografici tendo a vestimi in maniera pratica, soprattutto di nero, ma ultimamente aggiungo tocchi di colore che a volte scelgo in base ai toni degli spazi da fotografare: sarà una deformazione professionale !!!

Città o campagna? Per vivere assolutamente città. Per riposare campagna, o meglio montagna e mare.

Qual è il tuo rifugio? Un luogo “rifugio” la mia casa, un’occasione per lavorare di nuovo come architetto ristrutturandola a mia misura e secondo le mie esigenze, in collaborazione con l’architetto Marco Bernini. Una terra “rifugio” la Sardegna.

FOTO 8Ultimo viaggio fatto? Porto. Bell’atmosfera, gente molto affabile, un saliscendi di vie colorate dagli azulejos delle case. Molta architettura moderna e contemporanea che vale la pena visitare, soprattutto le opere di Alvaro Siza. Il Boa Nova Tea House in particolare, uno dei suoi primi progetti, rappresenta un esempio di perfetta integrazione tra natura ed architettura. Interessante ed emozionante

Il tuo difetto maggiore? Tendo ad essere workaholic: la fortuna e la sfortuna di fare il lavoro che si ama ;-))

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere? Il mio essere molto estroversa e socievole.

Un tuo rimpianto? In realtà non penso di averne. Quando mi si sono presentate in passato scelte difficili ho sempre cercato, anche se con grande fatica, di affrontarle ricavandone lezioni di vita utili.

Work in progress….? Sto pianificando i lavori che dovrò scattare a Dublino molto presto. Avendo lavorato in Irlanda per otto anni ho una cerchia di clienti affezionati che mi chiamano continuamente e quando torno (circa 4 o 5 volte l’anno) cerco di scattare il più possibile, anche se purtroppo il meteo irlandese non è di aiuto 😉

http://www.barbaracorsico.com/

NICOLETTA CARBOTTI

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Il mio incontro con Nicoletta o, per la precisione, con la nico, è avvenuto in primis su Instagram attraverso le sue storie e i suoi post, efficace sintesi della sua quotidianità professionale ma anche della sua instancabile esplorazione, frutto della indomabile curiosità che la attraversa. Solo più recentemente ci siamo ritrovate al tavolo di un caffè del nostro quartiere – entrambe viviamo e abbiamo lo studio in San Salvario – e ci siamo letteralmente raccontate. Il suo studio – FattoreQ – raccoglie contributi multidisciplinari che vanno dall’architettura all’interior design, dalla grafica al digital, una vera e propria fabbrica, come Nicoletta ama definirla.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura? Non provengo da una famiglia di architetti, l’unico legame che posso trovare tra la mia famiglia e la mia professione è il mio nonno materno, che di mestiere faceva il muratore. Fin da piccola ho sempre stretto tra le mani matite e colori e quello che era solamente un gioco si è trasformato in un’idea di futuro: la mia famiglia ha ascoltato il mio desiderio di intraprendere questa strada, sostenendomi.

Architetto o architetta? Le parole per me hanno importanza, ma fino ad un certo punto. Apprezzo chi si batte per la parità anche in termini linguistici, ma personalmente mi interessa di più la parità sul campo e il riconoscimento quotidiano della mia professionalità. C’è ancora molto da fare in merito.

Cosa significa per te fare architettura oggi? Significa leggere con attenzione una richiesta e interpretarla con altrettanta attenzione, tentando di cucire addosso al cliente un progetto personalizzato in termini creativi ed economici.

A chi ti ispiri? Di solito è il contesto nel quale lavoro ad ispirarmi. Amo ovviamente l’architettura con la A maiuscola, ma mi lascio sedurre dalle ispirazioni più sottili legate alle persone e ai luoghi nei quali mi trovo a lavorare.

E cos’è per te la bellezza? La bellezza per me è l’incontro tra imperfezione ed equilibrio. Al mondo non c’è nulla di assolutamente perfetto, neanche noi lo siamo. Anzi, le nostre imperfezioni e peculiarità ci rendono unici agli occhi degli altri. Lo stesso vale in architettura. L’equilibrio invece è necessario per l’incontro e lo scambio tra mondi e pensieri diversi: in questo senso la bellezza è sempre arricchimento.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura? Credo che la sensibilità non sia una questione di genere, ma una questione di indole: credo che la mia sensibilità risieda soprattutto nell’ascolto delle esigenze di un cliente e nell’empatia con le persone che incontro sul lavoro.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto? Credo che le donne debbano sempre faticare un po’ di più. Per fortuna qualcosa sta cambiando ed iniziano ad esserci segnali positivi, non solo in ambito architettonico.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera? Temo di sì. In contesti diversi dalla libera professione a parità di titoli e d’età, ma con competenze superiori, non sedevo mai ai tavoli che contavano ed ero caricata di una notevole mole di lavoro. Come interpretare la situazione se non in questo modo?

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore? Il Teatro Regio di Torino progettato da Carlo Mollino. In quel progetto, follia ed equilibrio dialogano costantemente, restituendo un’architettura fortemente evocativa e poetica.

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Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto? Le studentesse di Architettura, in Italia sono tante quanti i colleghi uomini. Le architette titolari di studi o società di architettura molte meno. Questo dato mi fa riflettere sul fatto che dopo la laurea e l’abilitazione spesso si genera un corto circuito, in parte culturale, in parte sociale, che impedisce l’avviamento di una carriera autonoma o costringe le donne ad occupare solo i gradini più bassi del mondo accademico e della professione. È sul quel corto circuito che si dovrebbe intervenire. Che mi piacerebbe intervenire!

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia? Ho un ottimo rapporto con la tecnologia, sul lavoro, come nel quotidiano. Tuttavia tendo ancora ad accostarla a mezzi e comportamenti più analogici. Credo che essere equamente digitali ed analogici rappresenti un modo per essere equilibrati.

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Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente? Seguo personalmente il progetto e il lavoro sul campo. Amo profondamente il cantiere e non ci rinuncerei mai. Quando c’è la possibilità, dopo averlo impostato, delego parte del lavoro d’ufficio, attraverso preziose collaborazioni.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio? Amo dire che il mio studio è la mia fabbrica. Come in una fabbrica bisogna seguire tutta la filiera dalla materia prima (le idee) al prodotto finito (i risultati). Controllare ogni fase del processo è fondamentale.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura? Il percorso di studio della facoltà di architettura è un’esperienza che secondo me dovrebbe fare chiunque. Può sembrare esagerato, ma è un percorso che, prima ancora di formarti come architetto, ti insegna a lavorare in team, a confrontarti con gli altri, a essere presente e a rispettare uno scadenziario. Insomma ti prepara al lavoro. nicoletta carbotti 5 nicoletta carbotti 6

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata Senza dubbio il lampadario vintage di Gaetano Sciolari che ho nel mio bagno e la Moschea Blu di Istanbul.

Come riesci a conciliare la tua attività di design blogger con l’impegno professionale? Non so se ci riesco del tutto ma ci provo. Spesso non c’è abbastanza tempo per riflettere e scrivere di ciò che ho affrontato, imparato e capito. Ma quando il tempo c’è, è una cosa che amo fare. Scrivere aiuta a fissare le idee: è uno strumento di crescita personale.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai…. Il caffè, le matite, i colori. Disegno ancora tanto a mano libera quando mi approccio ad un progetto nuovo. Il computer, se pur indispensabile, viene solo dopo aver messo a fuoco i pensieri sulla carta.

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Una buona regola che ti sei data? Salvaguardare di più il tempo da dedicare al mio privato. In passato non me ne curavo a sufficienza, invece è fondamentale per essere felici.

Il tuo working dress? Scarpe comode ma belle, spesso in nero e spesso a pois.

Città o campagna? Città. Dopo un’infanzia in un piccolo paese della provincia di Taranto, la vita è cambiata scegliendo Torino come nuova casa. La sua energia per me è essenziale.

nicoletta carbotti 8Qual è il tuo rifugio? Ne ho diversi: il mio compagno, mia sorella gemella, il mio divano e una gatta che mi viene a trovare ogni tanto.    

Ultimo viaggio fatto? Qualche mese fa sono stata a New York per la prima volta nella mia vita. Il cielo non era mai stato così lontano fino a quel momento. 

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Il tuo difetto maggiore? Sono testarda.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere? Sono testarda.

Un tuo rimpianto? Non aver potuto mostrare a mio padre la casa in cui vivo oggi.

Work in progress….? Ogni progetto in arrivo è sempre quello più bello. Sembra una frase fatta ma è la verità.

CARLOTTA ODDONE

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PORTRAIT 2“La mia nonna era una bravissima sarta e la mia mamma ha avuto un negozio di arredamento ….. per me i tessuti sono sempre stati un po’ magici!!” Così racconta Carlotta Oddone, che, con il marito e i figli, abita in una fantasiosa e colorata casa che rispecchia tutta la sua passione e sintetizza egregiamente la filosofia del suo lavoro.

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Carlotta è una creativa la cui ispirazione nasce dalla natura, dai fiori e dagli animali. La sua storia mi ha colpito perché il suo è un processo rovesciato rispetto al percorso di altre donne – architette di formazione – che hanno scelto di esprimere la loro creatività dentro mondi limitrofi all’architettura, dal design del gioiello al fashion design, dalla fotografia alla musica. Carlotta invece con una laurea in filosofia e un passato giornalistico a quarant’anni ha optato per il suo sogno, ovvero l’interior design.

A svelare la sua vena poetica sono gli oggetti e gli accessori che ha realizzato e realizza per personalizzare gli ambienti domestici, ma anche per avvolgere di atmosfera le suites di un prestigioso relais della campagna piemontese.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta dei tuoi studi?

Diciamo che qualche piccola zavorra alla mia libertà c’è stata: desideravo fare il liceo artistico, ma secondo la mia famiglia era un ambiente potenzialmente poco sano. Anche il mio desiderio forse un po’ confuso di iscrivermi ad architettura è stato un po’ scoraggiato. A quel punto avrei comunque potuto scegliere autonomamente, ma la vita mi ha portato alla facoltà di filosofia.

 E com’è nata la tua propensione per l’interior design? Da dove hai cominciato?

La mia nonna era una bravissima sarta e la mia mamma ha avuto un negozio di arredamento abbastanza conosciuto a Torino. Quindi forse è un po’ nel sangue! Fatto sta che per me i tessuti sono sempre stati un po’ magici!! Ma nella prima fase della mia vita adulta ho creduto che i lavori con una forte componente artistica e creativa fossero meno seri degli altri. Forse mi sembrava troppo strano potersi divertire lavorando, così ho fatto la giornalista. Solo a 40 anni, incoraggiata da mio marito, ho mollato tutto e ho iniziato con l’Officina dell’Invisibile a creare pezzi unici. Più tardi è iniziato anche il lavoro di interior decorator: perché le persone a cui vendevo i miei pezzi iniziavano a chiedermi consulenze più estese e approfondite.

È più difficile per le donne farsi sentire e salire ai livelli più alti? Quale effetto pensi sia stato sul tuo lavoro essere una donna?

Certo e lo sarà ancora per qualche generazione. È un gap che scontiamo per la nostra storia millenaria che non si cancella con un colpo di spugna. Però nel caso specifico sono convinta che la sensibilità femminile giochi molto a favore del nostro lavoro. Non solo nel campo del gusto, ma in quello delle relazioni. Infatti chi fa design deve mettere insieme tante esigenze. Solo la creatività non basta.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Per fortuna no. Forse perché ero già adulta e quindi un po’ più capace a esprimere autorevolezza.

FOTO 6Qual è stato il progetto che ti è rimasto nel cuore?

Difficile rispondere perché sono una persona emotiva e quasi sempre metto anima e cuore nel lavoro del momento. Ma forse le prime stampe delle mie collezioni di tessuto.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di interior designer e nel quotidiano, con la tecnologia?

Rispetto all’uso della tecnologia che fanno i miei figli, svsd, ho un approccio più timido. Nella fase progettuale mi considero un’artigiana, però poi la tecnologia diventa importantissima quando si tratta di veicolare il mio lavoro e di comunicarlo. Mi piace un sacco Instagram, per esempio.

Come è organizzato il tuo lavoro,? Cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Dolenti note!! Ho tantissimo lavoro ma non sono capace a delegare quasi nulla: la parte di art director per le due aziende di cui sono consulente è indelegabile…. E nei cantieri voglio sempre mettere il naso di persona. I clienti li voglio seguire io. I miei artigiani, sarte, tappezzieri, falegnami, li voglio incontrare ad ogni passo. Insomma un delirio. Ma il proposito è di imparare a farmi aiutare.

Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?  Che cosa suggeriresti a chi vuole diventare interior designer?

Sinceramente ho un approccio totalmente fatalistico per queste cose. Non è come dire: studia tanto e diventerai un bravo ingegnere. Nei mestieri che hanno una forte componente artistica non c’è una ricetta. Bisogna crederci e avere anche un po’ di fortuna!

Cos’è per te fare interior design oggi?

In realtà io credo nel contro design. Cioè in quel design non industriale, lontano dai prodotti di lusso, impersonali e con poca anima. La mia azienda quando è nata si chiamava Officina dell’invisibile perché tutti i pezzi erano unici e a tutti erano dedicate energie non visibili agli occhi, ma che lo rendevano speciale. Oggi più che mai credo che serva un design fuori dagli schemi. Molto, molto personalizzato.

 © M.Fonteyne

Dove trovi le fonti della tua ispirazione?

In questa cosa della ricerca di ispirazione mi impegno tantissimo. Seguo con attenzione il lavoro dei designer. poi seguo con entusiasmo le manifestazioni di arte, biennali, esposizioni. Anche se le cose che in genere mi piacciono di più vengono dal mondo dell’arte cosiddetta minore e dell’artigianato. Mi capita di essere folgorata da qualcosa che mi ispira e poi fa nascere dentro di me qualcosa di completamento nuovo. Non voglio dire banalità, ma anche la Natura dice la sua.

FOTO 9C’è una donna interior designer, artista o architetta a cui ti ispiri?

Mi piace Nathalie Lete una francese che ho seguito dall’inizio del suo lavoro, dopo aver visto pubblicata su una rivista la sua casa matta: ha iniziato con i suoi buffi disegni e ora firma le collezioni più divertenti di Gucci! Ma mi piace anche molto Rossana Orlandi che non è né designer, né architetta, ma raccoglie con gusto estremo, nel suo regno di via Bandello a Milano, il meglio che esista al mondo del design di nicchia (fino ad ora niente di mio, sigh!).

FOTO 8Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Mi fanno sognare le sculture a punto croce di Frederique Morrel. Quando le ho viste la prima volta si è aperto un mondo per me.  E poi ho nel cuore molte architetture brasiliane, pulite, ariose, curatissime. Come si trova il giusto equilibrio fra vita privata e carriera?

Dedicando il giusto tempo ad entrambe, senza sacrificare una delle due.

PORTRAIT 3Cosa pensi dell’Italia dopo la tua permanenza in Brasile?

Penso che l’Italia sia il paese più bello del mondo e forse, nonostante tutto, uno di quelli dove è più facile vivere. Il Brasile è meraviglioso, ma anche molto faticoso.  

FOTO 7Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai…. La mazzetta pantone.

Una buona regola che ti sei data? Svegliarmi presto la mattina.

Il tuo working dress? Come la mia idea di design, lontano dal lusso e possibilmente un po’ personalizzato.

FOTO 5A cosa stai lavorando adesso? Quali sono i tuoi progetti futuri?

In questo momento sono impegnata su molti fronti: la creazione di nuove collezioni di tessuti stampati e jacquard che portano il mio nome, il restyling di molte suite di un meraviglioso Relais et Chateau nelle Langhe e molti cantieri privati. Il sogno a breve è di coinvolgere mia sorella e ingrandire l’azienda, lanciando alcuni prodotti con una forte connotazione tessile.

CRISTIANA VANNINI

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FOTO 9 Ho conosciuto Cristiana nel corso di una piacevole serata di grande convivialità attraverso MoMoWo – Women’s  Creativity since the Modern Movement – e il concorso internazionale di fotografia  che era stato lanciato tra le prime attività di MoMoWo, cui seguì la mostra “Exploring Women Arhitecture & Design” di presentazione dei progetti vincitori, uno dei quali il reportage di Saverio Lombardi Vallauri che ha ripreso Cristiana in una serie di trittici che la ritraggono all’interno del suo spazio domestico e sottolineano il forte dinamismo della sua giornata, enfatizzano il movimento e l’attendere alle molteplici attività che compongono l’esercizio professionale di Cristiana, architetta e designer, toscana di nascita e milanese di adozione.

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Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Quando sei piccola e disegni bene, tutti ti dicono che da grande farai l’architetto. Lo sono diventata, ma forse è stato un caso. Ho deciso del mio futuro professionale in assoluta libertà e proprio in virtù di questa libertà l’ho messo in discussione più volte. Ho interrotto gli studi per uno stage in svizzera, poi ho fatto un anno ad ingegneria e cercato lavoro a Milano come PR stampa. Alla fine, però, sono sempre tornata sulla mia strada… Credo che sia stata l’architettura a scegliermi, e non il contrario. Sapevo di volere una vita non convenzionale e ho finito per innamorarmi di un mestiere pieno di sorprese e risvolti inaspettati.

Architetto o Architetta?

Architetta, anche se non mi presento col titolo perché valuto le persone in altri modi. Anche nel mio studio si tiene conto di questa visione; cristiana vannini | arc anziché Arch. Cristiana Vannini. Mi occupo di architettura con passione e per me questo conta.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

È un po’ come vivere un amore difficile; dedicare il proprio tempo e le proprie risorse ad un’attività non adeguatamente percepita, a fronte di grandi responsabilità… La professione è diventata fluida, contaminata da nuovi fattori e discipline, e se da un lato si è arricchita di opportunità, dall’altro ha confuso i propri confini. La perdita di parametri d’azione comprensibili ha indebolito i criteri di valutazione e riconoscimento, e si è entrati a far parte di un meccanismo molto più complesso di quello che si può controllare.

Com’è nato e maturato il progetto Fassamano? E in particolare come concili la tua attività progettuale con la diffusione di Fassamano?

Tra mille e mille progetti sviluppati nel corso degli anni, ho sentito il bisogno di trattenere qualcosa. Ho creato Fassamano per rispondere ad un’esigenza personale, ovvero un difetto fisiologico della vista definito presbiopia. Ho immaginato, disegnato e realizzato un occhiale da collo di design, dedicato alle letture istantanee. Quando ho voluto far crescere il progetto, da designer sono diventata anche imprenditrice e, di conseguenza, cliente di me stessa. La percezione allora è cambiata, conquistando un punto di equilibrio tra logiche di mercato e aspirazioni creative; ma l’ostinato perfezionismo è comunque rimasto! A prescindere dalla natura del progetto e dal ruolo che assumo, applico al mio lavoro principi che ritengo universalmente validi. Tutto questo richiede un impegno importante, anche in termini temporali. Tra Fassamano e cristiana vannini | arc le mie giornate sono sempre piuttosto piene!

Fassamano

Cos’è per te la Bellezza?

Per me bellezza significa chiarezza, originalità e funzionalità; semplicità non banale nel caos dell’universo. In ogni progetto mi sforzo per restituire un prodotto leggibile, che appaia spontaneamente risolto dal punto di vista spaziale, anche se nulla è lasciato al caso. Ogni dettaglio è selezionato con cura tra decine di alternative, per restituire la migliore soluzione possibile. Per me la bellezza è nel processo, nella perseverante ricerca della qualità.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Attraverso l’empatia, che ritengo essere una dote prettamente femminile. Disegno spazi estremamente sensibili alle esigenze delle persone, curo ogni minimo dettaglio in modo che l’ambiente costruito possa risultare comprensivo, intimo e familiare. Una casa, un ufficio o un oggetto di design rivelano empatia quando si adattano alle necessità materiali e spirituali degli utenti, migliorandone la qualità della vita.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Soffriamo di una sindrome di inadeguatezza lecita, ma questo non vuol dire che siamo inadeguate, anzi… Significa che mancano ancora numerosi role model femminili nell’immaginario collettivo; è una questione storica. Mentre gli uomini hanno governato il mercato del lavoro per millenni, le donne ci sono entrate solo in un secondo momento, questo è innegabile. Immagino che, col tempo, le cose miglioreranno.  Però questo aspetto pionieristico mi diverte molto!

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Magari un po’ di scetticismo, prima di conoscermi, ma le discriminazioni capitano continuamente purtroppo, non solo alle donne, quindi non la prendo come una questione personale.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Purtroppo, il settore versa in indiscutibile difficoltà sia per quanto riguarda il mercato, che per la valorizzazione della libera professione intesa come prestazione di pensiero, non solo di servizi o merce e questo vale a prescindere dal genere. Tuttavia, mentre gli uomini hanno avuto tempo e modo di agire e sperimentare, le donne possono definire modalità nuove di fare architettura e affrontare il lavoro perché il campo è ancora libero.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Vedo la tecnologia come una grande opportunità; internet è stata una rivoluzione democratica enorme, che ha cambiato tutto. Approfitto quotidianamente dei benefici del mondo digitale ma, ogni tanto, sento il bisogno di spegnere il telefono, per disintossicarmi in un posto analogico, fisico o spirituale.

FOTO 3Come è organizzato il tuo lavoro? Cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Seguo ogni progetto personalmente perché vendere un prodotto tailor-made significa offrire una precisa matrice stilistica che necessita di un riferimento, ma credo nel lavoro di squadra, nel confronto e nella condivisione. In studio ascolto le opinioni di tutti e sono pronta a mettere in discussione le mie idee. Coopero coi membri del team per raggiungere un obiettivo comune e concordato.

A quale dei tuoi progetti sei più legata?

I progetti creativi sono un po’ parte di noi, come si può scegliere un preferito? Hanno tutti una matrice comune perché curo la coerenza del processo. Potrei descrivere un lavoro di venti anni fa, esattamente come parlerei di un’opera recente. Naturalmente cambiano le tendenze, ed aumenta l’esperienza, ma restano i principi fondamentali del mio lavoro. I progetti residenziali mi piacciono molto comunque, mi coinvolgono particolarmente e nel lavoro non mi risparmio. La passione che mi suscitano è visibile e viene percepita dai clienti, che si affidano serenamente perché sanno che restituirò loro un abito di alta sartoria perfettamente su misura, uno di quelli dal fascino senza tempo e che durano una vita.

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Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti ad una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Il mondo del design è affascinante, tanto quanto l’architettura. Anche se in Italia il mercato è saturo, si può valutare la possibilità di esercitare all’estero o di immaginarsi, dopo la laurea, nuove frontiere della professione, come lo spazio virtuale! Gli studi in architettura sono un approccio alla vita, un metodo per risolvere problemi di natura eterogenea. Essendo estremamente versatili, siamo in grado di riconfigurarci sotto forme diverse, a seconda del bisogno, e questo è un grande vantaggio…

FOTO 7 Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata?

La Proust di Alessandro Mendini e la Stazione di Santa Maria Novella. Ho lavorato con Alessandro per diversi anni e vedo quella poltrona come la sintesi di un pensiero geniale. La stazione di Firenze, che mi vede passare da trent’anni è un simbolo di appartenenza alla mia città natale, oltre al fatto che è bellissima…

Come riesci a promuovere la tua attività progettuale?

Insieme al web editor del team ho aperto un blog che si chiama DesignFanzine. Periodicamente pubblichiamo articoli legati al mondo del design. I progetti realizzati dallo studio forniscono lo spunto per trattare tematiche più ampie che interessano un pubblico eterogeneo, anche non direttamente interessato alla progettazione. È un modo per spiegare il nostro lavoro e avvicinare le persone al mondo dell’architettura e del design. I contenuti sono suddivisi in tre sezioni: living, working ed exhibit. Poi ci sono i social, come Instagram, che è diventato una diretta estensione del blog.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai…

Il caffè ed il caos. La mia scrivania sembra disordinata ma in realtà è una mappa. Riesco a trovare tutto senza difficoltà perché la confusione è allestita, non gratuita. Al tavolo di lavoro assumo la mia postura esistenziale preferita e mi ritrovo nel posto migliore per pensare.

Una buona regola che ti sei data?

Coerenza, rispetto ed onestà; può sembrare una risposta banale ma non lo è. Questo per me significa mettersi in discussione spesso, cercare di valorizzare le proprie capacità, ma anche accettare i propri limiti… Talvolta faccio delle rinunce, ma il ritorno di questo approccio nella vita privata, credo non abbia prezzo.

Il tuo working dress?

Il mio è un living dress. Mi vesto per sentirmi a mio agio e rispecchiare la personalità, a prescindere da cosa imponga l’etichetta. Gli abiti sono un costume e vanno valutati con la giusta leggerezza.

Città o campagna?

Città per vivere e, da buona toscana, la campagna più bella del mondo per sognare.

Qual è il tuo rifugio?

Gli amici, ad occhi chiusi.

Ultimo viaggio fatto?

Sono stata in Cina, un paese che bisogna conoscere, oggi più che mai, strettamente legata allo sviluppo occidentale. È stato un viaggio fortemente voluto, per sfatare una serie di luoghi comuni da cui siamo costantemente bombardati. Senza l’ambizione di conoscere un luogo solo attraverso una vacanza, sono rientrata con un’impressione molto positiva ed una totale apertura nei confronti di questa realtà.

Il tuo difetto maggiore?

Sono troppo mediatrice.

E la cosa che apprezzi di più nel tuo carattere?

La curiosità.

Un tuo rimpianto?

Non aver comprato, tanti anni fa, un dammuso a Pantelleria.

Work in progress…?

In questo momento stiamo lavorando ad un progetto residenziale. Una ristrutturazione/restauro di un appartamento milanese dei primi del Novecento dai soffitti altissimi. La coppia che ha acquistato la proprietà lo ha scelto perché oltre i vecchi e malconci muri esistenti, ha visto una casa. Ho percepito la stessa sensazione quando ho attraversato il portone di ingresso e farò di tutto per conservare quest’atmosfera.

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milano, via oxilia 23-20127

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MARIOLA PERETTI

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“3 MINUTES
3 minuti: per scrivere e per leggere
Scrivere e leggere in 180 secondi.
Quante parole contengono 180 secondi?

Bastano 3 minuti per costruire senso con le parole?
Per descrivere la complessità?
Forse….
Forse soltanto per capire che abbiamo bisogno di più tempo.”

Tre minuti è l’incipit del sito di Mariola, l’apertura su una serie di tematiche che ha affrontato e affronta in relazione ai fenomeni che governano lo sviluppo urbano. Mariola si definisce infatti una Urban Thinker; io la definirei una donna dal pensiero molto raffinato e sapiente ammantato da un grande senso dell’ironia. La sua raccolta di racconti brevi intitolata “Buon gusto?” restituisce un’analisi lucida e schietta della società contemporanea e delle sue dinamiche contraddittorie. Come lei stessa dichiara, si tratta di “un’esperienza narrativa personale rivolta a chi vuole confrontarsi con una visione insolita del complesso mondo di oggi”.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia emancipata. Mi hanno sempre riservato fiducia e consentito autonomia di scelta. Ho studiato architettura perché mi affascinava l’idea di progettare. Era ancora un’idea in nuce, poco sgrezzata. Sostanzialmente l’idea di provare a cambiare quello che non mi piaceva, costruire un’alternativa, non rimanere indifferente o esterna.

Architetto o architetta?

I nomi, e in generale le lingue, cambiano e si evolvono perché acquistano un senso rispetto al contesto di valori in cui vengono pronunciati. In questo momento penso che ‘architetta’ sia una definizione progressista.  A mio avviso le reazioni irritate di alcune donne rivelano la ‘fatica’ della parità; mi sembra che esprimano soprattutto il timore che la declinazione al femminile evochi un titolo di secondo livello.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Innanzitutto capire, porsi delle domande. Il progetto è una risposta formulata per risolvere un problema e quindi la premessa più importante è quella di tracciare il contorno della domanda. Non è mai una risposta ‘neutra’, può essere inconsapevole, sciatta, banale perché inconsapevole sciatte  e banali sono le domande che ci poniamo. Viceversa ogni progetto, anche il più minuto, può essere il pretesto per porsi domande affascinanti e iniziare un percorso di consapevolezza allargato. Ho imparato a pormi una domanda iniziale utile per sottrarre anche il progetto più piccolo alla routine del professionismo senza anima: “come sarebbe questa cosa nel mio mondo ideale?” Cambia completamente la prospettiva. Ogni volta devi fare i conti con una tua visione del mondo, con una filosofia che disegna una cornice di senso.

A chi ti ispiri?

Sono una ragazza ‘leggera’. Mi innamoro continuamente. Mi piace il mondo con le sue infinite differenze. Mi piace capire. Mi ispiro quasi sempre a chi è diverso da me. Alcuni dei pensieri più interessanti sulla città li ho trovati in discipline diverse dall’architettura. Ballard, scrittore di fantascienza , per esempio, è per me uno dei lettori più acuti del territorio contemporaneo. Comunque, rimanendo in una dimensione ‘mitica‘ amo Jane Jacobs per l’attivismo e l’impegno sociale; Francine Houben ( Mecanoo) per la capacità imprenditoriale; Wislawa Szymborska per la capacità di distillare nella sua poesia il senso ultimo delle cose; Alejandro Aravena per la sua capacità di rifondare il senso di questo mestiere; Kongjian Yu ,‘gigantesco’ paesaggista cinese….. E ancora. Penso che la Scuola di Amsterdam, tra il 1910 e il 1930, abbia dato vita ad una delle massime espressioni della civiltà urbana nell’Europa moderna, fusione straordinaria di visione sociale, qualità dell’architettura e della città. Una ricerca profonda per dare bellezza e dignità alle abitazioni operaie. Penso che M. De Klerk sia un meraviglioso architetto a cui ispirarsi per amare questo mestiere e capire il suo senso più profondo.

E cos’è per te la bellezza?

È un progetto collettivo, un’aspirazione condivisa. È ciò che cresce fuori dagli stereotipi, dagli ismi della maniera, dell’ideologia, dell’accademia. È la ricerca di ciò che ancora non c’è, la nostalgia di ciò che non c’è più e rivive nella nostra memoria e nella nostra capacità di interpretazione. La bellezza appartiene al passato e al futuro, nel presente non è mai interamente disponibile. Nel presente è ansia, progettualità, rischio, investimento sul futuro. Di certo non è un canone assoluto e rigido.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

In questo momento storico il mestiere che abbiamo scelto dev’essere completamente ridefinito perché il mondo sta attraversando una crisi di sistema senza precedenti. E’ un mondo fragile che ha bisogno di cura, di riequilibrio, di attenzione e di inclusività: è un mondo in cui le fasce ‘deboli’ stanno aumentando vertiginosamente e in cui le città sono lo specchio di un’ingiustizia spaziale evidente, alimentata da grandi processi di gentrificazione, di consumo esasperato, di marginalizzazione delle differenze. E’ un mondo di ‘città chiuse’ dove i cittadini sono progressivamente privati di spazi di autodeterminazione e dove gli ascensori sociali funzionano sempre meno (Richard Sennet). E’ un mondo dove il mercato immobiliare delle grandi trasformazioni è sempre più nelle mani di logiche finanziarie atopiche che ‘estraggono valore’ anziché crearlo, bruciando capitali sociali e ambientali. E’ un modo di espulsioni (Saskia Sassen). Se la prospettiva è quella di progettare per il mondo, prima ancora che di fornire risposte, questa fase storica ci chiede  di porre domande adeguate. E se la prospettiva di chi progetta è quella di porre al mondo nuove domande, per lo sguardo femminile si aprono orizzonti vasti e fondativi. In questa prospettiva il gender gap da  debolezza diventa valore aggiunto in termini di esperienza vissuta, motivazione, creatività, nuovo immaginario, marketing strategico.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

I numeri sono chiari e non lasciano dubbi: il gap esiste. Nel mestiere  dell’architettura le donne, che pur sono molto numerose e brave nella fase della scolarizzazione universitaria, continuano ad essere meno visibili, a gestire ruoli subalterni negli studi, a guadagnare meno, ad essere presenza minoritaria nelle  conferenze, nei convegni, nelle commissioni. Lo attestano i numeri: senza numeri la questione femminile è fortemente manipolabile e quasi sempre la manipolazione è finalizzata ad indebolirne la portata.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Mai in forma plateale. La vera discriminazione è quella che attiene in generale alla organizzazione sociale e al fatto che questo paese sia ancora molto lontano da un’effettiva possibilità di conciliazione della vita professionale con la vita reale. Sono certa che, a parità di investimento personale, se fossi nata in Olanda avrei fatto molto di più da tutti i punti di vista.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

È sempre l’ultimo. Ora sto dedicandomi al progetto esecutivo del primo lotto dei lavori per la riqualificazione del Centro Piacentiniano di Bergamo

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Nel 2018, insieme a un team di colleghi molto bravi, (Luigino Pirola e Simone Zenoni paesaggisti, Gianluca Gelmini architetto, Elena Franchioni specialista in restauro, Carlo Peretti ingegnere) abbiamo vinto il concorso europeo bandito dall’amministrazione. È un lavoro sullo spazio pubblico per eccellenza – il centro della città – che tocca tutti i temi di cui mi sono appassionata negli ultimi anni: il rapporto tra conservazione e innovazione, i nuovi stili di vita della società che cambia, le nuove percezioni di un luogo che condensa gli Iconemi del nostro territorio.

Cosa pensi dellattuale situazione professionale delle donne architetto?

Vedo donne attorno a me vivaci, bravissime, attive, capaci di esprimere modalità e contenuti per la rifondazione del senso generale di questo mestiere. Da Bergamo, il gruppo RebelArchitette ha saputo attivare in breve tempo una rete internazionale intorno al progetto di empowerment al femminile nel mondo della professione, ancora lontano da un’effettiva parità di genere. Grazie a Francesca Perani che lo ha fondato, il gruppo sta attivando sinergie virali molto efficaci per valorizzare la presenza femminile nel mondo dell’architettura.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Sono passata dal tecnigrafo al computer all’inizio degli anni 90, è stato un cambiamento totale, una rialfabetizzazione su tutti i fronti, affascinante e faticosa anche perché, a partire dal basic con tavoletta grafica, ho dovuto ricominciare da capo più volte, attraverso il pc fino allo smartphone. Penso di aver vissuto in una sola vita i cambiamenti che in passato attraversavano diverse generazioni. Le nuove tecnologie mi appassionano: mi sono innamorata dei social, di Facebook e di Instagram. Essendo nata nell’epoca di Gutenberg (adoro i libri di carta) riesco a cogliere le differenze abissali tra il prima e il dopo, mentre un nativo digitale digitale da tutto per scontato.

Com’è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Lavoro in rete. Ho ridotto al minimo il peso della struttura e collaboro di volta in volta con altri scegliendo le competenze idonee per risolvere al meglio il progetto che devo affrontare. Penso che l’organizzazione ottimale sia quella in cui ciascuno, a pari dignità, possa fare quello che è capace di fare bene. Non sopporto più l’approccio tuttologo di chi pensa di poter fare tutto da solo.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Cooperazione è la parola chiave. La competizione sfrenata che domina la filosofia contemporanea e i sistemi sociali produce danni enormi e sta facendo collassare il pianeta. Cooperazione come strumento per produrre risultati efficaci ed efficienti e, soprattutto, per vivere meglio insieme e non contro gli altri. Curiosità, apertura, capacità di ascolto. L’Architettura è una disciplina aperta e affascinante.

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Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Nel mondo del design mi piace molto Nendo. È un team composto da molte persone fondato da Oki Sato: il loro lavoro rende evidente il senso primario del ‘progetto ‘, ricerca profonda capace di unire le tecnologie e i materiali alla forma, agli usi, al senso ultimo degli oggetti. Il risultato è una bellezza cristallina, senza tempo, oltre le mode, oltre il consumo nevrotico, archetipica, fondativa. Poetica. Per quanto riguarda l’architettura ho sempre guardato affascinata la yurta, tenda mongola: ha caratteristiche straordinarie. È morbida, ecologica, smontabile, accogliente, calda e colorata. È forse l’architettura femminile per eccellenza.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Lo smartphone e una montagna di libri.

Una buona regola che ti sei data?

Non fingere di essere diversa da quello che sono.

Il tuo working dress?

Ho imparato non solo ad accettare ma ad essere orgogliosa del mio essere naturalmente ‘fuori luogo’. Spesso passo in pochi minuti dal cantiere al tavolo di una riunione formale e viceversa: l’importante è essere lì con il cervello e il cuore, portare contenuti di senso.

Città o campagna?

Averle poste in competizione è un problema gigantesco. Mi schiero per l’irrinunciabile patto di alleanza tra le due realtà.

Qual è il tuo rifugio?

Le persone che amo. Bruno e la mia famiglia. Sono loro il mio ‘luogo’.

Ultimo viaggio fatto?

È in corso. Sicilia orientale. Il miracolo del Val di Noto. Come la distruzione di un terremoto devastante – 1693 – sia diventata l’opportunità della ricostruzione straordinaria del barocco siciliano.

Il tuo difetto maggiore?

L’insaziabilità

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

La voglia di vivere.

Un tuo rimpianto?

Cerco di non averne.

Work in progress….?

Nuovi viaggi, nuovi libri, nuovi progetti.

www.mariolaperetti.it

MONICA SCANU

pubblicato in: Interview | 0

monica scanu interview (6) bisMonica Scanu si occupa di design e architettura. Dal 2015 è Direttore della sede di Cagliari dell’Istituto Europeo di Design e da febbraio 2018 è il Presidente regionale del Fondo Ambiente Italiano_FAI_Sardegna. È membro del Comitato Scientifico dell’Innovation and Craft Society di BANCA IFIS. È stata Presidente della casa editrice dell’Ordine degli Architetti di Roma dal 2014 al 2018. Dal 2012 è titolare del corso di Design Management nella sede IED di Cagliari. Dal 2007 è responsabile delle relazioni esterne e della comunicazione di Insula architettura e ingegneria. Tra il 2007 e il 2009 è Direttore a Roma del Master in Cultural Experience Design and Management di Domus Academy e IRFI. È stata docente sino al 2008 presso il corso di Disegno Industriale alla Seconda Facoltà di Architettura Ludovico Quadroni alla Sapienza, dal 2002 al 2007 presso il corso in Disegno Industriale e Ambientale della Facoltà di Architettura di Ascoli, e fino al 2009 presso il Design Culture and Management Program della Bilgi University di Istanbul. A Istanbul ha organizzato, in collaborazione con l’azienda Moleskine, il progetto “Detour My Detour”. Dal 2009 al 2011 ha fatto parte dello staff dell’Assessore alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma, con competenze su design, architettura e cultura internazionale.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Ho studiato alla Sapienza di Roma, provenivo da una famiglia in cui la laurea dominante era quella in Giurisprudenza, come spesso accade nel Sud e nelle isole italiane. Nessun incoraggiamento, quindi, ma neppure il contrario.

 Architetto o architetta?

La declinazione al femminile del titolo mi è indifferente, sono più legata ai fatti che non alle questioni terminologiche.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Fare architettura oggi significa recepire le istanze del territorio e dei committenti, interpretarle nel rispetto dell’ambiente e della comunità, e fornire soluzioni di alta qualità alle esigenze derivanti dall’abitare e dal fruire degli spazi. Significa lavorare con sensibilità e attenzione sullo spazio costruito con progetti di rigenerazione e di valorizzazione di quanto già realizzato, e anche: raccontare qualcosa dell’identità del progettista e mostrare il grande valore aggiunto che l’Architettura dà alle città e ai territori.

Com’è maturata la tua scelta di dedicarti all’insegnamento? E in particolare come concili l’attività menageriale di direzione dello IED di Cagliari con i tuoi interessi legati ad architettura e design?

Il mio è stato un percorso particolare: ho studiato architettura, poi mi sono interessata all’ambito Tecnologia, poi ho seguito – felicemente – il percorso del Dipartimento universitario con cui collaboravo, quello di Tecnologia dell’Architettura, che ad un certo punto si è orientato verso il Disegno Industriale. Da allora, il mio ambito di lavoro è stato quello del design: dai primi passi del DUDI, il Diploma Universitario di Disegno Industriale, all’esperienza con la scuola di eccellenza Domus Academy con la direzione del master in Cultural Experience Design and Management, sino all’incarico attuale, la direzione della sede di Cagliari dell’Istituto Europeo di Design, con una breve – e stimolante – parentesi in ambito cultura, con la collaborazione con l’Assessorato delle Politiche Culturali e alla Comunicazione di Roma Capitale, con incarichi in ambito architettura, design e cultura internazionale.

L’amore per la bellezza e l’ambiente ti accompagna dall’università fino alla presidenza del Fai. Tutta la tua vita professionale è incentrata sulla valorizzazione del bello. In sintesi che cosa rappresenta per te la Bellezza?

Bellezza: è qualcosa che ci stupisce, che ci fa sentire bene, che ci dà felicità e fiducia nell’Uomo e nelle sue capacità, quando si tratta di una opera d’arte. Oppure, se di fronte da uno spettacolo naturale, è qualcosa che ci emoziona e ci dà gioia e ci fa ringraziare il creatore di tutto. La Bellezza stimola la conoscenza, l’approfondimento, la voglia di fare.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Come mi è stato fatto notare di recente da persone che mi stanno molto vicine, la mia vita professionale è fortemente intrecciata con quella privata: il mio è un mondo in cui architettura, design, arte, si mescolano quotidianamente, in cui le giornate lavorative si prolungano spesso la sera con manifestazioni fortemente collegate con il lavoro o con le persone con cui collaboro. In questo sono molto aiutata dalla capacità, questa sì, tutta femminile, di essere multitasking e di riuscire ad affrontare quasi contemporaneamente problematiche di tipo diverso. Capacità che crea anche ansia da prestazione continua, ma che è spesso efficace. Io non parlerei di discriminazione, piuttosto osservo, e questo non mi piace, che il lavoro delle donne è valutato economicamente meno rispetto a quello dell’uomo; per contro, se osserviamo le statistiche, è sempre più alto il numero di donne che si iscrivono all’università e che completano il ciclo di studi rispetto agli uomini, e sono le donne che in genere riescono a rispettare i tempi stabiliti dell’università.

 Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne? Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Difficoltà ce ne sono per tutti, a mio avviso, anche per quelli che poi riescono a superarle; cerco di avere una visione ottimista del presente e del futuro, e a cercare di trasformare gli aspetti negativi in opportunità. I percorsi lavorativi raramente sono perfettamente lineari, in particolare quelli dei liberi professionisti.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

La situazione lavorativa per gli architetti non è buona in generale, a mio avviso soprattutto per le scellerate scelte nell’ambito della formazione fatte anni fa: oggi il numero degli architetti laureati è nettamente superiore alla richiesta del mercato, e rispetto a ai nostri colleghi europei abbiamo un rapporto numero di abitanti/ numero di architetti esagerato. E infatti, molti architetti non sono progettisti, cosa che dovrebbe essere l’uscita naturale per la nostra professione, ma si occupano di design, che è sempre progetto ma da una scala diversa, di moda, di cucina, d’altro, insomma. Molti lavorano nel settore dell’insegnamento e della formazione, come me.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Da quando lavoro con lo IED, mi confronto quotidianamente con i nostri studenti, in genere della fascia 17 – 22 anni: sarebbe impensabile non avere un buon rapporto con la tecnologia, il dialogo sarebbe davvero impossibile con loro, e senza arrivare a poter essere definita una nerd, so utilizzare gli strumenti che mi servono, e mi interesso alle novità tecnologiche.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Nel mio lavoro cerco di organizzarmi in maniera tale da impostare ogni nuova attività e poi dare spazio alle persone con cui collaboro per portarle a termine, o anche di stimolare iniziative personali.

A quale tra le tue pubblicazioni o i tuoi progetti sei più legata?

Sono particolarmente legata ad un libro scritto qualche anno fa ma sempre attuale: si tratta di “(Re)design del territorio”, ovvero un testo scritto con Andrea Granelli in cui ci immaginavamo un futuro per l’Italia legandolo allo sviluppo turistico sostenibile e basato sull’utilizzo sano del nostro patrimonio ambientale, artistico, architettonico.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Suggerirei ad una giovane ragazza di iscriversi da un corso di studi breve e professionalizzante, come ad esempio quelli dello IED e di scuole analoghe: oggi la laurea in architettura non garantisce il lavoro, e credo invece  che sia più utile approfondire bene alcuni aspetti pratici del sapere, in modo tale da anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro.

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Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

La casa in cui vivo ha vari “oggetti di design”: si tratta degli arredi che abbiamo scelto io e il mio compagno (architetto), dal tavolo Less di Jean Nouvel alla lampada Allegretto di Atelier OI per Foscarini; tutto quello che associa all’essere utile, funzionalità e rigore estetico mi interessa e appassiona. Architetture? La Tourette di Le Corbusier, il Kursaal di Rafael Moneo, il Rolex Learning Center di SANAA. Edifici rigorosi, aerei, che invitano a meditare, ad ascoltare, ad imparare.

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Come riesci a conciliare la tua attività di ricerca con l’impegno di direzione dello IED di Cagliari?

Il mio lavoro allo IED è innanzitutto un lavoro di gestione della scuola; ma non solo. La nostra scuola, fondata nel 1966 dall’imprenditore sardo Francesco Morelli a Milano, ha come core business la formazione e in particolare i suoi corsi triennali, ma queste attività e la vita delle nostre sedi sono fatte anche di altre attività, come l’attività di ricerca, l’organizzazione e l’allestimento di mostre, la curatela, i progetti che vedono coinvolti i nostri giovani designer, l’artigianato, la tecnologia. Nella sede cagliaritana in questi tre anni ho lavorato molto per far crescere la reputazione della sede sarda; oggi questo è un obiettivo raggiunto, e siamo inseriti in una rete di scuole, università, centri di ricerca di eccellenza, garantiamo le uscite lavorative a molti dei nostri studenti, partecipiamo alla vita culturale della città e dell’isola.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Sul mio tavolo da lavoro non manca mai il portatile, grande come un A4, dal quale mi separo raramente, e un pennarellino verde a punta fine di cui  mi piacciono il tratto e il colore.

Una buona regola che ti sei data?

Regole? Ogni giorno ne invento di nuove, non tutte le rispetto: cerco di mantenere in generale e con tutti una “tenuta”, una sorta di contegno che è una forma di rispetto verso le persone con cui lavoro. Sulle piccole cose, mi sforzo di rispondere sempre a mail e telefonate, e di essere gentile, anche quando è davvero difficile (e capita spesso!).

monica scanu interview (8)Il tuo working dress?

Gli outfit – come li definiscono Massimo e Nicola, i nostri coordinatori del corso di Fashion Design – dipendono dalle attività che avrò durante la giornata, in genere prediligo scarpe dal tacco alto ma non disdegno le sneackers.

Città o campagna?

Città, sempre. Non riesco ad immaginarmi in campagna, non ora. Invece gli edifici, le strade, i monumenti cittadini mi danno conforto, mi sento protetta. E ho la fortuna di abitare in due città diversamente meravigliose, Roma e Cagliari.

Qual è il tuo rifugio?

Il mio rifugio è la mia casa: mi sposto settimanalmente da Roma a Cagliari, e devo dire che alla fine della settimana non vedo l’ora di rientrare nella mia casa, con il mio compagno. Il mio porto sicuro.

Ultimo viaggio fatto?

Ultimo viaggio fatto, oltre quelli settimanali fra Roma, Milano e Cagliari, una visita breve nella città di Istanbul, la capitale culturale della Turchia, città alla quale sono particolarmente legata sia perché ci ho lavorato, sia perché lì abitano degli amici cari, sia perché è una città straordinariamente bella e sempre nuova.

Il tuo difetto maggiore? E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Non sono la persona più adatta a giudicare i miei pregi e i difetti; forse oggi sono diventata meno flessibile, più rigorosa, però credo di non avere perso gentilezza e buonumore. Un difetto è quello di essere incapace di consolazione, ma di cercare sempre di cercare di risolvere i problemi, anche quelli degli altri, anche quando magari si tratta di lamentele fini a se stesse, o semplici richieste di ascolto.

Un tuo rimpianto?

Rimpianti, qualcuno piccolo.

Work in progress….?

Progetti futuri? Tanti, ma sono segreti!

FRANCESCA PERANI

pubblicato in: Interview | 0

foto francesca peraniIl  progetto europeo MoMoWo. Women’s Creativity since the Modern Movement [di cui è capofila il Politecnico di Torino e co-finanziato dal Programma Europa Creativa dell’Unione Europea]  ed in particolare la comune amica Caterina Franchini, sono stati gli artefici della nostra conoscenza, in occasione della presentazione dei dieci reportage selezionati da una giuria internazionale – tra cui appunto il lavoro di Francesca – nell’ambito del concorso indetto da MoMoWo in cui si chiedeva di interpretare l’abitazione di una architetta o designer attraverso la fotografia, mettendo in luce come la creatività progettuale si rifletta nella sua vita quotidiana.

Ma prima ancora ero stata inserita nel volume dedicato alle donne architette, progetto di grande valore a cui Francesca dedica  da qualche anno le proprie energie con il team RebelArchitette.

La radicalità di Francesca e del gruppo mi rimanda ai miei anni universitari quando mi ero distaccata con un nutrito gruppo di donne dal controseminario che radunava i compagni – parola di questi tempi oramai desueta – per portare avanti una progetto di ricerca e di studio  al femminile, intendendo con questa espressione un modus operandi che prevedesse il riconoscimento della radicalità di genere e il rispetto per una progettazione paritaria a livello sociale e ancor più politico.

Ecco, ascoltare Francesca e seguirne l’attività di diffusione costante e direi quotidiana, mi rallegra perché significa che nulla è stato inutile ma ha lasciato tracce, strascichi ed eredità per le generazioni successive alla mia.

E poi sono letteralmente innamorata del suo progetto Cutoutmix – di cui spiegherà Francesca nel corso dell’intervista – che spesso utilizziamo in studio per arricchire i visual dei nostri progetti.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Direi proprio di sì. Ho avuto la fortuna di vivere in un ambiente familiare particolarmente creativo, ho trascorso gli anni della mia giovinezza in una casa progettata da un grande architetto ingegnere Armen Manoukian che ha fortemente influenzato il mio desiderio di diventare progettista. Un padre appassionato medico e fotografo, una madre straordinaria che mi ha trasmesso una grande passione per la bellezza, l’arte e i viaggi.

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1969 casa Perani – Arch Ing Manoukian

Architetto o architetta?

Architetta. Dal 2001 al 2017 mi è sempre sembrato assolutamente normale definirmi architetto. Solo da poco quindi riconosco che non definendomi architetta rinnegavo non solo la presenza delle professioniste nella progettazione ma soprattutto impedivo alle nuove generazioni di potersi riconoscere in noi. Trovo ora impensabile non definirmi in modo corretto, un cambiamento che fortunatamente sempre più colleghe vogliono accelerare e diffondere per favorire una parità di genere nella professione che parta anche dal linguaggio. Come è possibile pretendere la parità se non ci appropriamo di un termine che ne definisce la nostra presenza? Architetta.

 Cosa significa per te fare architettura oggi?

In questo momento particolare della mia vita fare architettura significa soprattutto prendere le difese di una professione che, con le sue contraddizioni, ho sempre amato e odiato allo stesso tempo. Significa cercare di favorirne una sopravvivenza in tempi di incredibile cambiamento e allo stesso tempo sottolineare come l’importantissimo lavoro di tante professioniste possa dare già indicazione sia di un approccio che di ambiti di potenziale crescita. Fare ARCHITETTURA quindi per me supera il desiderio di concentrarmi esclusivamente sul mio lavoro progettuale ma affronta in modo collettivo il desiderio di avere una professione più inclusiva, diversificata. L’ambiente progettuale, normalmente feroce e competitivo, sta evolvendo, per me, verso formule collaborative prima impensabili.

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Da sinistra Francesca Perani Domenica Bona Caterina Pilar Palumbo Marta Brambilla Elena Fabrizi Ilenia Perlotti Cinzia Bigoni (tra i membri del team RebelARchitette)

Da chi trai ispirazione?

Molte sono le figure che ammiro e seguo; nel mondo della progettazione Jennifer Bonner per il suo spirito pop, Anna Heringer per la sua sperimentazione con materiali naturali, Izaskun Chinchilla  per la sua interpretazione sostenibile del progetto; dal mondo del design figure imprenditoriali come Tina Roth Eisenberg o l’esplosiva designer Sara Ricciardi, per poi passare a figure attive nei confronti di cambiamenti sociali come le architette Mariola Peretti o Caroline James.

Com’è maturata la tua scelta di dedicarti all’avventura di RebelArchitette? E in particolare come nasce il tuo interesse per la valorizzazione della professione al femminile?

È stata determinante la mia esperienza, tra il 2010 e il 2013, da Vicepresidente all’Ordine degli architetti di Bergamo e da referente di un gruppo particolarmente attivo a cui, in una formula sempre collaborativa di una ventina di colleghe, avevamo dato il nome ARCHIDONNE. Non volendoci definire in modo maschile avevamo coniato un termine che anche in quel caso favorisse, già nella sua stessa descrizione, la visibilità delle professioniste sul territorio, ne indagasse le problematiche e ne sviluppasse le possibili soluzioni. Tra le iniziative che ricordo con più piacere il reportage video Archidonne / sopravvivere al sistema, l’introduzione della quota NEOGENITORI, e il progetto Architetti/Architette nelle classi portato avanti tutt’oggi da Cristina Brembilla. Questo è stato l’inizio di un approfondimento specifico nei confronti dell’invisibilità delle donne nell’architettura che, complice il profondo dibattito scaturito dall’approvazione del Timbro Architetta a Bergamo, ha portato alla formazione del team RebelArchitette.

foto-design-francescaperani-webCos’è per te la Bellezza?

Sperimentazione, azzardo, in una composta armonia.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

È ancora da scoprire, ora che finalmente così tante donne, storiche o attuali, vengono allo scoperto con la loro importante progettualità. Sono molto curiosa anche io di capire se in realtà si possa trovare un approccio femminile o maschile nei confronti dell’architettura, ma allo stesso tempo vorrei evitare si ricadesse in stereotipi legati al genere, ora che anche il genere è finalmente riconosciuto in modo più fluido e meno schematico. Noi, attraverso il libro Architette=WomenArchitects abbiamo trovato nuovi valori nella progettazione portati avanti dalle donne, ma non possiamo dire che siano esclusivi.

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Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Certamente sì, inutile negare che la mancanza di modelli di ruolo non abbia profondamente indebolito la percezione di un lavoro molto complesso e quindi anche la nostra determinazione nel rimanerne all’interno delle sue logiche. Le statistiche di tutto il mondo parlano in modo chiarissimo: differenza salariale e difficoltà di conciliazione famiglia lavoro sono alla base di questa difficoltà. Non è un problema locale né di settore e questo è il momento di dirlo e di proporre soluzioni per le giovanissime che si affacciano ancora troppo inconsapevoli al mondo dell’architettura. 

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

In università dovendo relazionarmi quasi sempre con docenti e assistenti uomini, da progettista in più occasioni e modalità. In generale trovo che la nostra capacità di essere ascoltate sia possibile solo qualora sia innegabile un livello di preparazione altissimo, mentre non è riservato lo stesso trattamento ai colleghi uomini.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle architette?

La situazione attuale in Italia è difficilissima per colleghi e colleghe. E’ indubbio che sino a che non verranno attuate politiche assistenziali alle famiglie e non sarà favorita una gestione più flessibile del lavoro, il peso della conciliazione tempi famiglia-lavoro – che ancora quasi esclusivamente ricade sulle donne – non potremo vedere reali avanzamenti in merito alla disparità di opportunità nel mondo professionale. Al tempo stesso vedo però con grande ottimismo aprirsi nuove modalità di approccio all’architettura proposte proprio da giovani emergenti che, anziché perseguire ricerche professionali individuali, si alleano in team e si occupano di tematiche nuove attraverso linguaggi social intriganti. Elemento chiave è l’evidente volontà di condivisione di esperienze, di difficoltà, ma anche di materiali, finiture, tecnologie. Un terreno nuovo, in pieno fermento.

multi schizzoChe rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Direi quanto basta, sono schermodipendente, innamorata da sempre del potere positivo di fruizione e distribuzione di contenuti online. Non mi dispiacerebbe sfruttare le nuove tecnologie anche in ambito edile con utilizzo di macchine 3D.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Ho sempre avuto grande fortuna nel trovare persone estremamente appassionate e curiose con cui collaborare nel mio studio, per questo mentre schizzi concettuali e fotografie conclusive al progetto sono per me indelegabili, gran parte del processo di elaborazione del design è in mano a chi collabora con me.

A quale dei tuoi progetti sei più legata?

cutoutmix3Avendo da sempre affrontato in modo quasi parallelo sia il mondo della grafica che quello dell’architettura, sceglierei per il primo ambito il progetto cutoutmix, una piattaforma che propone in open source silhouettes nei rendering di architettura allontanandosi da figure stereotipate, proponendosi di superare barriere legate al gender, colore della pelle, orientamento sessuale, diversa abilità. Un progetto architettonico a cui sono molto legata è stata la ristrutturazione di un roccolo lombardo che ho seguito con l’architetta Sandra Marchesi. Location e clienti splendidi; le soluzioni adottate in quell’occasione riassumono gran parte dell’approccio che riservo ai miei progetti. Colore e tanta sperimentazione.

roccolo arciirene

 Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

È una banalità ma credo che ognuna debba seguire le proprie passioni condita da una sana esperienza lavorativa e/o di studio all’estero.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata.

Timor, il calendario perpetuo di Enzo Mari, lo posseggo dalla mia infanzia. Il Barbican Centre, brutalismo e segnaletica in un magico connubio, ricordo vivido della mia vita londinese.  

Come riesci a conciliare la tua attività professionale con l’insegnamento?

Ho la fortuna di insegnare materie che mi tengono costantemente in aggiornamento sui temi a me più cari, progettazione di interni e rappresentazione del progetto architettonico. L’energia e lo scambio che posso ricevere da giovani progettiste/i diventa energia pura che poi trasferisco nel mio studio.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Il casino.

Una buona regola che ti sei data?

Fare meditazione il più spesso possibile

Il tuo working dress?

Comodo e generalmente blu

Città o campagna?

Montagna

Qual è il tuo rifugio?

I miei affetti e i miei amici

Ultimo viaggio fatto?

Nord Ovest della Spagna e Porto

Il tuo difetto maggiore?

La procrastinazione

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Il caschetto biondo

Un tuo rimpianto?

Ancora non ce l’ho

Work in progress….?

Architettura: un intervento di recupero in Val Seriana per una coppia iraniano-bergamasca. Grafica: Nuove silhouettes in open source con la piattaforma cutoutmix. RebelArchitettura: un nuovo libro #architetteitaliane e tanta rete 😉

LIVIA CANNELLA

pubblicato in: Interview | 0

Molti molti anni fa abitavo in una casa completamente bianca – una vera e propria white cube – e fu tutto quel biancore a suggerirmi una grande festa …. una festona in cui con un amico artista preparammo una serie di diapositive fatte esclusivamente di colore, che furono proiettate sulle pareti dentro gli spazi bui, ove gli ospiti venivano letteralmente vestiti di luce colorata quando venivano intercettati dalle proiezioni in movimento. Conversare con Livia – sapiente maestra della luce – mi ha riportato dentro quella magica atmosfera del mio passato e ha innescato una profonda riflessione sul fascino che la luce proiettata in tutte le sue manifestazioni ha esercitato e ancora esercita su di me.

Conobbi Livia a Roma in occasione della mia mostra presso Party L’Arte da ricevere, negli spazi di una comune cara amica e collega e dal 2014 ad oggi, nonostante la distanza geografica che ci separa abbiamo continuato a seguire reciprocamente i progressi delle nostre attività professionali con l’auspicio di poter collaborare. E chissà che oggi non sia venuto il momento giusto…..

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Diciamo che la mia scelta è stata accolta come avvio alla ricongiunzione con la mia inclinazione creativa che nel tempo avevo finito per accantonare. Si, perché in principio la scelta di studiare Architettura fu collegata alla vastità dei possibili orizzonti che poteva consentirmi di esplorare, più che propriamente per occuparmi di spazio costruito, di materie edilizie e urbanistiche o di design. Le attitudini si sono realmente affinate attraverso gli studi e ancor più lungo il percorso di pratica della professione.

 Architetto o architetta?

Confesso di non sentirmi così fermamente ancorata alla “forma” della declinazione di genere, pur consapevole che le convenzioni tendano a manifestarsi quasi esclusivamente al maschile. Ma se questo consentisse di infiltrare nelle mentalità la ricchezza e le opportunità della differenza di genere, e dal lessico provenisse sostanza e traduzione nella pratica, ben venga l’adoperarsi per questa affermazione nel sentire comune (…“le parole sono importanti” per dirla alla Nanni Moretti…). L’importante è il perseguimento di una armonica combinazione delle visioni di genere che possano esprimersi e riconoscersi nelle contiguità, come nelle diversità. E questo lo intendo per ogni fattore di genere.

 Cosa significa per te fare architettura oggi?

Per me fare architettura oggi – come forse sempre – è accettare ed indossare la responsabilità di essere dei recettori del sentire comune e tradurlo in forma, visione e paesaggio, per dare sostanza alla vita di relazione, al sentimento di cittadinanza. Fare architettura è intuire i comportamenti ed immaginarne le evoluzioni, per modellare risposte adeguate a domande corrette e pertinenti, che forse è l’aspetto più delicato. Fare architettura è impegno civico, in qualsiasi forma lo si agisca ed eserciti, perché in qualche modo vestiamo il compito di mettere su i mattoncini della memoria individuale e collettiva, che costruirà il paesaggio della percezione futura del mondo.

 Com’è maturata la tua scelta di dedicarti alla luce e alla sua direi “declinazione pittorica”?

PORTRAIT 2Da un innesco iniziale folgorante, come molte altre cose che hanno indirizzato – quasi sempre istantaneamente – la mia vita: una didascalia improvvisata a mano libera da mia sorella – inconsapevole “musa” del mio “deragliamento” – su un frammento di acetato intelaiato per essere proiettato come diapositiva con un “Carousel” (mitico diaproiettore che i più anziani del settore ricorderanno con venerazione…). L’improvvisa consapevolezza di quello che avrebbe potuto passare, come lessico visivo, dentro la luce ha totalmente stordito, disorientato e infine ri-orientato la mia dirittura. Da lì il mondo della luce si è schiuso finalmente alla coscienza; ho capito che parte della mia sensibilità verso lo spazio – via via maturata anche attraverso l’attività urbanistica a lungo esercitata – risiede proprio nelle condizioni di luce che lo modellano, plasmandone la percezione. E che lo spazio stesso, entro questa prospettiva “rappresentativa” e “scenografica”, può diventare scenario di complesse visioni – che ho personalmente declinato in forma di “apparizioni” notturne –  capaci di innescare ulteriori sensibilità e un ampliamento della consapevolezza dello spazio che abitiamo quotidianamente, accorgendoci della sua magnificenza e delle sue potenzialità. In tutto questo, l’iconografia – spesso ispirata al patrimonio artistico in una personale lettura e contestualizzazione spaziale – ha costituito buona parte del lessico e dell’identità del mio lavoro.

Cos’è per te la Bellezza?

Non c’è una definizione matematica della bellezza, però la vedi quando la incontri”: ecco, aderirei integralmente all’affermazione di uno scienziato del Cern nel film “Il Senso della Bellezza”. La bellezza è un territorio che una volta introiettato non si può abbandonare, che genera e rinnova circolarmente l’imperativo di perseguirla nella pratica quotidiana affinché arrivi e tocchi qualsiasi aspetto della vita di tutti. La bellezza è un connotato della civiltà e un attributo – direi naturale – dell’etica. E’ il carburante necessario all’espressione di sé e delle cose, perché questa possa farsi modello riproducibile e manifesto di un costante progetto dell’”armonia” (per dirla stavolta alla Daverio…)

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Come ho recentemente avuto modo di affermare riguardo al versante dell’arte, che similmente all’architettura mi riguarda, forse è nell’approccio complesso ai fenomeni e di conseguenza alla progettazione che posso collocare una sensibilità di tipo femminile, assestata nel prefigurare, misurare e agire responsabilmente in considerazione degli effetti conseguenti, includendo le incertezze, le fragilità, la “fluidità” della materia disciplinare che chiama continuamente a riallineare il registro delle prassi e delle consuetudini, senza ancorarsi a certe “virili” rigidità.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Purtroppo questa non è un’opinione, ma un dato di fatto, che dannatamente tende – talvolta – a provocare un innesco competitivo spesso improduttivo e fuorviante. In mancanza di una visione paritaria ed equanime, il campo operativo si carica di disequilibri che producono il consumo di enormi quantità di energia per “conquistare” posizione, prima di poter agire espressivamente nel proprio abito professionale.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Forse… ma più per la mia impronta caratteriale che per la mia appartenenza di genere, credo amaramente…

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Che ne vorrei registrare un maggior “smarcamento” dall’immaginario consumato di tale professione, ancora purtroppo convenzionalmente legato agli aspetti canonici della disciplina, in cui si fa fatica a riconoscere la moltitudine di declinazioni assunte attraverso i cambiamenti sociali e la progressione delle innovazioni connesse. Credo che spetterebbe alle donne, nella loro potenzialità generatrice, il compito di ampliare la visuale della collettività e – più faticosamente – della nostra categoria, non infrequentemente ritorta entro confini di sicurezza, non più poi così sicuri.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

In parte un rapporto naturale, visto che sono alla base della mia attività e della relativa progettazione, che conduco in relazione alla massima comprensione delle potenzialità di utilizzo; in parte controverso, per via di una progressione talmente veloce da non consentire una adeguata metabolizzazione semantica e un indirizzamento operativo libero dai rischi di un utilizzo insostenibile. Proprio per questo mi adopero molto nel conoscerne e comprenderne l’evoluzione e le peculiarità, attingendo prioritariamente alle mentalità delle nuove generazioni, non senza – confesso – l’eco di una insidiosa resistenza, ma anche con la consapevolezza di quanto preziosa possa essere la reciprocità di un fertile confronto.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Il mio lavoro è tipicamente “disorganizzato”, nel senso che – non corrispondendo a processi e filiere operative di consolidata consuetudine – richiede l’impegno e la propensione verso un’infinità di aspetti operativi e l’adeguamento costante a prassi e procedure in continua mutazione, non certo sostenuti dalla mia attitudine al “self made” e ad una cocciuta necessità di controllo, algida sintesi del potpourri di dubbi ed insicurezze che – direi fortunatamente – permeano la mia “navigazione” quotidiana.

Non ho il dono di saper naturalmente delegare, condizione che sto comunque impegnandomi ad imparare, e che ritengo ormai improcrastinabile, sia per una rivoluzione sistemica delle prassi del lavoro, sia come forma di apertura fiduciosa ad aspetti imponderabili e auspicabilmente arricchenti per la mia visione, sia per collocazione anagrafica, che comincia a situare la sopravvivenza in posizione prioritaria…

A quale tra le tue pubblicazioni sei più legata?

Sono soddisfatta di una recente pubblicazione su Artribune (“Da Roma a Roma. Il racconto della progettista Livia Cannella”), che mi colloca in un confine “non definito” tra arte e progettazione territoriale, condizione che mi corrisponde a perfezione, pur costituendo allo stesso tempo un posizionamento difficile da gestire nei confronti di molti contesti di riferimento, spesso non inclini a riconoscere nell’ibridazione un valore aggiunto, per me invece consueto. Ma anche elaborare pensieri e scritti per “Archeomatica” (“Antiche Presenze: Il Progetto della Valorizzazione nella Sostenibilità delle Tecnologie”, o per l’attività editoriale del Maxxi (“Città di Scena: l’Arte si fa Paesaggio”, sulla tematica “Città e Musei: forme e dinamiche di senso e relazione” per la pubblicazione “Città come Cultura: Processi di Sviluppo” a cura di Elena Pelosi, di recentissima uscita), o arricchendo la testimonianza al femminile di “Donne Artiste in Italia/FEMM[E]-ARTE [EVENTUALMENTE] FEMMINILE. Due ricerche a confronto e un dibattito comune”, a cura di Veronica Montanino e Anna Maria Panzera) mi ha restituito la convinzione delle mie idee e la costanza con cui le perseguo nel tempo.

E a quale dei tuoi progetti?

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Qui il compito è veramente arduo, perché finirei per far torto a qualche angolo della mia anima. Roma comunque la fa da padrona…Non posso non citare l’installazione realizzata per la prima Notte Bianca a Fontana di Trevi nel 2003, o quella per il concerto di Ennio Morricone a Santa Maria Sopra Minerva – in cui la facciata della chiesa trasudò le immagini delle opere che vi sono contenute, o la coloritura (tra le prime realizzate alle nostre latitudini) dell’intera facciata della sede centrale del Palazzo delle Poste.

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Ma probabilmente l’impronta stilistica a cui mi sento più affine è quella emersa nel paesaggio dei Fori Imperiali, tra i Mercati Traianei, il Foro Romano e il Colosseo, in cui attraverso varie installazioni ho disseminato armonicamente volti e figure della romanità, come perenni onirici abitanti di questo incomparabile scenario. Probabilmente è questo il tratto stilistico e semantico che più mi rappresenta e in cui più mi riconosco, e che continuo a percorrere considerandone pressoché inesauribile il portato espressivo e rappresentativo.

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Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Lo consiglierei come orientamento di mentalità, come base formativa per l’ampliamento dell’immaginazione e della visione, ma accanto all’ammonimento di una costante responsabilità operativa, con cui sarebbe necessario misurarsi preventivamente, in quanto fattore irrinunciabile e insostituibile per divenire professioniste adeguate alle sempre più complicate e complesse condizioni disciplinari e contestuali. Vi è bisogno di un altissimo senso dell’etica e di una profonda consapevolezza, ed è indispensabile recuperare quanto più velocemente possibile il valore imprescindibile delle competenze, delle capacità e delle corrette sussidiarietà funzionali e culturali. E avanti tutta anche davanti alle difficoltà di genere, a tutela della dignità e delle specificità, con il sorriso in rotta costante e con una fiduciosa apertura verso il futuro.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

La “Moka” (guai a estinguerne l’ineguagliabile disegno) e in generale le architetture di terra, sintesi di funzionalità e armonia; se parliamo di contemporaneità, porto ancora addosso la fortissima suggestione del Jüdisches Museum Berlin di Daniel Libeskind a Berlino. Amo le architetture a forte carica simbolica.

Come riesci a conciliare la tua attività di ricerca con l’impegno professionale dentro gli istituti di formazione di varia natura, universitari e non?

006Non ho un impegno consolidato all’interno di una struttura accademica, ma frequentemente vengo coinvolta da entità che si occupano di formazione – che vanno dalle Università ai più prestigiosi istituti di formazione creativa – per portare la testimonianza del mio percorso/processo progettuale e della mia produzione culturale. Nel contempo partecipo con assiduità l’attualissimo dibattito sulla “valorizzazione culturale”, che frequentemente consente ambiti di confronto pubblico utile a tracciare le basi di un lessico comune, ancora non delineato. Essendo poco incline alle stabilità, l’alternanza degli impegni su vari fronti di indirizzo nutre moltissimo la crescita e l’evoluzione delle complessità necessarie ad una costante buona pratica.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

I tarallini pugliesi, accidenti… oltre a qualche immagine che mi ispiri, fissa su uno dei due monitor con cui lavoro al pc.

Una buona regola che ti sei data?

…un problema è una risorsa… universalmente valida

002Il tuo working dress?

…da “metalmeccanico” per gli allestimenti, “casual–essenziale–comodo” per il resto del tempo, con accenti di dettaglio a seconda delle circostanze… ho risposto?…

Città o campagna?

Margine urbano: città alle spalle, verde e paesaggio all’orizzonte…

Qual è il tuo rifugio?

Le piccole isole, tra le quali ho preferito Stromboli/Ginostra per molto tempo. O la pratica del respiro profondo – con sfondo di cielo crepuscolare – quando non posso raggiungere altri luoghi. Comunque l’empatia con l’habitat circostante è centrale nella mia geografia emotiva, e ogni luogo che mi trafigga l’anima diviene in qualche modo rifugio.

Ultimo viaggio fatto?

All’estero Cornovaglia e Galles, ma non riesco a dimenticare l’Iran visitato qualche anno fa, né il Kurdistan iraqueno con i luoghi sacri della popolazione yazida. Ma se per viaggio intendiamo l’esperienza della mente, anche la passeggiata di ieri nell’incomparabile spazio archeologico dell’Appia Antica è stato un viaggio straordinario…

Il tuo difetto maggiore?

Mammamia, quale scegliere?… L’irruenza difensiva combinata con un eccesso di perfezionismo (tuttavia in attenuazione)

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Una difficoltosa ma perseguita resilienza, e certi guizzi visionari incontrollabili…

 Un tuo rimpianto?

…che è anche, però, la mia spinta motivazionale: non aver ancora realizzato il “progetto più bello del mondo”, che stanzia nel mio cassetto da tempo…

Work in progress….?

Molti bandi pubblici (attuale “controversa” forma di collocamento delle progettualità) per attività di valorizzazione negli spazi culturali, nuove ed attese seduzioni nella direzione dello spazio teatrale, oltre alla costante attualizzazione del “progetto più bello del mondo”, che prima o poi metterò in atto per la mia città, nel suo paesaggio archeologico centrale. Giuro…

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EMANUELA NICCOLI e GIULIA TURANO

pubblicato in: Interview | 0

01_PORTRAITConobbi Giulia a Roma mentre coordinavo i lavori di allestimento della mostra Homo Sapiens nell’ormai lontano 2012; lei era presente ogni giorno in cantiere come referente di una delle ditte che collaboravano alla realizzazione del percorso espositivo. Certo non era la dimensione più tranquilla e ideale per uno scambio amicale  ma comunque andò così che ci incontrammo e, sebbene distanti, non ci siamo più perse di vista. Quando ho invitato Giulia a dare il suo contributo alla rubrica dedicata al rapporto donne/architettura la sua proposta è stata quella di dedicarsi all’intervista a due voci con Emanuela Niccoli, con cui condivide lo studio dentro una atmosfera di estrema sintonia e condivisione. Ne è nato un tributo interessante e da qui si intuisce il “cemento” che lega la loro storia professionale.

Siete state incoraggiate dalle vostre famiglie nella scelta di studiare architettura?

  1. In realtà sarei voluta andare all’Isia a Urbino e studiare grafica, ma all’epoca la mia sembrava una scelta troppo bohemien, la facoltà di architettura invece, la scelta più ortodossa.
  2. La mia decisione è stata accolta con entusiasmo. Mio nonno, tre zii e tre cugini erano e sono architetti: un vizio di famiglia!

Architetto o architetta?

G&E. Serenamente architetto, senza connotazione di genere

Cosa significa per voi fare architettura oggi?

  1. Lo studio si occupa prevalentemente di ristrutturazioni d’interni. Un ramo della professione che considero particolarmente impegnativo perché ogni incarico vuol dire accompagnare il committente verso un nuovo capitolo della sua vita: il nostro lavoro è dare forma ai desideri più intimi e le aspettative non sempre espresse; vuol dire essere disposti ad intraprendere un percorso condiviso che io continuo a considerare romanticamente “un’avventura” fatta di certezze ma anche dubbi, ripensamenti e a volte conflitti necessari per arrivare al risultato finale, sempre inaspettato, sempre gratificante. Un lavoro difficile, che ci piace molto.
  2. L’architettura ha una ricaduta diretta sul benessere delle persone in termini di qualità dello spazio. Fare architettura per me significa innanzitutto essere consapevoli di questa responsabilità e sapersene fare carico, ciascuno nella misura della propria sfera d’azione e delle proprie capacità.

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A chi vi ispirate?

  1. Personalmente Charlotte Perriand, per me rimane un esempio sempre attuale di donna e professionista
  2. Bruno Munari, per la sua sistematica ricerca volta a far confluire il gioco nella tecnica, l’eccezione nella regola.

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E cos’è per voi la Bellezza?

G-E. La bellezza è nella semplicità, quando questa è il frutto di un processo di sintesi, un punto di arrivo. La stessa risposta univoca è la ragione che ci ha portato a lavorare insieme.

Come contestualizzate la sensibilità femminile in architettura?

  1. La sensibilità femminile ha a che fare con l’ascolto, l’accoglienza e la creatività.
  2. La femminilità dal mio punto di vista trova piena espressione nell’esercizio della dimensione più intima e “minima” dell’architettura, quella degli interni. Non rinuncio all’archetipo del focolare.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

  1. In ogni campo professionale le donne sono chiamate a mediare tra la propria affermazione professionale e le esigenze in ambito familiare
  2. Certamente. Lo è nella misura in cui noi donne viviamo in un sistema di ruoli estremamente più articolato.

Siete mai state discriminate nel corso della vostra carriera?

  1. Solo il tempo da dedicare al lavoro è stato un fattore discriminante. Per diversi anni ho condiviso lo studio con quattro colleghi uomini. A fine giornata ero sempre la prima a dover scappare via, e comunque in ritardo per chi aspettava il mio rientro.
  2. Il vero fattore discriminante, negli ultimi anni, anche per me è stato ed è tuttora il tempo; considero tuttavia un grande privilegio la possibilità di dedicare il resto del mio tempo alla cura della mia famiglia.

Com’è nata la scelta di aprire uno studio insieme condividendo la vostra attività progettuale? E da quanto tempo lavorate insieme? E prima di quest’esperienza comune svolgevate la libera professione?

G & E. Solo da due anni. Prima avevamo avuto modo di collaborare insieme in occasione di Open House Roma e alcuni incarichi professionali occasionali e capito di avere delle affinità di vedute. Poi…

  1. …Poi ci siamo ri-conosciute: entrambe libere professioniste da anni, abbiamo deciso di unire i nostri percorsi individuali. Le nostre affinità? Un comune senso etico ed estetico del lavoro e la capacità di cogliere gli aspetti spesso comici del nostro lavoro e della vita in generale.

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Qual è il progetto architettonico che vi è rimasto nel cuore?

  1. Per ora il progetto realizzato nel 2014, per casa mia e di Emma, mia figlia. E’ stata l’occasione per mettere in atto scelte che nessun cliente mi consentirebbe mai, soluzioni dal carattere sperimentale e non convenzionali. Naturalmente non è ancora finita.
    E. Il più imperfetto: quello con il quale ho trasformato la casa in cui sono nata e cresciuta nella casa dove far crescere la mia nuova famiglia.

 Cosa pensate dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

  1. Non è un problema di genere piuttosto di numeri. Siamo troppi!! Chi di noi non ha un architetto in famiglia?
  2. Ci muoviamo in uno scenario dagli orizzonti molto incerti. Vedo la professione come una sfida quotidiana dal carattere eroico, in fondo una rappresentazione della condizione umana.

Che rapporto avete, nel vostro lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

  1. Oramai mi sono adeguata, l’importante è non farsi dominare e relegarla a mero strumento. E’ Emanuela che rilancia sull’utilizzo diversificato di programmi e sull’organizzazione in rete del nostro lavoro.
  2. E’ uno strumento imprescindibile sul quale investo personalmente tempo e dedizione. La tecnologia ci solleva dagli automatismi, facendosene carico e ci consente di dedicare le nostre migliori energie alla qualità del progetto.

Come è organizzato il lavoro, cosa riuscite a delegare e cosa seguite personalmente? Ricoprite ruoli diversi all’interno del vostro studio?

G – E. La delega richiede un grande impegno volto alla rinuncia del controllo, non solamente sul piano del lavoro in sé e per sé, ma anche su quello delle relazioni interpersonali: lo consideriamo uno dei temi cruciali di questa fase del nostro sodalizio professionale; ci stiamo lavorando.
Per quanto riguarda i ruoli all’interno dello studio, questi si sono delineati naturalmente. Giulia è abituata a curare i rapporti con i clienti, ha un’attitudine innata per tessere reti invisibili tra le persone. Emanuela è più schiva e incline a dedicarsi all’organizzazione del lavoro.

Quale è stato l’approccio nella guida dello studio?

G-E. Lo studio si configura come un luogo dove convogliare liberamente le nostre competenze e contestualizzarle in una griglia condivisa. C’è spazio per le iniziative virtuose, rispetto per le idee altrui e grande tolleranza. Anche i nostri interessi personali hanno trovato convergenza in una serie di iniziative che spesso travalicano i confini della disciplina architettonica, dimostrandosi terreno fertile per alimentare nuovi progetti. Il nostro studio è sempre a disposizione per mostre ed eventi che troviamo affini con il nostro modo di vedere le cose. Da un anno abbiamo intrapreso la collaborazione con la fotografa Severine Queyras per un progetto in divenire tra moda e architettura. Poi un impegno a cui teniamo molto, curare il rapporto con gli artigiani locali in quanto convinte che l’ottimizzazione del prodotto sia sempre frutto del lavoro collettivo tra saperi diversi.

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Che suggerimento dareste alle giovani colleghe? Consigliereste ad una ragazza di iscriversi ad architettura?

  1. Mi succede spesso che i ragazzi mi chiedano consigli. Il mio suggerimento è di andare via da Roma per studiare, all’estero per lavorare, avere grande passione e forte determinazione. Zaha Hadid una volta ha detto: “ If you want an easy life, don’t be an architect”
  2. A una giovane consiglierei di investire le proprie energie innanzitutto nella comprensione delle proprie passioni e poi nella loro piena dedizione al meglio delle proprie possibilità. Non il cosa ma il come, insomma.

Un oggetto di design e un’architettura a cui siete particolarmente affezionate

  1. La casa di Walter Gropius a Concord negli Stati Uniti. Un capolavoro di sintesi tra l’insegnamento della Bauhaus e l’architettura vernacolare del New England
  2. L’abitacolo di Munari è un esempio di design che esprime in maniera eccellente i temi della personalizzazione di uno spazio attraverso la modularità e il gioco.

Sul vostro tavolo da lavoro non manca mai….

  1. liste, liste, liste, ma senza mai una penna
  2. Carta, penna e una lista senza fine di cose da fare

Una buona regola che vi siete date?

G-E. Sdrammatizzare e non prenderci troppo sul serio

Il vostro working dress?

  1. Mi piacerebbe rispondere qualcos’altro, ma la verità è che il look è abbastanza casuale, in questo periodo poi lo studio è gelato quindi il mio dress code è quello da alpinista
  2. Ogni mattina mi sveglio e combatto contro il rischio di uscire di casa in pigiama per aver messo le esigenze di altri davanti al (poco) tempo a disposizione da dedicare alla cura della propria persona. Un buon risultato per me? Conquistare entro le h 9:00 am un aspetto ordinato e un abbigliamento sobrio, informale e al tempo stesso professionale.

 Città o campagna?

  1. Città per lavorare, la montagna per la rigenerazione e il riposo
  2. Considero la prossimità con la natura come un punto d’arrivo e l’immersione nella nostra Roma come una dipendenza che nutre lo spirito con la sua bellezza ma non sempre è salutare per via delle sue innumerevoli contraddizioni.

Qual è il vostro rifugio?

G-E. Casa dolce Casa

Ultimo viaggio fatto?

  1. Sono stata a Boston per Natale, ma l’ultimo vero viaggio è quello della scorsa estate in Russia. Mia figlia Emma è andata per un campo di volontariato nella regione dell’Arcangelo a 18 ore da Mosca. Io l’ho raggiunta e abbiamo fatto un viaggio fantastico, oltre le aspettative.
  2. Un coast to coast nostrano: Puglia-Basilicata-Calabria-Sicilia e ritorno in macchina con mio marito e mio figlio. Non era la prima volta e la sensazione è sempre la stessa: amiamo avere il Tirreno alla nostra destra e rispondere al richiamo del profondo Sud.

Il difetto maggiore di ciascuna di voi?

  1. Io sono cronicamente in ritardo…
  2. Sono una maniaca del controllo, in fase di pentimento.

E la cosa che apprezzate di più del vostro carattere? E dell’altra?

  1. Io sono più estroversa, Emanuela è una persona molto equilibrata…una cosa ci accumuna però, l’ironia. Stemperiamo tutto con grandi risate liberatorie…
  2. Il mio punto di forza è la perseveranza: messo a fuoco un obiettivo, senza fretta costruisco le vie per raggiungerlo. Di Giulia apprezzo esuberanza e determinazione, mitigate da uno stile “british” irresistibile.

Un rimpianto?

  1. Non aver avuto esperienze di vita in altre città. Ma non è ancora detto…
  2. Ne ho uno, e lo affronto godendo pienamente di tutto ciò che ho di più caro.

Work in progress ….?

G-E. Non perdere di vista il vero obiettivo: adoperarsi per essere felici!

studio nta | niccoliturano architetti

DEBORA GIORGI

pubblicato in: Interview | 0

1_PORTRAIT wMe ne aveva parlato tante volte la nostra comune amica; mi aveva raccontato delle molteplici esperienze di Debora in territori non così consueti per il nostro immaginario. Ho pensato che il suo contributo alla rubrica dedicata alle donne nel loro dialogo con l’architettura potesse essere oltremodo interessante ed è così che è nato il nostro incontro; un incontro che poi si è rivelato, come spesso accade, ricco di concomitanze coincidenti e interessi comuni.

 Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Direi di no, ma neanche ostacolata….la battaglia si era consumata prima, per poter fare il Liceo Artistico. Al momento dell’università  si erano ormai rassegnati! Feci un patto con mia madre che se avessi fatto il ginnasio con una media alta, poi avrei potuto fare quello che volevo. Mia madre contava sul fatto che me ne sarei dimenticata… ma in quinta ginnasio con la media dell’8, le ricordai il patto e feci l’esame per passare in seconda Liceo Artistico. Gli anni più belli della mia vita!

Architetto o architetta?

Progettista? Le battaglie di genere non credo passino per una vocale.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Studiare architettura è una scuola di vita e di pensiero: ti abitua ad avere una visione critica e interdisciplinare passando dalle discipline del disegno  a quelle umanistiche a quelle tecnico scientifiche; stimola il pensiero laterale, ti abitua a lavorare in team, ti fa capire che per arrivare ai risultati ci vogliono tante competenze e soprattutto tanta passione. Infine ti insegna ad affrontare le cose con progettualità, ovvero con la coscienza che niente è immutabile, che esiste sempre un modo diverso di vedere le cose, che tutto può essere migliorato, cambiato, progettato appunto. L’architettura per me è soprattutto scienza di progetto, a tutte le scale: dal territorio alla città, agli edifici, agli oggetti. Oggi, sempre più, il progetto sconfina dalla forma ad una dimensione sempre più intangibile, in cui tutto è connesso. Progettare oggi, e in generale, per me significa considerare in maniera creativa il contesto, le relazioni, i valori, sapendo che ogni cosa che facciamo ha delle conseguenze; significa quindi progettare in maniera strategica e, in qualche modo, militante.

Com’è maturata la tua scelta di dedicarti all’insegnamento universitario? E in particolare il tuo interesse per le problematiche legate allo sviluppo locale sostenibile e al design per la sostenibilità?

Ho iniziato a studiare Architettura perché volevo avere degli strumenti per ‘fare’ qualcosa di utile partendo dalla mia inclinazione creativa e poi il mio grande sogno era poter viaggiare, conoscere e riuscire ad andare oltre qualcosa che sentivo mi stava troppo stretto. Il percorso tuttavia non è stato particolarmente lineare. Molto presto mi sono resa conto del fatto che la ricerca pura e fine a se stessa non mi interessava e che avevo bisogno di vedere concretamente dei risultati;  avevo bisogno cioè di sperimentare sul campo e di vedere i progetti realizzarsi. Sono sempre stata molto curiosa e portata ad interessarmi a tematiche e discipline differenti, e quindi anche il mio percorso di studi e di ricerca non ha seguito una strada diretta: dopo la laurea in Architettura infatti ho conseguito un Dottorato in Storia ed Istituzioni dei Paesi Afro – Asiatici a Scienze Politiche e poi un Master di II livello ad Ingegneria sull’Architettura Eco-Sostenibile; ho lavorato nel management culturale per una cooperativa archeologica e per alcune amministrazioni locali, come consulente e project manager nei progetti internazionali; mi sono occupata di progetti di formazione innovativi, collaborando in varie forme con università italiane e straniere.

9_materaTutte queste esperienze mi hanno portato dove sono ora! Ho cominciato ad interessarmi alle tematiche dello sviluppo locale sostenibile all’Università con Alberto Magnaghi e Pietro Laureano, rispettivamente relatore e co-relatore della mia tesi di laurea sulla rivitalizzazione e lo sviluppo di un gruppo di oasi nel deserto algerino – le oasi del Gourara –  attraverso una progettazione autocentrata e sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale e culturale. Alberto Magnaghi mi ha dato l’impostazione teorica e metodologica che effettivamente ancora oggi costituisce la base di partenza per tutto il mio lavoro di ricerca. Ho poi collaborato per diversi anni con Pietro Laureano, urbanista e consulente UNESCO, esperto di zone aride; e grazie a lui ho avuto modo di partecipare a progetti internazionali che mi hanno portato in luoghi straordinari:  in Giordania, a Petra, nello Yemen, in Eritrea, in Algeria, in Eritrea e a Matera dove mi sono trasferita per sei mesi per collaborare alla stesura del dossier per l’iscrizione dei Sassi di Matera alla Lista del Patrimonio mondiale, iscrizione che oggi compie 25 anni.

Grazie a queste esperienze ed al lavoro che per anni ho svolto per una cooperativa archeologica nell’ambito della progettazione di eventi e servizi, mi sono avvicinata alle tematiche del patrimonio culturale, tangibile ed intangibile, e alle Traditional Knowledge, maturando la convinzione che la sostenibilità – ambientale, economica, sociale, culturale – del progetto si appoggia in maniera forte ai valori patrimoniali e culturali che determinano l’identità locale e che possono divenire la base per un processo di innovazione autocentrato e sostenibile. In questa dialettica tra tradizione e innovazione, il progetto stabilisce un legame con i destinatari del progetto stesso, generando appropriazione e sostenibilità sociale e culturale ma anche ambientale, dal momento che si creano dinamiche di cura e di protezione. Da qui si è profilato il lavoro che per diversi anni mi ha impegnata come consulente in progetti finanziati dall’UNESCO, UNCCD, World Heritage Fund, Commissione Europea e Cooperazione Italiana in Etiopia, Marocco, Tunisia, Algeria, Haiti e proprio nell’ambito di questi progetti, grazie all’incontro con Saverio Mecca che da diversi anni lavora intorno alle tematiche delle tecniche tradizionali – e oggi è Direttore del Dipartimento – ho avviato la collaborazione con il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Per diversi anni si è trattato di collaborazioni sporadiche su progetti in corso e sulla scrittura di nuovi progetti; poi dal 2013, avendo vinto un importante progetto in Tunisia sul design per lo sviluppo sostenibile, finanziato dalla Commissione Europea, la partecipazione è diventata continuativa e si è strutturata in particolare con il Laboratorio di Design per la sostenibilità, diretto da Giuseppe Lotti. La ricerca e i progetti nei Sud del mondo nell’ambito del design nascono dalla consapevolezza condivisa che in questi contesti si gioca una sfida importante in termini di modelli di sviluppo e che proprio in tali scenari il design può svolgere un importante ruolo di supporto e stimolo verso comportamenti maggiormente sostenibili. Questa sensibilità condivisa con il gruppo di lavoro e le esperienze in ambito Mediterraneo sono state fondamentali per l’avvio del progetto del Dipartimento di Architettura di Firenze con l’Université Euro – Méditeranéenne di Fès in Marocco per la co-creazione dell’Ecole Euro – Méditerranéenne d’Architecture, Design et Urbanisme a Fès, in base ad un accordo interministeriale tra MIUR e Ministère de l’Enseignement supérieure marocchino. Il mio contratto attuale prevede che io insegni in Marocco oltre che a Firenze e che continui a svolgere ricerca in Marocco e nell’area mediterranea. Le tematiche del design dei servizi e del design per l’innovazione sociale di cui mi occupo sono fortemente legate a quelle dello sviluppo sostenibile dei territori ed il lavoro in ambito universitario mi offre l’opportunità straordinaria di proseguire la ricerca ed al tempo stesso di trasmettere esperienze e competenze alle giovani generazioni. Quest’ultimo aspetto, in questa fase della mia vita, è per me assolutamente importante e ne sto traendo enormi soddisfazioni.

Cos’è per te la Bellezza?

La bellezza è qualcosa che ti può rendere felice, accendere una luce dove regna il buio. La bellezza per me ha un potere salvifico e spirituale, permette di allontanarsi dalle visioni stereotipate e ristrette e consente la connessione con una dimensione superiore. Vorrei citare a questo proposito una frase di Piero Ferrucci, filosofo e psicoterapeuta, che esprime in maniera più chiara quello che penso: “L’esperienza del bello ha il potere straordinario di renderci felici, stimolare l’intelligenza, cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo. È alla portata di tutti, perché possiamo trovare la bellezza ovunque: in un film, in una musica, in un paesaggio, in un volto, in un pensiero. Anche nel mondo interiore di una persona.” La bellezza quindi è anche molto democratica! La cosa importante è imparare a vederla, e questo non è così scontato. Come architetti e designer abbiamo un punto in più perché, come dice Zurlo, “il designer è colui che sa vedere, far vedere, pre-vedere”.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Per me l’architettura ha assolutamente bisogno della sensibilità femminile perché richiede ingredienti che sono connaturati alla femminilità: empatia, creatività, sensibilità, capacità di comunicare e di creare emozioni. La parte maschile legata piuttosto alla forma, alla tecnica presenta elementi comuni all’ingegneria. L’architettura per essere tale deve arricchirsi della parte femminile.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Indubbiamente! I posti di potere sono prevalentemente degli uomini e la tendenza a considerare le donne delle efficienti segretarie o al massimo delle performanti comprimarie è sempre molto forte.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Discriminata forse no; utilizzata molto ma, al tempo stesso,  ho a mia volta fruito di opportunità ed esperienze che hanno contribuito alla mia formazione e alle mie ricerche.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Penso che le donne architetto o designer, che possono vivere del loro lavoro sono troppo rare. In parte credo sia dovuto alla dedizione feroce che queste discipline richiedono e alla atroce consapevolezza che purtroppo ancora oggi molte incombenze familiari ricadono sulle donne. Ed in parte per l’attitudine maschile a vedere le donne come utilizzabili e la disposizione femminile a farsi utilizzare e sentirsi gratificate per il fatto di sentirsi indispensabili. Ma questo non riguarda solo l’architettura o il design!

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Un rapporto strumentale, direi. Nel senso che la uso e la apprezzo e cerco di vederne l’utilità per facilitare le cose. Negli ultimi tempi mi sto confrontando in diversi progetti con le tecnologie proprie dell’industria 4.0 come Realtà Aumentata, Realtà Virtuale, Internet of Things e mi affascina l’idea di avere ulteriori strumenti per esprimere concetti e valori in maniera emozionale; inoltre la possibilità di aumentare la percezione e le potenzialità di questi strumenti in tutti i settori, dai beni culturali, ai servizi, alla cooperazione, allo sviluppo.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Riuscire a delegare è una conquista recente, ci sto ancora lavorando….

A quale tra le tue pubblicazioni sei più legata?

A quella che sto scrivendo in questo periodo. Sarà un libro a tre mani con Giuseppe Lotti e un antropologo che collabora con il nostro gruppo di lavoro. Parla dell’innovazione e della tradizione, di come l’innovazione può nascere non solo da un impulso tecnologico ma da un pensiero; dalla modalità con cui ci si relaziona ai cambiamenti, all’ambiente, alla società e di come talvolta siano proprio le crisi, le situazioni limite, la marginalità a creare le condizioni per l’innovazione. Il design in qualche maniera è stato sempre interprete della contemporaneità e al tempo stesso portatore di visioni future e di profonde innovazioni.

E a quale dei tuoi progetti?

10 e 11 bisUno più vecchio ed uno recente ma in qualche modo molto legati. Nel 2003, la costruzione di un museo della cultura berbera nel Medio Atlante, in Marocco, nell’ambito di un progetto di sviluppo finanziato dal Ministero degli Esteri italiano, in un momento in cui ancora l’identità berbera del Marocco non era accettata dal potere. Il museo è stato costruito utilizzando tecniche tradizionali come la terra cruda ma migliorate e realizzato con maestranze locali con la  formula di scuola cantiere. Ma la cosa veramente più coinvolgente è stata l’esperienza nel suo complesso che ha coinvolto associazioni locali, studenti, maâlem, ovvero maestri artigiani, architetti locali… È stato un progetto corale, durato quasi due anni, in cui ho appreso un’infinità di cose ed un’esperienza umana incredibile. Nel 2016 è nata la mostra “Identità Fluide. Un progetto Mediterraneo” curata insieme a Giuseppe Lotti, approdata alla Triennale di Milano e al Musée du Bardo di Tunisi, frutto di un progetto di quattro anni, finanziato dal programma europeo ERASMUS+ in Tunisia per la creazione del Master “3D design pour le Développement Durable des productions artisanales en Tunisie”. Nel corso del progetto si è lavorato sull’identificazione dei valori materiali ed immateriali del patrimonio culturale tunisino, incluso ovviamente l’artigianato, come base e punto di partenza di un progetto d’innovazione per la competitività dei territori. Molti di questi valori sono un patrimonio comune a tutta l’area mediterranea e la mostra cercava di fare dialogare queste identità, in parte perdute o minacciate dalla globalizzazione, che grazie alla loro fluidità e permeabilità riescono ad attraversare tempi e luoghi. Il percorso narrativo cross-mediale ha utilizzato video mapping che raccontavano il concept alla base dei trenta progetti realizzati da giovani designer tunisiniLa riflessione attorno all’identità tunisina e mediterranea mi pare oggi essenziale come fondamentale è la ricerca di punti di contatto piuttosto che di conflitto. Così a Milano la dimensione materica della mostra era rappresentata da 42 statue ceramiche provenienti da Sejnane, in Tunisia (iscritte fra l’altro nello stesso anno alla Lista del patrimonio immateriale dell’UNESCO) mentre al Musée du Bardo (in cui ancora si intravedono i fori delle pallottole dell’attentato del 2015) nella sala punica, l’Odalisca di Ettore Sottsass, che evoca archetipi arcaici o immaginari, convive con i capolavori dell’arte cartaginese e ne stempera il conflitto nella sua straordinaria e sottile ironia. Entrambi i progetti per me significano che “si può fare”, si può provare a cambiare un poco le cose, le visioni, attraverso la cultura e la creatività.

4 e 5

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Assolutamente sì, per le ragioni di cui ho parlato prima. Anche se non diventeranno architette – !! – o designer apprenderanno strumenti per poter affrontare molte delle complessità della realtà e daranno corpo e volto alla loro creatività. E poi le inviterei a non arrendersi, andare avanti, continuare a studiare e fare progetti, anche se il riscontro non è immediato; insomma, non avere paura di inseguire i propri sogni. Nel tempo tutto acquisterà un senso.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata.

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L’oggetto: le Antiche ceramiche di Sottsass, realizzate con il ceramista Alessio Sarri nel 1989, oggetti onirici, quasi completamente svuotati delle loro funzioni, architetture misteriose, forme archetipe di città o spazi che vagamente sembrano citare le città visionarie di Sant’Elia, portando i nomi di antichissime città scomparse: Ur, Ninive, Babilonia, Yazd, Gerico, Susa. Forme archetipe, non essenziali come specifica Sottsass stesso, “perché l’essenziale presume uno stato ideale o un assoluto metafisico”.

16 17 18 bisPer l’architettura, in generale sono legata alle città e alle architetture tradizionali, come i Sassi di Matera, gli Ksour dell’Atlante, le oasi del deserto, 15_m-zab-valleyPetra, le chiese di Lalibela, per la straordinaria integrazione con il paesaggio, la natura, e soprattutto per la capacità di queste architetture di utilizzare in maniera virtuosa le scarse risorse disponibili e di superare i limiti imposti da condizioni spesso quasi al limite. Sono insediamenti e architetture che riescono sempre a coniugare la funzionalità con valori simbolici e significati che trascendono la pura forma. Per citare un’architettura in particolare direi la moschea Sidi Brahim a El Atteuf, in una delle 5 oasi dello M’zab, nel Sahara Algerino. È un’architettura organica, plastica, essenziale, misteriosa, che secondo molti ha ispirato Le Corbusier per la sua cappella di Notre Dame du Haut a Ronschamp.

Come riesci a conciliare la tua attività di ricerca con l’impegno professionale dentro l’Università?

L’Università in realtà è il luogo in cui posso svolgere la mia ricerca con molti gradi di libertà. È un grandissimo privilegio, come oggi – a 54 anni – è un privilegio poter trasmettere qualcosa delle mie esperienze ai ragazzi e contribuire, almeno un po’, a renderli capaci di pensare e quindi di essere liberi.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Un quaderno su cui appuntare e schizzare idee e pensieri.

Una buona regola che ti sei data?

Quella di non avere regole rigide e di non avere paura di cambiare direzione se qualcosa non funziona.

Il tuo working dress?

Comodo, cambia in base al mio umore e al mio stato e, con una concessione agli stereotipi, è molto tendente al nero.

Città o campagna?

Le colline di Firenze… un magnifico compromesso.

Qual è il tuo rifugio?

7 E 8Negli anni ho imparato che il mio rifugio alla fine è me stessa, la mia mente e la mia immaginazione. Ma devo dire che il luogo che più mi fa sentire in pace e mi consente di ricaricarmi è il deserto, e poi al di là di una duna, un’oasi, un giardino completamente progettato dall’uomo utilizzando le scarse e nascoste risorse a disposizione per creare un mondo lussureggiante e di pace. Ci sono infinite sensazioni ed emozioni legate ai deserti in cui sono stata a cui ricorro mentalmente quando non posso andarci fisicamente.

Ultimo viaggio fatto?

In Tunisia a Mahdia nel Sahel, dove ho portato alcuni studenti di Firenze a lavorare con studenti tunisini e alcune associazioni locali su un progetto di valorizzazione delle produzioni alimentari locali. Organizzare workshop, corsi e creare occasioni di scambio in Europa come referente Erasmus e nei paesi della sponda Sud del Mediterraneo o del Medio-Oriente è una parte importante del mio lavoro in ambito universitario ed è un aspetto che amo molto e che mi dà e mi ha dato grandi soddisfazioni. Del resto anche per me tutto è cominciato da viaggi di studio, fino a decidere di svolgere la mia tesi di laurea in Algeria. Ogni viaggio è stato un punto di non ritorno e sono felice di poter dare ai giovani questa opportunità. Viaggiare ci mette a confronto con la diversità, ci obbliga a misurarci con l’alterità, a capire che esistono modi diversi di affrontare le cose, spesso a misurarci con la nostra inadeguatezza e quindi a cercare nuove strade e soluzioni. Nei viaggi intrapresi con gli studenti mi sono resa conto di come queste esperienze siano importanti per i giovani e di quanto cambino le loro vite, allargando i loro orizzonti, facendoli crescere anche come esseri umani. Spesso, dopo una di queste esperienze, ho sentito dire che quel viaggio è stato la cosa più bella della loro vita.

Il tuo difetto maggiore?

L’intemperanza e la testardaggine

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

La mia costante insoddisfazione che mi porta a non adeguarmi e a perseguire strade meno battute, anche grazie alla testardaggine…

Un tuo rimpianto?

So che può sembrare presuntuoso, ma in effetti non ho grandi rimpianti, perché alla fine anche le scelte “sbagliate” mi hanno insegnato qualcosa. A volte però è divertente pensare a come sarebbe andata, un po’ come nel film Sliding doors.

Work in progress….?

Un ciclo di workshop e conferenze in Marocco sul tema del Circular Design, ovvero dell’economia circolare, promossa da una importante fondazione marocchina e dall’Istituto Italiano di Cultura a Rabat. Saranno coinvolti designer italiani e marocchini, studenti e docenti universitari di entrambi i paesi. Le riflessioni e le sperimentazioni che emergeranno da questo lavoro confluiranno in una mostra nel 2020 a Rabat e a Firenze dedicata a mostrare lo specifico contributo dei due paesi al tema dell’economia circolare non solo secondo il paradigma economico e produttivo ma rispetto alla capacità del design mediterraneo di dare senso e forma alle dimensioni meno tangibili, in un processo trasformativo, che da una parte assume e riconosce tutte le sollecitazioni che arrivano dal contesto e dall’altra le connette, le integra e le sintetizza in qualcosa di altro.