MARILIA VESCO

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Fare architettura vuol dire avere la capacità di dare voce allo spazio che ci circonda in modo che esso interagisca con noi donandoci bellezza, armonia e funzionalità, sia alla micro che alla macro scala.

FOTO 7Il 26 febbraio scorso al Piccolo Teatro Grassi di Milano, in occasione della serata di tributo a Nanni Svampa a sei mesi dalla sua scomparsa ho conosciuto la voce di Marilia Vesco e le sonorità jazzistiche abilmente combinate alle sonorità che rimandano alla terra delle sue origini, la Sicilia. Ma solo in tempi più recenti, grazie ad un’amica comune, ho scoperto che Marilia è anche architetto: musica e architettura convergono nella sua progettualità, perché la sua musica è ricca di evocazioni legate allo spazio, così come la progettazione risente del benefico fluido che scorre attraverso la musicalità. Marilia è cantautrice, polistrumentista, interprete e compositrice jazz e dal 2000 si è esibita a Roma ed in Italia nell’ambito dei circuiti legati alla musica jazz. Nella costante volontà di contaminazione dell’attività di architetto con quella musicale, si è unita in passato al gruppo “Just friends”, composto principalmente da architetti, partecipando con loro ad eventi organizzati dalle università di Architettura e producendo un disco per la diffusione del corso “Progettare per tutti senza barriere architettoniche”.FOTO 2 Nella sua incessante attività, in occasione della partecipazione al festival “Lucca Jazz Donna” del 2008, costituì un gruppo Jazz al femminile, le “Just 4 Jazz ladies” ridenominato “Jazz Ladies project”. Marilia ha vinto ben tre edizioni del Premio Lunezia, nella sezione “Musicare i Poeti” con la poesia di Pier Paolo Pasolini “Supplica a mia madre” nell’edizione 2011, con la poesia di Mario Luzi “La sera non è più la tua canzone” nel 2014, ed infine nell’ultima edizione con la poesia di Maria Luisa Spaziani “Come in una cattedrale”.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

I miei genitori, mio padre in particolar modo, auspicavano per noi il “posto sicuro” e volevano indirizzarmi verso studi più brevi e concreti. Negli anni ’90 era ancora visione comune quella di cercare il posto fisso come meta della realizzazione professionale. Mia madre non insisteva più di tanto perché lei è stata una delle pioniere della piccola media impresa femminile a Palermo. Negli anni ’50 aveva avviato un suo piccolo atelier di alta moda. Ed era apprezzatissima dalle nobildonne palermitane che la chiamavano “Ago d’Oro”. Purtroppo abbandonò per seguire gli impegni familiari. Cosa che oggi sarebbe impensabile. Quando decisi di fare architettura mio padre non mi parlò per giorni. Mia madre invece disse: “fai quello che tu senti, segui le tue vocazioni per non avere mai rimpianti, ma fallo sempre responsabilmente”

Il suo esempio è stato per me più incoraggiante di qualsiasi parola.

Che cosa significa per te “fare architettura”?

FOTO 3Per me significa avere la capacità di dare voce allo spazio che ci circonda in modo che esso interagisca con noi donandoci bellezza, armonia e funzionalità, sia alla micro che alla macro scala. Mi sono specializzata in disegno industriale e ho sempre avuto molto interesse per la dimensione abitativa. Ma nello stesso tempo i miei venti anni di attività come segretario nazionale di Europan Italia, mi hanno sensibilizzato al senso della città e alla valorizzazione degli spazi urbani come risorsa per la sconfitta del degrado sociale. Il vero architetto per me deve interpretare e valorizzare la visione del committente rinunciando ad imprimere a tutti i costi la sua firma che rischia sennò di diventare un cliché.

Che cos’è per te la Bellezza?

Pienamente d’accordo con Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. Sono sicura che lui non pensava ai vip siliconati del terzo millennio o al lusso, ma a quel senso di armonia che ognuno di noi è capace di creare in quello che fa. La ricerca di bellezza come equilibrio di ciò che permea la nostra mente e il nostro spazio. Uscendo dal campo dell’architettura, essendo un’amante della buona cucina, mi piace proporre un paragone. Immaginate un panino con dentro schiaffata una mozzarella, pomodoro, olio e origano. E poi immaginate un piatto colorato, che ospita una mozzarella a fette sottili…alternate con fette sottili di pomodoro…e per finire un filo d’olio d’oliva e un pizzico di origano… il tutto con pane aromatizzato all’aglio, che in Sicilia diremmo “stricatu cu’ l’agghia”. E per le nostre città? In generale sono convinta che la bellezza è dentro ognuno di noi, ma occorre creare le condizioni, mostrare gli esempi, perché venga fuori: la rigenerazione parte dunque dall’esempio.

A chi ti ispiri?

Il Less is more di Mies van der Rohe ha sicuramente spianato la strada all’architettura moderna. In generale tendo verso l’architettura organica, ma dipende! Mi sono formata all’Università di Palermo nel periodo di Gregotti, circondata dall’architettura arabo-normanna e dal liberty siciliano di Ernesto Basile. Quindi cerco sempre di essere me.

È più difficile per le donne affermarsi e salire ai livelli più alti?

Inutile girarci intorno, ancora bisogna fare tanta strada affinché il riconoscimento professionale ed economico sia paritario. Ammiro sempre le donne che conquistano i vertici. Ovviamente quelle che lo fanno con le loro forze e la loro preparazione. Poi è chiaro che la fortuna gioca sempre il suo piccolo ruolo, ma questo vale sia per gli uomini che per le donne.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?

Non posso dire di avere avuto particolari incidenti di percorso dovuti al mio essere donna, ma, soprattutto dopo la laurea, ho dovuto rinunciare a qualche collaborazione con studi professionali per incompatibilità con il titolare dello studio. Come architetto ho spesso la sensazione di dover fare il triplo del lavoro ed essere più aggressiva di quanto vorrei, per dimostrare di essere all’altezza di un lavoro ancora considerato maschile.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Oggi non credo. Le possibilità sono date a tutti. Nei concorsi di Europan vedo tantissimi gruppi premiati in tutta Europa a principale composizione femminile e anche nelle fasi successive ai concorsi dimostrano grande professionalità e sono considerate paritariamente.

Come concili l’attività professionale con la tua duplice attività di compositrice e musicista?

FOTO 4Sfrutto tutto il tempo a disposizione: diciamo che non mi annoio mai! Alcune volte mi sembra di vivere due vite parallele ma poi scopro che l’una sostiene l’altra. Dal punto di vista degli impegni sono agevolata dalla mancanza di figli. Questa parte di amore non dato lo metto a disposizione della musica. C’è stato un momento, dopo la mia seconda tournée in Australia, in cui ho dovuto scegliere se seguire il successo commerciale con laute risorse economiche ma ho invece privilegiato i miei interessi musicali un po’ più di nicchia come il jazz, condito da tutta la musica che mi ha influenzata – incluso il cantautorato italiano – pervenendo così ad una conciliazione tra Musica e Architettura, risparmiandomi chirurghi plastici e partecipazioni a programmi stile “L’isola dei famosi”… orrore!

 

 

 

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

FOTO 5Un progetto d’interni. Una casa sul litorale laziale che ha la caratteristica di guardare il mare da una parte e il centro storico dall’altra. Ho giocato sul total white come foglio bianco sul quale una splendida coppia con un bambino, hanno scritto quello che volevano. La felicità negli occhi dei clienti che sentono la casa come se l’avessero disegnata loro è impagabile. Questo me lo ha insegnato il bravissimo interior designer Santi Cinà, con il quale ho collaborato per qualche anno a Palermo, un sapiente maestro per quanto riguarda il trattamento degli interni.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Non mi sembra che stiamo messe male …. Abbiamo colto tutte le opportunità creative che la nostra formazione ci permette – dal cucchiaio alla città – siamo più resilienti degli uomini. Le percentuali di donne architetto sta crescendo molto in Europa con circa il 60% di donne in Grecia, il 50% in Svezia e Danimarca, e il 40% in Germania, Italia e Francia.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

La tecnologia è uno strumento fondamentale per la gestione di tante nostre attività, sia quotidiane che professionali. Io cerco di utilizzarla al meglio. Sono una Apple dipendente dal primo classic mac, quindi dagli anni ’90. Ma ho dimestichezza con tutti i sistemi operativi. Mi piace controllare i devices e non esserne controllata. Però la matita è la matita, irrinunciabile così come i piccoli taccuini che tengo sempre in borsa. Certo non ce la farei se il bip del telefonino non mi ricordasse gli appuntamenti.

 Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Seguo personalmente tutta la parte dell’abitare perché è necessario entrare in sintonia con i committenti. E’ una sorta di viaggio insieme… Ovviamente mi avvalgo di colleghi specializzati in base alle diverse necessità e non disdegno né ingegneri, né geometri perché ognuno con le sue competenze completa l’intero iter realizzativo.

Nell’ambito dei progetti di rigenerazione urbana attraverso i concorsi di Europan, cambia lo scenario ad ogni edizione, sulla scorta dei temi affrontati e delle città che partecipano; questo per dire che sono abituata a gestire team di lavoro temporanei che mi seguono nell’arco di circa diciotto mesi e poi si sciolgono.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Vedo molto il mio lavoro in mobilità. Condivido lo studio con l’abitazione, secondo il concetto di casa atelier, e gli strumenti digitali mi aiutano molto nella gestione dei progetti. Ritengo che lo studio nel senso classico del termine si possa superare. L’idea del co-working mi piace molto.

Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?

Completare gli studi prima possibile e abilitarsi subito. Cercare all’inizio di acquisire più competenze possibili attraverso l’esperienza. Sono ancora sostenitrice della gavetta purché non si trasformi in sfruttamento. Conoscere più sfaccettature possibili della nostra professione ci fa capire che tipo di architetto vogliamo essere. Non dedicare più di 2/3 anni per decidere e poi concentrarsi sulla propria attitudine.

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori\trici?

Il senso critico, che per me si traduce nell’affrontare il lavoro con consapevolezza e l’interesse mostrato per quello che si svolge; tutto il resto si può imparare. Lavorare con la propria testa e non eseguire compiti senza capirne la finalità. Non sempre purtroppo ho trovato queste caratteristiche, ma quando le ho incontrate i risultati sono stati molto positivi. Giusto per citare una mia infaticabile collaboratrice, Claudia Cesario, ora è in pensione  ma continua ad inviarmi link che riguardano i temi della rigenerazione urbana.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Consiglierei certamente Architettura. Anche una delle mie nipoti sta intraprendendo questa carriera e sono molto contenta. Mi sentirei di consigliare di cercare di mantenere sempre attiva la rete di collaborazione con i colleghi e di fare squadra. Serve a crescere.

Cosa vuol dire per te fare design (o architettura) oggi?

Come dicevo prima forse bisogna essere resilienti. La parola più adeguata in tempi di crisi è “adattabilità”. Penso sempre al film “L’uomo senza passato”, diretto da Aki Kaurismäki, quando immagino il nostro ruolo nel mondo professionale, a qualunque scala noi lo facciamo. In particolare la scena in cui, di fronte alla terribile situazione di non ricordare chi era e non avere neanche un soldo in tasca, trova alloggio in un container. E lo arreda. Vi consiglio la visione perché è geniale.

C’è una donna architetto a cui ti ispiri? E una donna musicista e cantante?

Mi piace guardare nella nostra contemporaneità e, per la sua preparazione, grinta e professionalità direi Guendalina Salimei e non perché ci conosciamo da vent’anni ma per la sincera stima professionale. Per quanto riguarda la musica, potrei dire quattro nomi che racchiudono un po’ il mio mondo, Ella Fitzgerald, Jony Mitchell, Esperanza Spalding e Noa.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

FOTO 6Diciamo un oggetto di design della mia collezione Mari Electra. Ho iniziato a riciclare componenti elettrici e piccoli elettrodomestici nel 1996. Quando ancora neanche si parlava di re-design e il primo prototipo sul quale ho lavorato è stato il frullatore che mia madre utilizzava quando eravamo bambine. Poi il bicchiere in vetro si è rotto e adesso si chiama “frulamp” ed è una delle mie lampade preferite.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Una bottiglia d’acqua, fogli di carta da lucido, matita e, se sto progettando un buon disco di Jazz

Una buona regola che ti sei data?

Cerco di pianificare il più possibile le mie giornate. Di regole me ne dò tante, altrimenti non potrei fare tutto quello che faccio ma lascio sempre dei margini per trasgredirle.

Il tuo working dress?

Dipende dalla situazione. Mi piace vestire sempre in modo appropriato al contesto. Però sono una motociclista e quindi considero anche gli aspetti funzionali. Diciamo che nel quotidiano vesto uno sportivo/elegante ma ci tengo molto alla femminilità.

Città o campagna?

MARILIA VESCO4Direi mare!…Scherzi a parte, penso che nell’arco della nostra vita cambiamo anche i luoghi dove desideriamo vivere. Fino ad oggi sento di desiderare ancora il pulsare della città, in futuro chi lo sa…

Qual è il tuo rifugio?

La mia sala musica.

Ultimo viaggio fatto?

In questi ultimi anni ho prediletto l’Italia, ma ho desiderio di esplorare nuove mete internazionali. Per via di Europan giro l’Italia in lungo e in largo, ma anche l’Europa. L’ultima meta europea è stata Amburgo. Sono rimasta incantata dalla Elbphilhamonie progettata da Herzog & De Meuron e da tutto il piano di rigenerazione verde della città. Pannelli solari sui tetti degli edifici, un mix energetico con impianti geotermici o solari e pompe di calore che sfruttano l’acqua dell’Elba, piste ciclabili … eccezionale qualità di vita.

Il tuo difetto maggiore?

Il mix esplosivo di un’eccessiva sensibilità unita alla mia cocciutaggine: vado come un treno e, senza volerlo, travolgo chi mi sta vicino.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Vedo sempre il bicchiere mezzo pieno… un ottimismo smisurato.

Oggi si direbbe che ho la capacità di trasformare le criticità in opportunità. Forse è così.

Un tuo rimpianto?

Uno di poca importanza: aver rifiutato l’opportunità di lavorare presso uno studio di architettura a Brisbane in Australia nel 2006. Ammetto che mi ha spaventato la lontananza da tutti i miei affetti. Per il resto ancora non ho rimpianti.

Work in progress….?

La nuova edizione di Europan – la quindicesima – nella quale festeggiamo trent’anni di attività, e per la quale speriamo di avere siti interessanti e amministratori illuminati; d’altro canto la preparazione di un nuovo spettacolo musicale/teatrale con nuove mie composizioni.

VANESSA SIEBEZZI

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Potrebbe sembrare che mi sia allontanata molto dai miei obiettivi iniziali di giovane studentessa di architettura ma in realtà mi sento oggi molto più vicina alla me stessa di allora di quanto lo fossi qualche anno fa, perché in fondo nell’architettura e nel design come nella progettazione urbana, per me l’obiettivo è sempre stato lo stesso: portare la Bellezza nella vita di ogni giorno.

PORTRAIT 1_in aperturaE’ stata la mia “vicina di balcone” per parecchi anni perché abitava accanto al mio studio di allora, che adesso è diventata la mia casa atelier; eh sì, perché tutto cambia e per Vanessa il cambiamento è stato progressivo e radicale: architetto, dispensatrice di processi di progettazione partecipata prima – come sarà lei stessa a raccontarci più diffusamente – e oggi ceramista; prima a Torino  e adesso a Vicenza, sua terra d’origine. Insieme a David, suo compagno di lavoro e di vita, hanno creato il marchio R&S ceramica pop, nella convinzione che la bellezza debba essere testimoniata e diffusa.

FOTO 1Grandissima rovistatrice tra i banchi dei mercati, sa riabilitare tessuti e abiti, arredi e suppellettili, restituendoli a nuova vita. Donna di grande gusto, assolutamente anticonformista, “indossa” a mio parere con profonda fierezza il motto della grande Irene Brin: “Nelle difficoltà, arroganza e allegria”.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Sono sempre stata incoraggiata dalla mia famiglia – in particolare da mia nonno – a studiare, non importa cosa.

Definisci brevemente cosa significa per te “fare architettura”

Continuo a essere d’accordo con Rogers sul fatto che l’ambito di lavoro dell’architetto va “dal cucchiaio alla città”. Il ruolo dell’architettura per me resta quello di trovare attraverso il progetto il punto di incontro tra forma e funzione, tra arte e vita quotidiana e questo vale sia che si tratti di spazio – urbano, domestico, naturale, virtuale – sia che si tratti di oggetti – mobili, abiti, utensili … per questa ragione penso di non avere mai cambiato professione pur essendo passata dalle politiche di rigenerazione urbana al design di accessori, alla ceramica.

È più difficile per le donne farsi sentire e salire ai livelli più alti?

Se rispondessi di no negherei quello che affermano molte statistiche e molte altre donne, ma credo che la situazione non sia brutta come la si racconta. Da anni di lavoro nell’ambito della progettazione partecipata ho imparato a guardare i problemi da diversi punti di vista. Penso che ci siano delle resistenze in alcuni ambiti a far salire le donne al vertice, ma sono anche convinta che, rispetto agli uomini, ci sia un minor interesse delle donne a raggiungere i livelli più alti, quando questo significa mettere la propria ambizione davanti ai propri principi o alla qualità della propria vita personale. È vero che le donne che siedono nei consigli di amministrazione sono una percentuale inferiore agli uomini,  ma quelle che sono a capo di nuove imprese sono più numerose degli uomini. Il successo non ha necessariamente una forma piramidale e mi piace pensare che molte donne scelgano consapevolmente di non partecipare a una corsa verso l’alto di cui non condividono le regole e che stiano invece, lentamente e inesorabilmente, dando forma ad un’altra idea di successo.

Quale effetto pensi sia stato sul tuo lavoro essere una donna?

Come in tutti i lavori che richiedono capacità di gestione e concertazione essere donna aiuta: siamo più brave a gestire la complessità, mentre gli uomini se la cavano meglio in “verticale”. Ovviamente parlo in generale, quando si tratta di persone ogni individuo è unico e può essere vero il contrario.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Sicuramente lo è stato, l’architettura è una disciplina tradizionalmente maschile, ma penso che non sia più così. Purtroppo oggi nel mondo dell’architettura è molto difficile non solo affermarsi ma semplicemente lavorare dignitosamente, indipendentemente dal sesso.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Una sola volta, quando mi occupavo dell’allestimento del Padiglione dell’Iran alla Biennale d’arte di Venezia: i responsabili iraniani pretesero di avere un uomo alla direzione lavori, ma era quasi come essere nel loro paese …. in Italia, devo dire che non mi è mai successo.

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Le case in cui ho abitato e che, fosse per pochi mesi o molti anni, ho sempre trasformato in uno spazio mio, interpretandone la natura; d’altronde non mi sono mai occupata di progettazione architettonica professionalmente se non a livello di concept.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Penso che non sia molto diversa da quella dei nostri colleghi maschi e degli altri professionisti e imprenditori: inutilmente complicata.

Ci racconti quali sono state le tue scelte professionali e la tua professione attuale?

Quando mi sono iscritta ad Architettura avevo intenzione di occuparmi di restauro, ma al terzo anno mi sono appassionata alle discipline legate alla pianificazione urbana e ai processi dal basso fino a svolgere una tesi sugli esiti della gestione urbana partecipata a Cuba. Ho poi vinto una borsa di studio per la scuola di specializzazione in “pianificazione per i paesi in via di sviluppo”, ma alle prime esperienze lavorative mi sono resa conto che l’ambiente della cooperazione internazionale non faceva per me; c’è troppa uniformità ideologica. Dopo una breve esperienza milanese durante la quale ho frequentato un master in “Marketing del territorio” alla Domus Academy sono stata contattata da Avventura Urbana, una delle prime e più importanti società italiane nell’ambito della progettazione partecipata e dei processi inclusivi. Mi sono trasferita a Torino e ho lavorato con loro dieci anni, spaziando dai programmi di riqualificazione urbana ai processi di democrazia deliberativa, con cui la progettazione ha poco a che fare. Sono stati anni intensi, pieni di soddisfazione in cui ho rafforzato molto le mie competenze nell’ambito della sociologia, dell’antropologia e della negoziazione dei conflitti. Intorno al 2010, complice il fatto che con la crisi la quantità e la qualità dei lavori stava diminuendo mi sono resa conto che era tempo di cambiare. Avevo due possibilità: o provare a continuare quel percorso per conto mio, o cambiare strada. Mettermi in proprio però avrebbe significato dover trovare i committenti e la committenza nell’ambito della progettazione inclusiva è rappresentata da enti pubblici o fondazioni; questo significa dover dedicare molto tempo a costruire relazioni in campo politico, una cosa che non mi è mai piaciuto fare. Ho scelto quindi il piano B. Avevo realizzato delle borse che erano piaciute molto, ho deciso di iniziare a farle e venderle nei market indipendenti, poi  Maria Teresa Grilli – un’amica e una grandissima artigiana – mi ha offerto di collaborare con il suo Atelier, dandomi l’occasione di approfondire la conoscenza del mondo della sartoria e della produzione artigianale.  Nell’anno trascorso con lei l’idea di produrre qualcosa di mio si è rafforzata; contemporaneamente mia madre ha iniziato ad avere problemi di salute e ho deciso di tornare in Veneto, dove avrei  potuto anche trovare un ricco tessuto culturale e produttivo per realizzare le mie idee. Inizialmente mi sono orientata sulla pelletteria, mi piacciono gli oggetti che hanno un rapporto forte con la funzione, ma dopo pochi mesi ho conosciuto David Riganelli e il collettivo Sbittarte, che si incontra ogni venerdì nella zona di Marostica a decorare la maiolica. È stato un colpo di fulmine: tutti quegli oggetti belli, unici, fatti per essere usati nella vita di ogni giorno, che non si erano mai visti nei market dell’handmade e del design indipendente che avevo frequentato negli ultimi anni. Con l’entusiasmo che solo l’inizio delle storie d’amore sa dare abbiamo deciso di realizzare duecento tazzine da vendere a Natale: il 24 dicembre non avevamo più nulla. FOTO 2Abbiamo deciso di continuare e da quasi quattro anni abbiamo una nostra produzione che cresce e cambia ogni giorno. Realizziamo principalmente oggetti per la tavola, con le tecniche della ceramica popolare veneta, nata per l’uso quotidiano. Potrebbe sembrare che mi sia allontanata molto dai miei obiettivi iniziali di giovane studentessa di architettura ma in realtà mi sento oggi molto più vicina alla me stessa di allora di quanto lo fossi qualche anno fa, perché in fondo nell’architettura e nel design come nella progettazione urbana, per me l’obiettivo è sempre stato lo stesso: portare la bellezza nella vita di ogni giorno.

FOTO 3Cos’è per te la bellezza?

C’è un verso di Keats “ la verità è bellezza e la bellezza verità” che ho sempre considerato un’ottima sintesi, ma come tutte le sintesi, un pò troppo riduttivo. Più che verità, termine monolitico e perfetto, io parlerei di autenticità, una parola che comprende anche le contraddizioni, gli errori, i difetti, i limiti. Ma nemmeno l’autenticità è sufficiente per creare bellezza, servono anche l’amore, inteso come cura e attenzione per quello che si sta facendo e soprattutto serve maestria, ovvero la capacità di usare consapevolmente gli strumenti e le tecniche del proprio mestiere più adatte ad ottenere il miglior risultato possibile. Certo è un ragionamento astratto, la “Bellezza” è un concetto astratto, nella realtà siamo circondati da infinite forme di diverse bellezze ma credo che in tutte ci sia qualcosa di vero (la funzione, la storia, il materiale, il luogo, il soggetto, l’idea…) realizzato con cura e sapienza.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia? 

Un architetto che non ama la tecnologia che architetto è? La tecnologia è fondamentale per costruire ed è grazie alla tecnologia che cambiano i materiali, i metodi costruttivi, le esigenze di spazio, i linguaggi e quindi che la creatività evolve.

Come è organizzata la tua attuale attività? cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Siamo in due nella vita e nel lavoro e lavoriamo in modo molto libero, ma ovviamente ognuno di noi  ha la sua sfera di eccellenza e responsabilità.

Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?

In realtà credo di non avere consigli da dare a chi è più giovane di me, anzi  ho imparato moltissimo dai giovani creativi indipendenti che ho incontrato negli ultimi anni: rispetto alla mia generazione non puntano al lavoro o a una carriera strutturata ma direttamente a realizzare i loro progetti.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?

No

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori\trici?

Mi piacciono le persone chiare e dirette, ho sempre guardato a questo sia tra le persone della mia squadra quando avevo il ruolo di project manager, sia adesso, quando si tratta di scegliere fornitori o accettare committenti.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Dipende da quali sono i suoi obiettivi. È una facoltà che io ho amato molto soprattutto per la varietà di discipline che ho potuto affrontare e per questo la consiglierei,  ma ora il piano di studi è molto più rigido, bisogna quindi essere molto più convinti di voler progettare edifici una volta usciti.

Cos’è per te fare design (o architettura) oggi?

Penso che il design e l’architettura oggi debbano, nuovamente, ricercare la “durabilità”. Oggetti e architetture invecchiano sempre più velocemente, produciamo una quantità eccessiva di rifiuti e abbiamo rovine quasi contemporanee, dovute non tanto al degrado fisico dei materiali, ma alla poca adattabilità delle tipologie a nuove funzioni. Oggetti e luoghi devono di nuovo essere in grado di sfidare il tempo.

A chi ti ispiri?

A William Morris trovo la sua visione del rapporto tra creatività e libertà professionale molto attuale e il suo desiderio di portare la bellezza nella sfera del quotidiano mi ha affascinato fin dal primo anno di Università.

FOTO 4

C’è una donna architetto a cui ti ispiri o ti sei ispirata?

Nessuna professionista conosciuta mi ha mai affascinato particolarmente,  ma sono stata molto influenzata da due studiose, Françoise Choay ed Egle Trincanato.  Il suo “Venezia minore” è un testo fondamentale per la formazione del mio senso estetico, penso sia grazie a questo libro se mi sono innamorata della ceramica popolare.

 Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

La mia sedia di vimini disegnata da Gio Ponti e le calli di Venezia.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Qualcosa di bello che non serve a nulla.

Una buona regola che ti sei data?

Credere nel processo più che nel progetto.

PORTRAIT 2Il tuo working dress?

Grembiule e vecchi abiti… È la cosa che mi piace meno del mio nuovo lavoro, non potermi “vestire”. Per fortuna oltre al tempo in laboratorio ci sono anche le fiere, i market e i workshop.

Work in progress

Sto lavorando a dei vasi in terracotta rossa, vasi da piante. Li realizzo con una tecnica che richiede molto tempo e che li rende quindi commercialmente “improbabili”, perché il costo della manodopera è sproporzionato rispetto al valore del materiale e alla funzione dell’oggetto. Li considero un omaggio al valore della manualità e un regalo che faccio a me stessa, lasciandomi libera di creare al di fuori dei vincoli del prodotto.

ANNA CACCHERANO

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ANNA CACCHERANO ha investito grandi energie e speso tanto tempo per costruire la sua carriera professionale. Un solo orpello abita la sua sobrietà – gli occhiali – un vero e proprio feticcio che, irrinunciabile nel suo look muta per le molteplici forme e i colori più svariati.

Vicaccherano-ritratto2ve a Torino e proprio di questi tempi è assorbita dalla ristrutturazione della sua nuova casa, a due passi dal centro cittadino ma al contempo protetta dal verde delle pendici della collina torinese. Ce l’ha fatta perché è caparbia, verrebbe da dire incontrandola. E in effetti ha investito grandi energie e speso tanto tempo per costruire la sua carriera professionale. Un solo orpello abita la sua sobrietà – gli occhiali – un vero e proprio feticcio che, irrinunciabile nel suo look muta per le molteplici forme e i colori più svariati. Al primo impatto sembra scontrosa, imbronciata e maldisposta ma si rivela quasi all’istante intimamente disponibile e generosa nel profondo dell’animo. Non porta mai i tacchi; lei porta scarpe comode e ama stare alla guida anche per lunghi viaggi. Si rivela a tratti romantica e partigiana all’inverosimile. Conosco molto bene la sua storia ma sarà lei a delineare il suo profilo e tracciare il suo percorso progettuale.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Provengo da una famiglia operaia, mio padre un grandissimo lavoratore e mia mamma, suo malgrado, casalinga. Diciamo che mio papà ha accolto la mia scelta con grande orgoglio, quindi mi ha dato coraggio, mamma nella sua totale e perenne negatività mi ha detto “intanto non ce la farai mai”: è nata così una sfida più con me stessa che con lei. Ho quindi iniziato il mio percorso da studentessa/lavoratrice: per cinque lunghi anni lavoravo otto ore al giorno come disegnatrice in uno studio di ingegneria e la sera frequentavo la facoltà; studiavo di notte, durante i weekend e nei periodi di vacanza. Mi sono laureata in cinque anni con il massimo dei voti … così tutti contenti… io per prima (non ne potevo più!)

Architetto o Architetta?

In questi ultimi anni abbiamo assistito alla presa di posizione di parecchie donne nel campo della politica che a mio avviso stanno vanificando anni di battaglie da parte di Donne vere, che si sono battute per legittimare la donna nelle diverse professioni. Stiamo infatti assistendo a disquisizioni di natura puramente linguistica che considero poco significative e piuttosto fuorvianti rispetto ad un argomento che è ancora di grande attualità. Comunque in linea di principio mi è indifferente.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Bisogna capire e ascoltare, è un’arte complessa quella dell’ascolto; è difficile perché spesso le voci di quelli che hanno più cose da dire sono discrete e sottili. Ascoltare non è obbedire. Ascoltare, quindi capire, quindi   progettare.

Cos’è per te la bellezza?

Come diceva Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo.”

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Credo che siamo più rispettose e con maggior capacità di ascolto nei confronti dei nostri clienti; questo si traduce in progetti nei quali emerge la capacità che abbiamo di connettere sensibilità e tecnica.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

L’affermarsi per un architetto nel nostro paese è difficile a prescindere dal genere! Si, per una donna di più!

caccherano-ritratto1Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Ho iniziato la mia carriera lavorativa in un tempo in cui ero molto giovane, frequentando da subito i cantieri di allestimento e da subito ho imparato che per una donna è indispensabile “tirar fuori le unghie”. Questo mi ha aiutata e oggi posso dire che non ho ricordi particolari…..certo per una donna ogni cantiere richiede una fatica che va oltre il normale svolgimento di un lavoro. Anzi, ora che ci penso, un ricordo mi è rimasto: un tempo mi sentii discriminata…..all’epoca ero un giovane architetto neolaureato ed ero anche una giovanissima madre. Il lavoro che avevo da poco intrapreso mi appassionava molto ma venni talmente ostacolata da una donna che pur avendo un ruolo diverso dal mio e sicuramente un livello più alto non tollerava né la mia giovinezza, né il mio essere madre nel contempo molto appassionata e coinvolta dal mio lavoro che lasciai l’azienda.

Quale è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Mi occupo e mi sono sempre occupata di allestimenti, la loro temporaneità fa si che il ricordo sia legato principalmente alle persone con cui o per cui ho lavorato. In questo mi sento molto fortunata, ho dei clienti fantastici e sono ricca di bei ricordi. La mia esperienza si è sviluppata nel campo degli allestimenti, sia in merito alla progettazione, ma soprattutto nell’ambito gestionale di gruppi di lavoro complessi ed eterogenei. Il mio compito è spesso stato un vero e proprio slalom: destreggiarmi tra il pensiero del direttore, del curatore, del comitato scientifico, dello scenografo, delle maestranze con le quali ho sintetizzato e concretizzato il pensiero di tutti coloro che ci hanno preceduti. La meraviglia di lavorare in luoghi che non sempre sono semplici contenitori ma edifici storici che richiedono attenzione e rispetto per la loro storia e quindi la loro conservazione, ha rappresentato un interessante stimolo a progettare con metodo e discrezione verso “il contorno” che rappresenta lo scenario del mio mestiere. Progettare il temporaneo, collaborare con le aziende a presentare il loro prodotto all’interno di uno spazio vendita o nelle innumerevoli sedi fieristiche in tutto il mondo, è da sempre una delle attività alle quali mi sono maggiormente dedicata. Ho lavorato percorrendo un complesso processo che non può prescindere dalla conoscenza della realtà produttiva: la comprensione e le peculiarità dei prodotti da esporre fino a raggiungere il mercato di competenza. Con alcune aziende ho maturato nel tempo una conoscenza e una affinità che mi ha permesso di sentirmi a pieno titolo loro partner, di guadagnare la loro totale fiducia e di avere il piacere di lavorare CON loro e non PER loro. Ho esplorato mercati molto diversi tra loro che vanno dalla meccanica, al food, all’automotive, all’editoria, al packaging, alla gioielleria. L’eterogeneità di questo settore è ciò che ha reso divertente e affascinante il mio lavoro

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Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

L’architettura nella storia spesso è stato lo strumento scelto per rappresentare il potere, cosa che da molto tempo non avviene più. Oggi l’architetto, donna o uomo che sia, è considerato un professionista di serie B e i “nomi riconosciuti sono per la maggior parte maschili. La donna fa ancora fatica ad affermarsi, c’è ancora tanta strada da fare. Non ho mai rinunciato a dedicarmi alla progettazione edilizia e alla costruzione, né all’opportunità di progettare un interno. Costruire qualcosa che potenzialmente sia in grado di sopravviverci credo sia uno dei temi al quale chi fa questo mestiere inevitabilmente rivolga un pensiero. Disegnare uno spazio destinato all’abitare è, ancora una volta, un’attività che richiede studio, comprensione e conoscenza e rispetto di chi all’interno di quello spazio realizzerà il proprio scenari di vita

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Lavorando oggi molto da sola la tecnologia per me è indispensabile per relazionarmi con l’esterno, per fare ricerca e per tenermi aggiornata riguardo al mio lavoro. Non utilizzo abitualmente i programmi di disegno: ritengo che alcuni programmi di grafica richiedano una preparazione e una professionalità specifica. Io amo disegnare a mano, mi aiuta a pensare; utilizzo con una certa moderazione i social, li considero uno strumento molto buono per mantenere delle relazioni di natura superficiale ma non mi piace l’utilizzo che ne viene fatto quale strumento di autocelebrazione.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Quando inizio un nuovo progetto ho sempre bisogno di un tempo in cui lavorare in solitudine; successivamente sviluppo il progetto con la collaborazione di giovani architetti, dapprima per preparare la presentazione al cliente e in un secondo tempo per procedere con lo sviluppo esecutivo del progetto. Amo molto lavorare con i giovani con i quali facilmente entro in sintonia, mentre ho più difficoltà con i miei coetanei.

Quale è stato il tuo approccio nella guida dello studio ?

Sono stata per anni contitolare in aziende all’interno delle quali ho sempre avuto un ruolo di responsabile dell’ufficio tecnico e della progettazione. Ho sempre cercato rapporti di scambio e di rispetto dei ruoli sia a livello professionale che individuale.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Consiglierei sempre di seguire le proprie passioni a prescindere da quali siano. Se la passione è l’architettura o il design certo che lo consiglio; per me resta sempre un bellissimo mestiere.

Un oggetto di design o di architettura a cui sei particolarmente affezionata

Le terme di Vals di Peter Zumthor, terme meravigliose, connubio di acqua e roccia, con scorci di vista sulla valle e le montagne innevate. 

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Sul tuo tavolo non manca mai….

Matite, colori e la mia irrinunciabile agenda rigorosamente cartacea.

Una buona regola che ti sei data?

Non rimandare a domani ciò che posso fare oggi, regola che come vedi non ho applicato a questa intervista.

Il tuo working dress?

Sobrio, pratico, tendenzialmente di gusto un po’ maschile: l’abito non deve mai intralciare né condizionare i miei movimenti.

Città o campagna?

Certamente città!

Qual è il tuo rifugio?

La mia famiglia, ovvero mia figlia e mio marito…. noi tre.

Ultimo viaggio fatto?

Giordania. Ho visto luoghi incredibili, colori che per settimane ti restano dentro negli occhi, si, ma soprattutto mi sono incontrata con tutto ciò che sta intorno: la gente, i sorrisi, le emozioni

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Il tuo difetto maggiore?

Ho moltissimi difetti…..Sono sempre stata permalosa e lo sono ancora, ho uno scarso senso dell’umorismo e ultimamente, mio malgrado, sono diventata molto diffidente, sentimento quest’ultimo che non fa parte della mia natura ma che mi è stato indotto da alcuni brutti incontri che ho fatto nel corso degli anni.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Sicuramente la tenacia e la determinazione. Sono molto spontanea e diretta; questo, che considero un pregio, si è rivelato talvolta uno svantaggio … a volte occorre un po’ di diplomazia.

Un tuo rimpianto?

Non essere andata via da questo paese quando ero più giovane; ora mi pare troppo tardi

Work in progress?

Sto preparando un micro allestimento all’interno di una convention che si terrà a Londra e anche in una piccola dimensione la parte più interessante è sempre la costruzione del progetto.

ALESSANDRA CALVANI

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Alessandra Calvani afferma che le sue  collezioni costituiscono delle sequenze formali autonome che cercano di qualificare il corpo nel suo rapporto con lo spazio e il corpo è parte inscindibile dell’abitare. E’ in questo senso che considera i suoi gioielli oggetti di design. Questo è il suo modo di fare  architettura.

Alessandra mi apre le porte del suo atelier con un largo sorriso accogliente e rassicurante. Il luogo del suo progettare si trova all’interno di una curiosa area urbana, un vero e proprio  esempio di archeologia industriale piuttosto inconsueto per la città di Roma.

RITRATTO-alessandraLo studio di Alessandra – mi racconta – era occupato da una ex fonderia sorta nei primi anni del ‘900 e l’atmosfera del luogo mantiene in qualche misura la vocazione delle sue origini, sebbene il sapiente recupero architettonico dell’intero complesso ne conferiscano un allure assolutamente contemporaneo. Quando lo vide per la prima volta fu “amore a prima vista” e lì per lì non avrebbe immaginato di stabilire proprio in quel luogo la nuova sede del suo brand. All’interno la superficie è suddivisa in due ampie sale che esaltano il senso d’intimità degli ambienti, celebrando al tempo stesso l’immagine contemporanea delle collezioni di Alessandra, gioielli in cui balza agli occhi con assoluta evidenza il processo progettuale che governa la creazione, dalla ricerca formale agli accostamenti cromatici, fino alla meticolosa ricerca dei materiali e delle tecnologie per realizzare il prodotto finale.  Ne derivano bijoux concettualmente eccentrici dalle nuances sovrapposte che talvolta creano sfumature inedite. Appassionata di fotografia, Alessandra spesso prende appunti attraverso i suoi scatti di dettagli architettonici ed innesca il processo progettuale che approda alla creazione di vere e proprie architetture da indossare.

SEI STATA INCORAGGIATA DALLA TUA FAMIGLIA NELLA SCELTA DI STUDIARE ARCHITETTURA?

Ho il ricordo vivissimo di una lunga passeggiata al mare in chiacchiere con mio padre. Lui sosteneva il mio desiderio di iscrivermi alla Facoltà di Architettura, ma io sapevo che il suo incoraggiamento era in parte frutto di un suo vissuto quando dieci anni prima aveva fermamente dissuaso mia sorella dallo stesso desiderio. Questo succedeva a metà degli anni ’70 quando nella cultura borghese corrente l’architettura e l’ingegneria erano studi fortemente legati al progetto edilizio, al cantiere e dunque sostanzialmente “roba da uomini”. Nei dieci anni successivi il doppio salto mortale compiuto dalle donne per l’affermazione delle proprie libertà aveva profondamente cambiato lo scenario e fortunatamente anche mio padre era cambiato. Tuttavia mia sorella sostiene da sempre di essere l’unica paladina della mia scelta!

ARCHITETTO O ARCHITETTA?

Non ho mai pensato a questa differenza ma il termine  “architetta” mi diverte e dunque perché non usarlo?

COSA SIGNIFICA PER TE FARE ARCHITETTURA OGGI

Sappiamo molto bene che dalle Avanguardie in poi si è sviluppata un’idea di circolarità nelle discipline artistiche.

Possiamo passare dalla casa di Wittgenstein a Vienna alle matrici tessili di Sonia Delaunay o al lavoro di Annie Alberts operando semplicemente un salto di scala. Nel mio ambito, le creazioni dell’orafo e artista Giampaolo Babetto ne sono la prova e il suo metodo progettuale lo rende realmente un architetto contemporaneo.  Nel mio lavoro cerco di non perdere mai di vista questo tipo di approccio. Penso che le mie collezioni costituiscano delle sequenze formali autonome che cercano di qualificare il corpo nel suo rapporto con lo spazio e il corpo è parte inscindibile dell’abitare. E’ in questo senso che considero i miei gioielli oggetti di design.

Questo è il mio modo di fare la “mia” architettura.
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A CHI TI ISPIRI?

Mi ispiro alla vista, all’osservazione. Parto da tutto ciò che passa davanti ai miei occhi cercando di liberarmi dalla trappola delle abitudini ottiche. Inconsapevolmente i miei occhi indagano, cercando di cogliere delle sintesi generatrici nella casualità del quotidiano. In questo mi aiuta molto la fotografia con cui ottengo dei layout per elaborare delle mie sequenza geometriche che rappresentano l’essenza dei miei oggetti.

CHE COS’E’ PER TE LA BELLEZZA?

Per me la bellezza è un cerchio che si chiude, è l’accostamento armonico di elementi non necessariamente omogenei tra loro. La bellezza è qualcosa che si compie e quando è compiuta dà la sensazione di essere sempre stata lì. Un oggetto è bello quando non offende e non pretende di imporsi ma ti attira e si accontenta persino di passare inosservato come l’eleganza che, diceva Audrey Hepburn, è l’unica bellezza che non sfiorisce.

COME CONTESTUALIZZI LA SENSIBILITA’ FEMMINILE IN ARCHITETTURA?

Nella capacità di risolvere problemi di piccola e grande scala con spirito di adattamento ed elasticità mentale. Credo siano doti prettamente femminili che le donne mettono in pratica quotidianamente.

AFFERMARSI PROFESSIONALMENTE E’ PIU’ DIFFICILE PER LE DONNE ARCHITETTO?

Direi che i livelli di difficoltà sono molteplici: il primo è affermarsi professionalmente oggi, il secondo è farlo in quanto architetto e il terzo è farlo in quanto donna.

Diventa dunque fondamentale un presupposto che è quello di volerlo fare veramente.

Ovviamente questo mestiere è sempre stato prevalentemente maschile, ma attualmente i numeri nelle Facoltà di Architettura, oltre ad essere cresciuti esponenzialmente, si sono capovolti e le iscrizioni femminili sono maggiori di quelle maschili. Sinceramente non mi preoccuperei troppo di questo, perché a passi lenti anche l’Italia sta progredendo verso un’idea di parità sul lavoro. Con certezza si andrà risolvendo tutto, anche se non è facile interfacciarsi con un mondo che è quello del cantiere, popolato per di più da maestranze di culture molto diverse e, spesso,  purtroppo ancora più arretrate proprio su questo tema.

Personalmente non ho mai vissuto nulla di tutto ciò. Nel mondo del gioiello contemporaneo la differenza di genere è totalmente irrilevante.

SEI MAI STATA DISCRIMINATA DURANTE LA TUA CARRIERA?

Fin dall’inizio della mia attività, ancor prima di finire Architettura,  ero certa che questa passione sarebbe diventata realmente il mio lavoro. Lo desideravo con tutta me stessa, ma ero la sola a prendermi così sul serio. La credibilità altrui è venuta dopo ma all’inizio, presuntuosa com’ero, mi sentivo oggetto di discriminazione. Fortunatamente la mia famiglia mi ha sostenuta sin dall’inizio della mia avventura.

QUAL E’ IL PROGETTO ARCHITETTONICO CHE TI E’ RIMASTO NEL CUORE?

Nel 2009 ho partecipato al workshop di Giampaolo Babetto sulla progettazione del gioiello geometrico. In quell’occasione ho realizzato un anello in argento e pigmenti. Ero l’unica architetta del gruppo e l’unica non orafa di formazione. E’ stata un’esperienza indimenticabile di confronto e scambio con i miei compagni ma con la supervisione del nostro grande Maestro. Quell’anello è la sintesi di tutto questo.
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COSA PENSI DELL’ATTUALE SITUAZIONE PROFESSIONALE DELLE DONNE ARCHITETTO?

Generalizzerei questa domanda perché credo sia difficile affermarsi professionalmente sia come architetto che come architetta. Architettura è una di quelle facoltà che maggiormente si è aperta al flusso dell’università di massa, ma a questo incremento non corrisponde una realtà lavorativa. Ed è proprio lì che esiste la vera disparità. La discriminante per aprire un’attività in proprio è senza dubbio l’estrazione sociale. Se non si può far conto su una buona base economica e sulla frequentazione di ambienti di un certo livello, è molto difficile intraprendere autonomamente questa carriera e dunque inizia la trafila degli stage non retribuiti che può durare anche molto tempo. Negli anni Trenta architettura era una facoltà classista, facevi l’architetto se eri figlio di architetti o se eri comunque molto in alto nella scala sociale e paradossalmente oggi è la stessa cosa. Oggi la necessità di un architetto è sempre meno sentita, perché non riconosciuta e non compresa, nonostante tutti vivano in uno spazio domestico e in una città, difficilmente ne sanno leggere le qualità. Questo è molto grave, perché stiamo vivendo un periodo di deprivazione culturale piuttosto evidente, voluto dalla politica e assecondato dalla cultura dell’immateriale.

CHE RAPPORTO HAI, NEL TUO LAVORO DI ARCHITETTO E NEL QUOTIDIANO, CON LA TECNOLOGIA?

È un rapporto strettissimo e necessario. Soltanto grazie alla tecnologia trovo soluzioni e piccole astuzie per realizzare i miei progetti.  L’uso della tecnologia è strettamente legato all’atto creativo e per un designer è fondamentale lavorare a stretto contatto con bravi tecnici. Uso la tecnologia per comunicare il mio lavoro e per tenermi aggiornata sul lavoro dei miei colleghi che vivono in ogni parte del mondo e molti di loro sono divenuti miei cari amici.

Evviva Facebook!!

COME E’ ORGANIZZATO IL TUO LAVORO, COSA RIESCI A DELEGARE E COSA SEGUI PERSONALMENTE?

Solitamente stabilisco un piano di lavoro settimanale ma le mie mansioni sono talmente tante e gli imprevisti all’ordine del giorno che difficilmente rispetto la programmazione stabilita. Tendo a seguire tutte le fasi del mio lavoro, dall’ideazione alla commercializzazione dei miei prodotti.  Non potrei fare diversamente perché tutto è parte di un progetto. I miei collaboratori si occupano principalmente della produzione e della comunicazione grafica ma lavorando sempre a stretto contatto con me. Caratterialmente ho difficoltà a delegare.

QUALE E’ STATO IL TUO APPROCCIO NELLA GUIDA DEL TUO STUDIO?

Cerco di motivare i miei collaboratori, cercando sempre di trasmettere la passione per questo lavoro, sostenendo il progetto comune. Le persone lavorano con me e non per me. Ho collaborazioni fisse e a progetto e il mio studio è sempre un work in progress!

CHE SUGGERIMENTO DARESTI ALLE GIOVANI COLLEGHE? CONSIGLIERESTI A UNA RAGAZZA DI ISCRIVERSI AD ARCHITETTURA?

È sempre valido il consiglio di seguire le proprie passioni e le proprie inclinazioni. Ma in ragione delle considerazioni fatte sul mondo lavorativo, credo che si debba mettere in guardia un po’ tutti coloro che si iscrivono ad architettura.

Il fascino di questo tipo di studio sta nella sua ampiezza. Ho sempre pensato che chi ha una formazione da architetto potrebbe fare potenzialmente qualsiasi cosa nella vita. Perché aldilà di essere un tipo di studio a cavallo tra le discipline tecnico-scientifiche e quelle umanistiche, ti fornisce molti strumenti per interrogarti sulla realtà e osservare un mondo dominato dalle immagini.

Il mestiere dell’architetto poi, se si riesce a praticarlo, è forse uno dei mestieri più belli che esistano perché è un mestiere di buon senso e in questo io lo percepisco come un mestiere necessario a ristabilire dei valori comuni, anche di natura estetica, che fanno parte della nostra tradizione e della nostra cultura specifica

UN OGGETTO DI DESIGN E UN’ARCHITETTURA A CUI SEI PARTICOLARMENTE AFFEZIONATA

La lampada Falkland disegnata da Munari nel 1964 per Danese. Per questo progetto Munari coinvolse genialmente una ditta che fabbricava calze in nylon da donna. Il tema della decontestualizzazione dei materiali mi affascina molto

Un’architettura? Non ho dubbi, casa Tugendhat di Mies van der Rohe a Brno. Solamente da una struttura regolare, come lui sosteneva, può nascere la “pianta libera” in grado di risolvere tutti i problemi concreti dell’abitare. Lo spazio non è chiuso né aperto ma è uno spazio “fluido” e le possibilità infinite. Gli elementi architettonici sono pochissimi e la scelta dei materiali sorprendente. Creare una struttura regolare di partenza intesa come costruzione logica è da sempre la base progettuale per tutte le mie collezioni di gioielli. Composizioni spaziali che entrano in relazione con il corpo.

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SUL TUO TAVOLO DA LAVORO NON MANCA MAI…

Sicuramente il disordine. C’è un tempo per tutto: prima il disordine, poi l’ordine ma quest’ultimo arriva solo quando ho chiara la strada da intraprendere. Per me il disordine è congeniale alla creatività.  Anche l’accostamento casuale dei materiali selezionati sul tavolo da lavoro può far nascere un’idea che mi sorprende.

UNA BUONA REGOLA CHE TI SEI DATA?

Non entrare mai in competizione con i miei colleghi. Noto che molti sono ossessionati dall’idea di essere copiati ma gli stimoli e le ispirazioni non si copiano perché viaggiano liberamente da una testa all’altra e sono in continuo mutamento.

IL TUO WORKING DRESS

Non c’è mai una regola ma per il colore scelgo quasi sempre il nero.

Il mio studio è anche uno showroom aperto al pubblico e dunque vestirmi di nero mi aiuta ad esaltare al massimo i colori dei gioielli da mostrare ai miei clienti.

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CITTA’ O CAMPAGNA?

Non ho dubbi, la città. La campagna mi piace solo per brevi periodi ma non riesce a distrarmi e spesso ho tanto bisogno di uscire dai miei pensieri e distrarmi da me stessa.

QUAL E’ IL TUO RIFUGIO?

La mia famiglia

ULTIMO VIAGGIO FATTO?

Recentemente ho scoperto l’arte rupestre in Valcamonica.  Immagini di vita quotidiana incise su quelle meravigliose rocce che sembrano enormi lavagne curvilinee. Le prime risalgono a diecimila anni prima di Cristo. La mente si perde.

IL TUO DIFETTO MAGGIORE?

L’impazienza. Vorrei sempre tutto e subito che a volte mi porta al non ascolto di me e degli altri. Peccato!….mi perdo qualcosa.

E LA COSA CHE APPREZZI DI PIU’ DEL TUO CARATTERE?

Il senso dell’accoglienza. Mi piace mettere gli altri a proprio agio. E’ importante guardarsi negli occhi con sincerità ed esprimere i propri pensieri senza imbarazzo o timore del giudizio. Parto da un pensiero: se tu mi accogli, io mi fido di te e questo accade spessissimo e ne sono molto felice.

UN TUO RIMPIANTO?

Non aver mai vissuto l’esperienza dello studente fuori sede che ha possibilità di vivere e sperimentare diversamente i luoghi e le relazioni in una città come Roma.

WORK IN PROGRESS…?

Proprio in questi giorni è nato un mio piccolo progetto editoriale. Ho voluto festeggiare i miei 20 anni di attività invitando 20 amiche architette a indossare ognuna una collezione per ogni anno. Ne è nato un catalogo fotografico dal titolo 20x20x2. In questo momento non riesco a pensare ad altro e sono troppo emozionata per questo nuovo progetto.

Non ho figli ma forse questo catalogo un po’ lo è.

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PATRIZIA DI COSTANZO

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Patrizia Di Costanzo  si racconta attraverso uno slalom ricco di intermezzi divertenti e aneddoti delle storie reciproche che ci fanno sentire complici e sodali.

Patrizia arriva al nostro incontro in un “look total black” rotto da un divertente mantello rosa. Al primo sguardo mi ricorda qualcuno – ecco, sì, Gabriella Ferri, straordinaria artista che seppe coniugare talento, passione, originalità ad un autentico anticonformismo; e d’altra parte siamo al Testaccio, il quartiere romano di origine della Ferri. Di fronte ad un buon prosecco, in un consesso tutto al femminile ci “raccontiamo” e Patrizia si racconta attraverso uno slalom ricco di intermezzi divertenti e aneddoti delle storie reciproche che ci fanno sentire complici e sodali.

Architetto dalla fine degli anni ’70, Patrizia si è laureata alla Sapienza a Roma, dove vive e lavora.

Dopo la laurea costituisce con due soci il Gruppo Architetti Romani (G.A.R.), attivo fino al 1981, nell’ambito dell’architettura pubblica e residenziale, nell’interior design e nella grafica, nell’ industrial design ed exhibit design, ottenendo segnalazioni e pubblicazioni nazionali ed internazionali.

Patrizia è stata una pioniera dell’organizzazione dei primi bookshop museali in Italia e per la società Artesia del Gruppo Jacorossi, si occupa nel 1990 della selezione di oggetti di design e di autoproduzioni di artisti, creando il primo caso italiano di vendita di oggetti d’arte e di design al museo.

Nel 2000, in piena esplosione del concetto di globalizzazione, riflettendo sul concetto, “think global, act local”, ha ideato e diretto il magazine solointerni (Terra Nova Editore, Roma), mensile di servizio sui temi dell’architettura d’interni, di arredamento, arte, design e notizie storico-formative sui quartieri romani per dare la possibilità di vivere in modo consapevole e riappropriarsi della vita ambientale e culturale della città, un mezzo informativo per raccontare con immagini e testi le sue trasformazioni.solointerni

Affiancando all’attività più propriamente progettuale, una forte propensione alle attività culturali, crea lo studio pdc, progetti di comunicazione che rappresenta con un marchio, acronimo, anche, del suo nome – Patrizia Di Costanzo, appunto – perché crede che la comunicazione sia la chiave di volta per produrre buone relazioni e quindi buoni risultati.

Docente di Design Management allo IED (Istituto Europeo di Design) e allo IED Master, di Roma e socio ADI (Associazione per il Disegno Industriale), è coordinatrice del Dipartimento Distribuzione e Servizi, ADI Nazionale, membro del CdA della Fondazione Compasso d’oro ADI e fa parte della Commissione ADI Food Design.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

I miei genitori, anticipando i tempi, mi hanno insegnato l’indipendenza e l’autonomia come valori fondanti della mia esistenza e mai si sono opposti alle mie scelte. Ma quando decisi all’improvviso, poco dopo l’esame della maturità liceale, di iscrivermi ad architettura – facoltà frequentata dal mio ‘ragazzo’ di allora – si opposero in modo autoritario, pensando che la mia scelta non fosse una decisione ponderata, ma semplicemente dettata dalla frequentazione sentimentale. Furono mesi intensi e pieni di dubbi sul mio avvenire ma mentre frequentavo la facoltà per meglio rendermi conto, pur non essendo ancora iscritta, verificai che era la naturale continuazione degli studi umanistici che già avevo intrapreso con il liceo classico appena concluso ed un interessante approfondimento anche di materie scientifiche, di cui ero carente, ma che mi incuriosivano sia per gli argomenti trattati che per una sfida con mio padre, essendo lui appartenente di quel mondo scientifico fino ad allora per me apparentemente incomprensibile. La decisione venne quando pensai che le scelte devono essere affrontate con le proprie personali responsabilità e seguendo le proprie passioni, per fronteggiare con consapevolezza anche momenti di difficoltà e di incertezze che la libera professione ti riserva. Pur di raggiungere l’obiettivo andai a lavorare, per permettermi l’iscrizione all’Università senza dipendere dai miei, che poi si dimostrarono miei sostenitori, in quanto convinti che la mia era stata davvero una valutazione responsabile, confortati anche dai successivi risultati negli studi intrapresi. Riscattai così anche la stima di mio padre sulla formazione scientifica che fino ad allora mi era mancata.

Architetto o architetta?

Non ho mai pensato che la professione appartenga ad un genere.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

L’architettura è la disciplina che ha come scopo l’organizzazione dello spazio a qualsiasi scala, ma principalmente quella in cui vive l’essere umano per offrirgli l’esistenza più armoniosa possibile.

Detto questo, ritengo che l’architettura oggi debba riappropriarsi di una visione culturale e sociale. Questo mestiere è fatto di ascolto delle persone e dei luoghi, di riflessione, di valori, di visioni. Da antica arte di produrre ripari, oggi va oltre il solo aspetto dell’utilità. “La vera architettura è sempre oggettiva, ed è espressione dell’intima struttura dell’epoca nel cui contesto si sviluppa.”

Ludwig Mies Van der Rhoe. 

A chi ti ispiri?

Ormai è un metodo che si è formato in me, attraverso esperienze acquisite lungo un intenso e trasversale percorso professionale che mi sarebbe difficile qui elencare, ma sicuramente posso affermare che in ogni situazione da affrontare – dalla ristrutturazione di un piccolo appartamento agli interventi su più grande scala, alla consulenza strategica e di comunicazione per aziende, alla curatela di una mostra o ai contributi in ADI (Associazione per il Design Industriale) – non esiste un codice o il risultato meccanico e scontato di una proposta o di un modello culturale imposti. La volontà di saper interpretare un’idea molto concreta di rapporto con il contesto in cui si opera ed avere una visione basata sulla capacità di anticipare i bisogni, le attese e anche i sogni della committenza, sono i miei riferimenti costanti nella ricerca di soddisfare la distintività che merita con un approccio completamente dedicato, in un mondo sempre più omologato dove il progetto, se diventa parte integrante di un processo, può portare alla crescita anche economica, in cui si uniscono entusiasmo e competenza di chi vuole progettare il futuro.

PORTRAIT 1E cos’è per te la Bellezza?

La Bellezza è la consapevolezza di una sensazione di benessere. L’ideale greco era “bello e buono” (kalòs kai agathòs). Etica ed estetica erano sullo stesso piano, avevano lo stesso valore, erano la base della virtù, addirittura della filosofia. Dietro la ricerca del bello c’è la necessità di perseguirlo – ed oggi ancor più di prima ce n’è bisogno – e di ritrovarlo come elemento educativo, di accrescimento, di conoscenza e sensibilità.

La bellezza è un’astrazione che non può essere descritta e conosciuta in se stessa, non può essere circoscritta dentro parametri o comportamenti; è uno stato di grazia che richiede un’esperienza diretta da vivere fra una realtà concreta ed un’idea immateriale.”

In architettura Oscar Niemeyer afferma: ”Fare architettura è fare bellezza, bellezza non intesa come valore solo per chi la crea, ma soprattutto per chi la vive.”

Penso che la bellezza faccia bene e sia un diritto di tutti.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

La sensibilità femminile in architettura è la capacità di ascoltare le altrui esigenze.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Si, esiste una situazione di diseguaglianza che non si può ignorare.

Sei mai stata discriminata nella tua carriera?

Solo in alcuni ruoli della mia variegata professione, soprattutto per l’aspetto economico.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Un piccolo appartamento sul litorale romano, ad Ostia, di soli 45 mq, progettato molti anni fa, che si affaccia sul mare, attraverso una magnifica terrazza. Con il coinvolgimento della committente, sono riuscita a realizzare una sorta di loft, ricavando spazi idonei anche per una camera da letto separata dal living e a creare un setto attrezzato continuo pensato come raddoppiamento dei muri, con funzioni differenziate a seconda delle necessità: ingresso, living, libreria, cucina, corridoio, guardaroba.

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Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Nella difficoltà di realizzazione di questa professione, in questi ultimi anni, in particolare in Italia, trovo che le donne architetto abbiano avuto la capacità, per indole, concretezza ed educazione sociale di reinventarsi un profilo professionale meglio degli uomini.

Nonostante la presenza degli ordini professionali sui territori non si è stati capaci in generale di comunicare l’importanza del ruolo professionale nella società. Trovo che le donne, per le proprie peculiarità, siano in grado di raggiungere questo obiettivo facendo sistema.

Che rapporto hai nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano con la tecnologia?

Non se ne può fare a meno, anche se appartengo alla generazione del disegno al tecnigrafo, delle mascherine per comporre le scritte sui lucidi, dei retini, della lametta da barba con cui grattare l’immancabile macchia d’inchiostro di china caduta dal rapidograph, puntualmente, sull’ultima tavola da portare poi all’eliografo per farne copie cianografiche e radex…gli attuali file e cartelle.

La tecnologia non solo ha semplificato la parte tecnica del nostro lavoro, velocizzandolo, ma ci ha permesso di raggiungere persone cui non avresti mai immaginato di arrivare.

I social network ci danno l’opportunità di trasmettere i nostri pensieri e rappresentano una grande fonte di comunicazione e di conoscenza.

Su Facebook dal 2008, per caso e quasi forzatamente iscritta da un’amica, me ne sono appassionata solo dopo, individuando una modalità più adatta alle mie corde: meno esteriori, alla ricerca di analogie, prima solo per me stessa, per comunicare, poi per condividere, dato che i miei post iniziano ad essere seguiti e commentati.

Tanto da essere invitata da Inarch Lazio, nell’aprile del 2015, per il mio personale modo di comunicare attraverso immagini sia l’architettura che l’arte, il design, la moda e così via; modalità che ha dato vita ad un fantasioso viaggio tra immagini e immaginari che da Facebook – dove ho pubblicato post con una cadenza giornaliera – si dipana nel tempo e si allarga, trasferendosi nel cartaceo per diventare un libro autoprodotto in tiratura limitata. Quasi un diario basato sulle figure, con poco testo, nessuna didascalia per far parlare solo le immagini e le associazioni visive. Questa pubblicazione, pur volutamente scarna di scritti, accoglie le libere riflessioni di tanti amici, professionisti legati a diverse discipline e aree specialistiche. Quale la finalità? Dietro la ricerca del bello, c’è una seconda lettura: anche le cose hanno uno sguardo a volte più acuto del nostro. Le cose non solo ci restituiscono appieno l’attenzione, toccando le corde profonde della sensibilità, ma anzi arrivano a suggerirci percorsi idonei fino all’architettura, al design, al progetto. Il progetto! Questo è il vero obiettivo delle mie ricerche.  “Così l’intento è dimostrare che anche nel socialnetworking, per convenzione virtuale e apparentemente leggero, si può portare, produrre e comunicare cultura e d’altro canto che l’architettura e il design sono ovunque e alla portata di tutti poiché rappresentano un modo di essere, vedere, fruire, non solo di produrre o possedere…” 

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Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Seguo tutto in prima persona, con l’aiuto a volte di collaboratori in funzione della tipologia del progetto. Mi piace comunque collaborare e condividere con colleghi ed altri specialisti, perché gli ulteriori punti di vista fanno aumentare la sensibilità e la creatività.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Penso allo studio di architettura come ad un laboratorio, piattaforma del pensare e del fare, sia per l’architettura, sia per il design. I processi di realizzazione sono determinanti, per cui ritengo che bisogna avere consapevolezza ed esperienza di tutta la filiera per dare un buon progetto alla committenza.

Con la conoscenza, ma senza la pratica sarai nel buio. Ma con la pratica senza la conoscenza ti troverai in una catastrofe”.

(Tratto dalle schede del mio corso di Design Management).

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Non perdere mai la curiosità e seguire la propria intuizione è quello che consiglio a tutti i miei allievi. Amare tutto ciò che è contaminazione, creatività trasversale, nuove forme di comunicazione. Solo così si possono affrontare i momenti anche duri che questa professione ti riserva. Coniugare poi la creatività con la capacità di visioni strategiche, imprenditoriali e comunicative, sono principi ormai fondamentali a cui ogni professionista si deve attenere.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Tutto inizia per me da un’immagine che da sempre ha stimolato il mio immaginario: tavolo, sedie e sgabello progettati da Jacobus Johannes Pieter Oud, architetto olandese che progettò e realizzò per gli interni delle cinque case a schiera del Wesseinhof, quartiere sorto su una collina di Stoccarda nel 1927. Qui Mies van der Rohe organizza la sua seconda esposizione e, ottiene di poter allestire, oltre ai soliti padiglioni provvisori, un quartiere di abitazioni permanenti, il Wesseinhof Siedlung, il cui piano generale viene tracciato dallo stesso van der Rohe che chiama a raccolta i migliori architetti d’Europa. Danno il meglio di sé nomi come Peter Behrens, Walter Gropius, Ludwig Hilberseimer, Bruno Taut, Le Corbusier, solo per citarne alcuni.

Scopro tutto questo, ancora studentessa, agli inizi degli anni ’70, durante la lettura del libro Storia dell’architettura moderna, dalle origini al 1950 di Bruno Zevi.

Incuriosita dalle poche pagine dedicate a J. J. P. Oud, sono spinta a fare una ricerca sul suo conto.

Dieci anni dopo, dopo aver trovato su Domus un articolo appena pubblicato su quei prodotti realizzati da quattro artigiani olandesi racconto a Paolo Pallucco, titolare dell’omonima azienda, l’iter di quanto avevo allora scoperto. Ne rimane fortemente interessato, incuriosito e coinvolto, fino a decidere di mettere tali oggetti in produzione, per l’omonima azienda, affidandomi l’incarico di procedere in tal senso.

Indagare poi tra i maestri del razionalismo italiano come Giò Ponti, Mario Asnago e Claudio Vender per studiare il decennio successivo, è stata una doverosa conseguenza, per dare completezza ad un cospicuo ed interessante catalogo di riedizioni. 

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai…L’astuccio nero con le mie penne, matite, pennarelli, carta da appunti, l’agenda cartacea ed il cellulare.

Una buona regola che ti sei data?

Seguire tutte le fasi del lavoro, dall’ideazione fino alla comunicazione lungo tutte le fasi del process

Il tuo working dress?

Prediligo il nero e pur nella semplicità complessiva uno o più dettagli che contribuiscano a determinare uno stile personale.

Città o campagna?

Assolutamente città, la campagna solo per brevi periodi. Come recita la voce di Isaac nel film Manhattan : “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”.

Il tuo rifugio?

Un angelo custode tutto per me ad avvolgermi tra le sue ali protettive…

Il prototipo de La grande siccità, di Paolo Pallucco, azienda per la quale allora lavoravo in qualità di product manager. Divano asimmetrico con uno schienale avvolgente, una grande ala protettiva e consolante presentato al fuori salone di Milano nel 1988, all’ex mattatoio. Un’isola felice dove raccogliermi, appena ritorno a casa. A volte rappresenta un modo più rilassante di finire uno scritto al computer, di leggere, di riflettere o una modalità di evasione: “l’ala diventa una vela spiegata al vento…portatore di immagini…!“

21. Ultimo viaggio fatto?

Nel novembre scorso, In Sicilia, a Palermo per il Consiglio Direttivo Nazionale ADI, alla GAM, Galleria d’Arte Moderna e per il workshop di Food Design con l’accordo fra Ordine degli Architetti di Palermo e ADI sul tema del Food Design.

Il tuo difetto maggiore?

L’onestà

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Saper ascoltare

Un tuo rimpianto?

Non ho rimpianti nell’esercizio della professione. Ho sempre seguito una naturale propensione al nuovo ed ho affrontato con disponibilità anche lavori che inizialmente potevano sembrare meno attinenti al mio percorso professionale.

Work in progress…?

Prossimamente inizierò i corsi allo IED di Roma. In ADI porterò avanti le istanze necessarie per riflettere sui cambiamenti in atto nel sistema distributivo italiano, sperando di riuscire ad organizzare un convegno sul tema. A breve sarà pubblicato un libro con un mio intervento su questo argomento. Inizieremo poi anche i lavori per la collezione della Fondazione del Compasso d’Oro.

AMPARO MARTINEZ VIDAL

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“Tuitera, facebookera, articulista, promotora de eventos de arquitectura, profesora….y se que, la versalidad es un valor….”
La versalità è un valore, dichiara Amparo sul suo sito e nell’intervista si racconta e ci porta dentro il mondo del progettare nel suo studio di architettura di Madrid.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?
Mia madre mi ha sempre consigliato di studiare per non dover dipendere da nessuno in modo da essere una donna autonoma e indipendente. Mio padre, ingegnere civile della vecchia scuola, ha sempre considerato l’architettura una “carriera minore”. In ogni caso mi ha pagato gli studi e mai si è opposto alla mia carriera professionale.

amparo-martinez-arquitecta-350Definisci brevemente cosa significa per te “fare architettura”
Fare architettura, per me, significa definire un volume abitabile che si distingue per il suo carattere, la sua bellezza, il comfort e la fruibilità. Costruire l’architettura vuol dire creare un confine oltre il quale cambia la percezione dello spazio, una soglia che differenzia ciò che sta dentro da ciò che è all’esterno, uno spazio in grado di emozionare, rendere consapevoli, creare equilibrio.

È più difficile per le donne farsi sentire e salire ai livelli più alti?
Forse la cosa più difficile è bilanciare la vita professionale con la vita familiare. Io non ho figli e non potrei permettermi il mio attuale ritmo di vita senza aiuti. Nelle gerarchie accademiche e nelle grandi aziende, sì, penso sia più difficile che le donne occupino posizioni di responsabilità (le statistiche non mentono). Non so se gli uomini scelgono altri uomini per empatia ma questo aspetto tocca questioni troppo soggettive.
Con i clienti, a dire il vero, non ho avuto alcun problema.

Quale effetto pensi abbia prodotto sul tuo lavoro essere una donna?
Io non mi presento come donna ma come persona. Forse notavo differenze di trattamento negli anni giovanili, ma è possibile che si discrimini anche un uomo per la sua inesperienza. Il mio carattere è empatico, collaborativo, cerco di raggiungere accordi e trasmetto la passione per il mio lavoro.
Spero e ho capito che si tratta di qualità che travalicano il genere.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?
Come ho già detto, le statistiche dicono che in strutture gerarchiche, a tutti i livelli, è più difficile trovare donne in posizioni rappresentative. Alcuni sostengono che è più recente l’inserimento delle donne nel mercato del lavoro. In ogni caso, si tratta di una situazione di disuguaglianza che non può essere ignorata. Ho partecipato al seminario Internazionale delle Donne in Architettura come media partner, e l’interpretazione dei dati è inequivocabile.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?
Mi sono sentita discriminata solo da alcuni uomini che non hanno accettato di buon grado di essere guidati da una donna o che si sono concentrati più sul mio aspetto fisico che sulla mia interiorità. Ma il problema è tutto loro: io non mi permetterei di giudicare un collega per il suo aspetto fisico, il suo abbigliamento o il suo genere. Ho vissuto con tutti i tipi di persone in molte situazioni diverse, e l’esperienza mi ha insegnato che non ti puoi permettere di giudicare nessuno, quando non sai ciò che la vita ti dispenserà.

PABELLON DEL AGUA_EXPO ZARAGOZA 2008Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?
Senza dubbio, il Padiglione della Regione di Murcia all’Expo di Zaragoza del 2008. Ho sviluppato il progetto dall’inizio alla fine, al contempo ho anche gestito le pubbliche relazioni dentro il quartiere fieristico; l’alto budget a mia disposizione mi ha permesso di progettare un mondo magico di luci e vetri sferici. La responsabilità acquisita mi ha fatto maturare ed inoltre il lavoro all’interno della Fiera durante l’Expo, mi ha permesso di riflettere sulle carenze e i valori del progetto, sull’uso e sulla sua manutenzione.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?
Non è la più idonea. Nel 2015 ho promosso un’iniziativa di visual merchandising, chiamata Umbrales (http://umbralesymujeres.org) guidata da donne architetto e sponsorizzata da Philips Lighting. Si formò un team meraviglioso. Ma ho anche capito che ci sono modelli che si ripetono: ci sono molte studentesse nelle facoltà di Architettura, ma poche donne esercitano la professione. Inoltre, quando una architetta emerge, è perché di solito si accompagna ad un coniuge architetto o ad un altro professionista autonomo complice della situazione: gli orari caotici, le richieste dei clienti e le lunghe giornate di lavoro di un architetto autonomo non favoriscono la relazione. Più che un problema femminile, penso che sia un problema endemico della professione, un attentato vero e proprio alla famiglia e alle relazioni personali.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?
La tecnologia permette di raggiungere persone cui non avresti mai immaginato di arrivare. I social network mi hanno permesso di trasmettere i miei pensieri e rappresentano una grande fonte di conoscenza. Ho potuto scrivere articoli sull’architettura, sull’interior design e pamphlet di marketing. Al tempo stesso incrementa il livello di attenzione e di stress. Bisogna trovare il giusto equilibrio.
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Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?
Sempre mi occupo personalmente delle richieste del cliente e dell’idea di progetto. Trovo impensabile esprimere un concetto adeguato senza lavorare di concerto con chi mi ha commissionato il progetto.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?
Mi piace lavorare in modo trasversale e mescolare le discipline.
L’interior design in retail me lo permette.
Credo inoltre nella trasmissione di sensazioni attraverso il tatto, la vista e l’olfatto, il design sensoriale, insomma.
Adoro lavorare in questa prospettiva.

umbrales Murcia. Acciones escapartistas de mujeres profesionalesCosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?
Consiglio, prima di tutto, di non disperare, essere paziente e prendersi cura del proprio corpo quanto della mente. La vita professionale è un riflesso di come siamo e come siamo dentro.

Pensi che nella Spagna di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?
Ci sono pregiudizi di tutti i tipi. Ma c’è anche una discriminazione positiva.
Mi spiego.
A volte nel campo dell’interior design si preferiscono le donne. Ma per dirigere un cantiere edilizio di costruzione c’è chi ancora oggi preferisce un uomo. Le strutture mentali della tradizione sono difficili da cambiare e permangono i pregiudizi.
Ma il tempo mette tutto a posto.

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori o collaboratrici?
C’è un imperativo imprescindibile: l’onestà. La lealtà e la voglia di lavorare sono essenziali. Naturalmente, se si coniugano con conoscenze addizionali e/o complementari e con una particolare speciale, ecco, queste doti rappresentano un plus.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?
La carriera dell’architetto è una vocazione. Raccomando sempre di studiare ciò che risponde ai propri desideri.
Prendere questa decisione in base ai desideri degli altri è controproducente. E ‘una carriera dura che richiede molti sacrifici personali.

Cos’è per te fare design (o architettura) oggi?
Il design è una disciplina che convive con l’architettura. Risolve problemi ad altre scale. La progettazione grafica adatta illustrazione e tipografia ai materiali che utilizza. L’industrial design combina l’utilità e l’estetica dei prodotti e degli strumenti che usiamo quotidianamente. Infine, in un enviroment in cui si debba lavorare alle diverse dimensioni, sono opportune le competenze complementari ed è assolutamente conveniente ricorrere ad un team multidisciplinare specializzato.

A chi ti ispiri?
Preferisco studiare le esigenze del mio cliente e proporre un concetto che mi aiuti a generare un filo conduttore che mi permetta di trovare la migliore risposta al progetto: dalla distribuzione ai materiali, all’illuminazione, alla ventilazione, e così via. Vado alla ricerca di una soluzione adeguata per una persona specifica nel luogo deputato al progetto.

C’è una donna architetto a cui ti ispiri?
Mi è sempre piaciuto il lavoro di RCR Arquitectes. Ammiro lo spirito e la personalità di Zaha Hadid, che fece “de su capa un sayo” [n.d.r. della sua intelligenza la sua divisa] ignorando le convenzioni.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata
Più che un oggetto tangibile, mi emozionano le qualità che la luce e l’ombra generano quando incontrano la materia. Senza luce non c’è materia, non c’è architettura. E la qualità diversa della luce genera percezioni diverse dello stesso oggetto.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….
Un caffé.

Una buona regola che ti sei data?
Se non risponde al buon senso, non si deve fare.

Il tuo working dress?
Faresti questa domanda ad un uomo?!?

Work in progress
Il progetto esecutivo per la ristrutturazione di un appartamento a Madrid e un flagship store di una marca di prodotti erboristici.

http://martinez-vidal.com

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CATERINA FIORENTINO

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Caterina è ricercatrice presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale dell’Università di Napoli. Afferma che affermarsi professionalmente è dipende più dalla condizione sociale che da questioni di genere e, ancora, da come funzionano i ménage familiari; matrimoni e famiglie sono troppo spesso il luogo di coercizioni.

La nostra conoscenza, legata ad una comune amica, risale a qualche anno fa quando andai a trovarla nella sua bellissima dimora napoletana, un’oasi di tranquillità e pace dentro il caos del centro partenopeo. Molte opere di ascendenza paterna, una casa ricca di divertenti curiosità.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Figlia di architetti, ma non sono stata incoraggiata nella scelta; invece mi hanno incoraggiata molto durante gli studi, tutte le volte in cui avevo bisogno che qualcuno mi dicesse che laurearsi in architettura avrebbe, poi, dato accesso a lavori molto diversi tra loro: l’idea che le scelte non debbano necessariamente essere conclusive mi ha sempre procurato sollievo. Invece, riguardo all’inizio degli studi è da dire che poco meno del 50% della mia classe del liceo si è iscritto ad architettura, credo che la responsabilità sia stata della nostra insegnante di storia dell’arte e italiano, anche lei figlia di un architetto. Mi ricordo la mattina in cui sono andata in segreteria per l’iscrizione; una mia compagna di classe – adesso lavoriamo nello stesso Dipartimento – è passata da casa mia anche se non l’aspettavo e, al citofono, mi ha detto “vieni che andiamo a iscriverci all’Università”, mi sono ritrovata a palazzo Gravina (la sede di architettura a Napoli) così, senza averci pensato più di tanto; da allora i miei più cari amici sanno che prima di citofonare è meglio fare un colpo di telefono.

CATERINA PORTRAITArchitetto o architetta?

No, architetta no! Mi fa pensare al seno, o peggio all’amputazione delle Amazzoni, oppure a Sant’Agata.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Sarebbe meglio se si trattasse di creare spazi liberi e felici per persone felici. Non la pensano così quei committenti che cercano plusvalore o autocelebrazione, o entrambi. Il risultato è quello che vediamo nei centri urbani e nelle periferie del mondo.

Com’è maturata la tua scelta di dedicarti all’insegnamento universitario? E in particolare il tuo interesse per il design?

In conseguenza di quanto ho detto sull’architettura ho deciso di non progettare nulla che sia più grande di 5 centimetri; scherzi a parte, sono arrivata al design di prodotto attraverso la grafica, il passaggio nelle due dimensioni mi ha dato il coraggio di tornare ai piccoli volumi. In un immaginario futuro, forse, tornerò agli spazi vivibili e percorribili. Quello che mi ha conquistato della grafica è l’alto livello di autarchia, la possibilità di controllare con facilità l’intero processo. Nella mia Flatlandia privata ho cercato la ristrettezza di mezzi e la libertà mentale, ma a proposito di Edwin A. Abbott, è proprio lui che spiega bene il divario uomo/donna, quando racconta che le donne parlano di amore, giustizia, speranza, pietà e dovere, mentre gli uomini, nel loro gergo, traducono l’amore in “anticipazione di vantaggi” e il dovere in “convenienza”; comunque credo che sia più opportuno parlare di maschile e femminile, invece che di donne e uomini.

Cos’è per te la bellezza?

La bellezza progettata è una buona idea che prende la forma appropriata perché chi ne entra in contatto provi benessere o, in alternativa, senta che si è risvegliato un neurone assopito: quindi la bellezza è ciò che procura benessere oppure la consapevolezza di un pensiero nuovo. Inoltre dovrebbe anche durare un tempo abbastanza lungo, ovvero essere riconosciuta dai più come bellezza, nonostante il passare del tempo e l’alternarsi dei linguaggi; in qualche modo la bellezza delle opere non prevede la sfioritura del risultato.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Boh! Non so proprio rispondere a questa domanda; quando guardo una architettura, oppure una qualsiasi opera non vorrei mai dovermi accorgere se è stata una donna o un uomo a progettarla; a volte mi capita con la letteratura, ci sono alcuni testi in cui riconosco la mano femminile, ma la cosa di solito mi disturba. Invece credo che sia grande il testo scritto da Patricia Highsmith, Piccoli racconti di misoginia, anche e proprio perché scritto da una donna.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Se lo è dipende più dalla condizione sociale che da questioni di genere e, ancora, da come funzionano i ménage familiari; matrimoni e famiglie sono troppo spesso il luogo di coercizioni.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

No, almeno non perché donna.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Non mi sembra diversa da quella degli uomini: si tratta di affari e si progettano affari, ora la donna in affari si comporta come un uomo, così accade anche per chiunque sia a capo di un governo. Da cento anni l’equivoco femminista spinge verso la parità dei diritti, cosa ovviamente giusta ma che non deve sminuire il valore delle differenze, perché riduce la differenza alla medesima funzione e aggiunge, ad esempio, alla follia della guerra l’oscenità della partecipazione delle donne. La parità non è nella omologazione, ma nel rispetto reciproco; la differenza è preziosa. Nel Mediterraneo dell’antichità la differenza conferiva maggior prestigio alle donne, perché l’intera società era orientata alla cultura femminile. L’uomo era esploratore e guerriero, ma quando tornava a casa, tornava nella casa della sposa. L’arte, la bellezza erano prerogative della donna, vero capo di casa e costruttrice di ordine e di convivenza pacifica. Era un ritorno a un mondo felice e prospero negli spazi adeguati, salvo l’esplodere della tragedia, ma quella è un’altra storia.

CATERINA AUTORITRATTOChe rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Medio, medio buono; continuo a non amare le conversazioni telefoniche, ma era lo stesso quando si usava il telefono con la rotella, oppure al tempo dei gettoni. Poiché le prime cose le ho scritte a macchina oppure a mano, mi sono accorta che il computer cambia, per me in meglio, il modo di scrivere, soprattutto perché non costringe alla sequenzialità forzata dei pensieri, mi sembra che un testo diventi migliore se lo si può montare e smontare più volte, come si fa con il cinema, e il computer è perfetto per questo. Al di là della scrittura, uso due/tre programmi di grafica e di impaginazione, apprezzo internet ogni giorno di più e non rischio di cercare la gratificazione istantanea nei social, ma ne riconosco il valore; ad esempio con gli studenti l’uso dei social è davvero utile, ma sto parlando dell’ormai vecchio facebook, non mi sono ancora evoluta. Quello che detesto è l’obsolescenza programmata e vale per i PC, quanto per la lavatrice.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente? 

Non delego nulla, il mio ruolo è quello del ricercatore e, dunque, non è prevista alcuna delega; sono, invece, previste le collaborazioni, soprattutto per le tesi di laurea, e funzionano bene, perché più punti di vista sono una ricchezza per gli studenti.

A quale tra le tue pubblicazioni sei più legata?

Dal momento che non so ancora nulla della prossima pubblicazione, ti dico all’ultima; è uno studio sullo Stile Olivetti, pubblicato in collaborazione con l’Associazione Archivio Storico Olivetti di Ivrea, con l’editore Hapax; ci sono legata non solo perché è l’ultimo lavoro, è andato in stampa lo scorso dicembre, ma anche perché è un libro che non è destinato solo agli addetti ai lavori e credo che questo sia un gran merito per una pubblicazione, tanto più quando si lavora, come in questo caso, con materiali di archivio; io mi trovo in aula studenti che hanno genitori più giovani di me, sono ragazzi nati in questo secolo, e credo che sia importante trovare i codici linguistici appropriati per farli avvicinare e appassionare alla nostra storia, questo libro è stato fatto prestando attenzione anche a loro

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Sì, certo. Consiglierei a una ragazza di iscriversi ad architettura o a design, prima però, per mia curiosità, vorrei sapere perché ne ha voglia. Soprattutto, le consiglierei di imparare un’altra lingua e unire agli studi quella che una volta si chiamava “l’andare a bottega”; è vero che i percorsi di studio prevedono il tirocinio, ma si tratta di periodi molto brevi e tante cose si imparano solo facendole; sia in architettura sia per il design i processi di realizzazione sono determinanti, per cui quando dico “bottega” penso alla pratica in campo e non mi riferisco solamente alla possibilità di rubare con gli occhi affiancando bravi progettisti oppure alla grande fortuna di trovare un maestro, ma penso anche alle botteghe degli artigiani, alle fabbriche e, perché no, ai settori commerciali. Penso al fatto che bisogna avere consapevolezza e esperienza di tutta la filiera per progettare.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

L’oggetto è la radio Cubo-Brionvega, progetto di Marco Zanuso e Richard Sapper; adesso uso un modello con la spina, di colore bianco, quella a batteria non funziona più tanto bene è lì, muta, con tutto il suo bellissimo colore giallo. Riguardo a una sola architettura non saprei, ma come architetto Carlo Scarpa che con la Brionvega c’entra.

COVER BOOKCome riesci a conciliare la tua attività di ricerca con l’impegno professionale dentro l’Università?

A volte meglio, altre peggio; dipende da cosa faccio prevalere: le circostanze, oppure le ossessioni. Negli ultimi anni l’ossessione è stata la storia dei protagonisti, dei prodotti, delle comunicazioni, dei negozi e delle mostre della Olivetti; questa ricerca non ha mai trovato spazio nei corsi che mi sono stati affidati, perché le discipline prevedevano altro. Altre volte, invece, prevalgono le circostanze e allora mi metto a ricercare su quanto può essere, poi, ricondotto all’insegnamento, ad esempio l’anno scorso ho iniziato ad interessarmi agli archivi di moda così, insieme a studenti e colleghi, abbiamo fatto un bel lavoro, compresa una mostra sugli archivi della Fondazione Mele, della sartoria Cilento e della Fondazione Mondragone.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Sigarette, una risma di carta bianca A4 e una penna Pilot 0,4 e tanta, tanta pazienza.

Una buona regola che ti sei data?

Le mie buone regole non riguardano il lavoro, anzi sì, una buona regola è quella di lavorare sempre senza ansia da prestazione, l’altra è di fare solo ciò che mi dà piacere e, quando non è possibile, di farmi piacere ciò che faccio, perché così riesce decisamente meglio e il risultato finale ripaga la mancanza di motivazione iniziale.

Poi c’è una buona regola che riguarda la vita più in generale: quella della Peonia che mai e poi mai vuole essere confusa con un Oleandro! Hai fatto caso al fatto che gli oleandri sono utilizzati in autostrada perché ritenuti tanto forti da poter resistere, stanno lì tra smog e rumore e ricevono il minimo indispensabile delle cure; la peonia, invece, fiorisce per un periodo molto breve, si riposa per molti mesi all’anno, mentre le vengono dedicate le giuste cure in attesa della sua fioritura; certo qualche fiore viene tagliato per finire nei vasi dei salotti, ma si tratta di un omaggio che la pianta può permettersi di donare.

Il tuo working dress?

Pantaloni e scarpe basse. Molto, troppo nero anche per me!

Città o campagna?

Città! La campagna mi agita. In ogni caso città costiere, al mare non vorrei mai rinunciare, ma ho problemi con l’Adriatico, ogni volta che il sole tramonta a terra e non sull’acqua mi procura tristezza.

COVER 2Qual è il tuo rifugio?

La vasca da bagno: con sigarette, musica, più fumetti che libri e qualcosa da bere.

Ultimo viaggio fatto?

Stoccolma e Oslo, ma il prossimo sarà in Sicilia, non ho il tempo per andare più a sud

Il tuo difetto maggiore?

La diffidenza, ma, ovviamente, non sono convinta che sia un difetto.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Il fatto che per quanto mi possa capitare di stare male so sempre che, poi, starò bene, bene davvero.

Un tuo rimpianto?

Oggi nessuno, a differenza di quanto la logica possa suggerire, credo che i rimpianti siano qualcosa che riguarda la gioventù e non solo perché crescendo si perde la memoria, ma perché la percezione del tempo cambia, trova un suo equilibrio e molta gioia nel considerare il presente come il momento più prezioso. Sono così felice del fatto che i cinquant’anni mi abbiano portato a concentrarmi molto sul presente che è un tempo veloce e nella velocità non c’è spazio per i rimpianti, solo per i desideri.

Work in progress …?

In questa settimana iniziano i corsi, insegno al Corso di Design per la Moda, quindi devo studiare e, ancora, studiare: ho deciso di dedicare una piccola parte del laboratorio al rapporto tra cinema e moda, credo che inizierò con una cosa leggera: la prima collezione di Alessandro Michele per Gucci, perché si è ispirato al film Royal Tenenbaums. Wes Anderson è uno dei miei registi preferiti, per non parlare di quanto mi piace Owe

ELENA GIANGIULIO

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La conoscenza tra Marisa ed Elena è cominciata da una telefonata. Per poi proseguire per la progettazione di un museo insieme.

Pronto, sono Elena Giangiulio, parlo con Marisa Coppiano?”

Così ci siamo conosciute io e Elena – dapprima al telefono – ed insieme abbiamo affrontato la sfida di una importante gara di progettazione per un museo dedicato ai protagonisti di un periodo storico non così distante dall’oggi, mettendo a disposizione le esperienze professionali di ciascuna, intersecando competenze e specificità progettuali, attraverso un processo di reciproca fiducia.

Se penso ad Elena penso ad una donna di grande charme, che manifesta rigore e severità innanzitutto verso se stessa ma che al contempo rivela grande generosità e sensibilità, desiderio di leggerezza, voglia di grandi e intelligenti risate, alla costante ricerca di semplicità e divertimento, ma quelli veri….

Com’ è nato il tuo interesse per l’architettura?

Volevo fare la maestra. Poi a dieci anni un volo sull’Atlantico mi ha catapultata in questa terra, l’Italia, che avevo visto con gli occhi dell’adorazione di quei tanti italiani trapiantati, e mai adattati in un mondo di valori materiali; la bella casa con giardino e il barbecue nel fine settimana lasciano il posto a quella gioia interiore che sprigiona dalla bellezza delle forme, dell’arte, dell’eleganza e della raffinata cultura umanistica europea. Ero diversa da tutti; pronunciavo in modo strano parole come “bourrsa” (borsa) e “fourrsa” (forza). Per farmi largo dovevo studiare più degli altri, esercitarmi con una lingua nuova, cambiare abbigliamento e ascoltare musica italiana. Orgoglio e dignità mi hanno forgiata e indurita. Silenziosa coltivavo la pittura e cucivo abiti eleganti con sete e taffetà, in una famiglia dolorosa che accentrava su di sè ogni energia e accenno all’autonomia. Finalmente arriva il mio momento e scelgo di diventare architetto. Lavoro, studio, incontro l’amore e vivo una maternità incosciente. A 37 anni sono un pò di tutto, ma incompiuta. I cerchi non si chiudevano e la geometria ha le sue regole; un cerchio aperto è una linea e una linea diventa forma quando è chiusa. L’energia era dentro di me soffocata ma un giorno succede il miracolo. Mio figlio mi porta un foglietto di carta e su quel foglietto bianco c’era scritto tutto quello che volevo fare e essere. Un altro miracolo mi spinge oltre me stessa e finalmente divento Architetto: progetto e dirigo cantieri, viaggio molto, visitando luoghi di incredibile bellezza. Quando osservo il costruito di ogni epoca, penso a chi l’ha ideato e a chi ha messo in sequenza pietra su pietra, mattone su mattone e mi interrogo sulla responsabilità sociale dell’architetto.

Questo è il cortometraggio dei miei 54 anni e come ho scelto di diventare architetto, pur consapevole di non esserne degna. Non basta prendersi una laurea e un master. La professione dell’architetto è una cosa seria, un impegno sociale che non sempre si è chiamati o si è pronti a svolgere. Una semplice linea disegnata su un foglio bianco può cambiare lo stile di vita della gente rendendola felice o triste, può favorire la socializzazione o la segregazione, alimentare l’odio o l’amore.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

La sua funziona primaria è quella di servire l’uomo, le sue esigenze, il suo bisogno di ritrovare initimità, socialità e protezione; questo da sempre, sin da quando i primi uomini incominciarono ad aggregarsi. Nel tempo l’architettura è diventata strumento di potere e – oggi sempre più – di virtuosismi, sofisticazioni e sperimentazioni più o meno felici. L’evoluzione delle forme del costruito e il loro linguaggio estetico sono espressione di culture diverse. La progettazione è l’atto di nobilitazione del costruire; segna il confine tra la casualità e l’ordine. Il segno è di nuovo l’inizio di un processo intellettuale in cui i bisogni primari dell’uomo vengono studiati e organizzati per migliorare la qualità della vita collettiva e individuale. Di qui la responsabilità dell’architetto che deve avere l’umiltà di interpretare i bisogni della società e del singolo, sacrificando sè stesso e la propria vanità. La genialità è quel raro caso in cui l’architetto rompe le regole, trasforma lo spazio e il modo di viverlo, interpretando e assecondando fabbisogni nuovi, ancora non manifesti. In questa idea dell’architettura e del ruolo dell’architetto io non trovo una collocazione perchè di fatto non esercito la professione nel senso più nobile ovvero con un ruolo sociale di rilievo. Esercito il “mestiere” dell’architetto che si è ritrovata a lavorare nel campo dei beni culturali con la velleità di rispondere ai bisogni/desideri del grande pubblico, oggi tristemente definito “fruitore” dei beni culturali e naturalistici. Mi sono ritrovata, senza grande merito, ad amministrare faticosamente aziende che sono gli strumenti che mi consentono di svolgere anche il “mestiere” dell’architetto.

E cos’è per te la bellezza?

Ho ben compreso che vivere a Roma o a Toronto fa la differenza ed è determinante nel forgiare la coscienza di ciò che è bello. Ma prima di tutto cosa intendo per la bellezza. C’è chi pensa alla grazia di un corpo, chi all’armonia della natura; Io penso alla luce, alle forme e all’equilibrio del costruito. E’ per questo che parlare di bellezza mi proietta istintivamente verso immagini di piazze, scorci prospettici, facciate, volte, cupole, vicoli: il costruito è testimone della storia. Amo la Roma barocca di Bernini e Borromini, l’architettura romanica, e mi emoziona camminare lungo gli argini del Tevere nelle ultime ore di sole. Un film che mi ha molto colpita è “The Belly of an Architect” di Peter Greenaway in cui le musiche di Wim Mertens ben esprimono lo struggimento interiore che provoca la bellezza del costruito.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Penso che oggi la professione dell’architetto sia in crisi sia per l’uomo che per la donna, indifferentemente. L’educazione universitaria italiana scadente ha provocato un’omologazione nella professione. Le nostre periferie, campi di sperimentazione e speculazione, esprimono questa decadenza. Ho vissuto alcuni anni in una periferia di Roma, dove gli edifici sono stati costruiti sui progetti dei tesisti della facoltà di architettura o ancora degli studenti dei vari corsi di composizione, in cui dominano I timpani, il disadorno, le facciate rivestite con ceramiche scadenti, i pilotis (con tutto rispetto per Le Corbusier), le pareti sottili, l’assenza di coibentazione, di isolamento acustico o di barriere al vapore, pannelli solari arruginiti, il quarzo graffiato e i centri commerciali abbandonati. Potevano essere luoghi di innovazione e ricerca, lontani dai vincoli della città storica; sono lì e vi rimarranno per molto tempo ospitando generazioni in cerca di quella intimità, protezione e socialità, fondamentali per l’equilibrio dell’uomo e per la pacifica convivenza.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

In generale ritengo che la cultura, l’educazione e l’esperienza, alla fine dei giochi, hanno sempre la meglio; ciò vale per l’uomo, la donna, lo straniero, e per ogni estrazione sociale. La condizione necessaria è che vi siano pari opportunità per tutti, e perchè ciò avvenga serve uno Stato democratico e liberale. L’Italia ha ancora molta strada da fare: le lobby non sono trasparenti e regolamentate, siamo tra i tre paesi più corrotti d’Europa, gli investitori stranieri lamentano l’incertezza della giustizia e la faragginosità della nostra burocrazia, gli imprendtiori sono braccati da un sistema fiscale che mortifica l’impresa, la politica è un sistema di facciata che nasconde poteri paralleli.

In questo contesto la donna architetto, prima di essere valutata per I suoi meriti, deve destreggiarsi e sgomitare in un mare abbastanza torbido per tutti.

Allora da dove cominciamo?

All’inizio erano le madri… e con questo riconduco l’origine della decadenza della nostra società alla omologazione generale ad un’educazione universitaria mediocre e alla dequalificazione etica.

La speranza è tutta al femminile.

La capacità delle donne di sostenere la vita e la loro attitudine alla responsabilità verso il creato, a prescindere che nella vita esse abbiano generato o meno, le conferiscono sapienza ed energia preziose per la società. Riabilitiamo la professione delle madri, conferiamo loro ogni aiuto necessario perchè possano crescere i propri figli, educarli e prepararli alla vita. L’educazione comincia in famiglia, è lì che germogliano tutti i mali della nostra società. La mia più grande fatica è stata quella di crescere mio figlio. Per i padri, parlino gli uomini.

Sei stata discriminata durante la tua carriera?

No, o almeno non me ne sono accorta. Se non ottengo i risultati attesi – da me o dagli altri – penso di non essere stata all’altezza e non che qualcuno mi abbia negato la possibilità. Ci provo a trovare cause esogene ma mi accorgo che sto bleffando con me stessa. Amo leggere le biografie di donne che sono riuscite a costruire carriere importanti e a dare un contributo decisivo alla conoscenza in tutti i campi del sapere.

Nihil difficile volenti”.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Nel mio lavoro sono molto sostenuta dall’aiuto di altri. Sto imparando a delegare con responsabilità e con la consapevolezza che l’errore degli altri è anche mio. Ogni giorno imparo a gestire le mie debolezze e a rispettare quelle degli altri.

Sto lavorando su me stessa.

Una buona regola che ti sei data?

Prima di cominciare la giornata lavorativa scrivo ciò che devo affrontare e, possibilmente, concludere in quella giornata: la famigerata “to do list”. Purtroppo mi capita spesso di non riuscire a depennare nulla, ma almeno sono consapevole di non esserci riuscita. Sono in prima linea sempre: fornitori, avvocati, commercialisti, dipendenti e poi, proprio in ultimo, spesso fuori orario, mi occupo dei progetti. “Last in first out” come un pompiere e quindi le buone regole sono una chimera.

Il tuo working dress?

Abiti comodi e sobri ma sempre in ordine e mai disordinata. Mi sveglio presto e mi dedico ai miei rituali preparatori che sono più che altro di graduale risveglio.

Penso all’abito all’ultimo minuto.

Qual è il tuo rifugio?

La mia casa.

Ultimo viaggio fatto?

Viaggio a sorpresa con crociera sul Danubio.

Il tuo difetto maggiore?

Dicono che sono permalosa, e forse è vero, ma non serbo rancore perchè dimentico facilmente. Il male reiterato invece si cristallizza in me e a lungo andare spezza la corda, senza che me ne accorga. Capisco solo quando ho raggiunto il limite di snervamento ma… ho un’elevata resistenza meccanica!

Un consiglio alle donne

Non dimenticate mai di essere donne…..condizione necessaria per essere ottime architette.

elena-sangiulio0Work in progress

Sto lavorando all’allestimento di due mostre che si terranno in meravigliosi luoghi che urlano un capitolo importantissimo della storia italiana ove, ancora una volta, il costruito è di una bellezza mozzafiato.

Purtroppo ancora non posso annunciare nulla.

Sto seguendo la fase di progettazione esecutiva di un parco tematico botanico che sarà aperto al pubblico nel 2018. E’ un intervento privato ancora non divulgabile pertanto dovrò tenere fede alla segretezza che mi è stata imposta dal committente.

Seguo da molti anni la edizione semestrale di una rivista dedicata al restauro e alla valorizzazione dei beni culturali (inglese e italiano): “ARKOS – Scienza Restauro Valorizzazione” con la direzione scientifica del prof. Adolfo Pasetti e la direzione editoriale dell’arch. Nicoletta Astuti.

La rivista è in vendita su Apple Store e Google play, prenotabile anche in versione cartacea su www.syremont.it

E prima di chiudere l’intervista chiedo a Elena di raccontarmi i lavori a cui è più legata ed Elena mi parla del Centro per l’Arte Contemporanea presso il Parco Archeologico delle Isole Eolie e “nell’ambito di questo appalto pubblico – mi racconta – abbiamo costituito un centro permanente di arte contemporanea annesso al Museo archeologico Bernabò Brea presso le ex carceri di Lipari e organizzato un Festival biennale di arte contemporanea e una mostra internazionale tra Italia e Cile, nell’ambito della Rassegna Internazionale Eolie – Tappe di viaggio sulle arti e sul design contemporaneo presso il Castello di Lipari. In ultimo un tributo al grande archeologo Bernabò Brea, allestendo una mostra permanente dedicate alla sua eminente figura”

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L’altro lavoro per cui Elena sente una speciale affezione è la valorizzazione del Tempio di Giove Anxur a Terracina: un’area archeologica  che ospita i resti di un tempio di età repubblicana, di un campo trincerato per la difesa della città e di un piccolo tempio annesso riutilizzato e modificato in età medievale come monastero.  Ispirato alla grande architettura scenografica ellenistica, appartiene alla serie degli antichi santuari laziali ristrutturati in modo monumentale nella tarda Repubblica dell’Antica Roma, tra la fine del II sec. a.C. e l’inizio del I sec. a.C. Coadiuvata dal suo staff Elena si è occupata della progettazione delle infrastrutture per l’accoglienza dei visitatori, dallla biglietteria fino allo spettacolo di son et lumière e consegnato all’Amministrazione un luogo attrezzato e valorizzato per l’affidamento in concessione.

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PAOLA TALA’

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Appassionata amante del territorio toscano, Paola vive a Livorno ma svolge il suo lavoro coniugando gli studi ed i progetti sul paesaggio e sui giardini storici con l’attività progettuale più squisitamente dedicata ai progetti edilizi. La sua progettazione architettonica non è mai disgiunta dallo sguardo attento all’ecosistema e agli aspetti microclimatici del territorio.

Giugno 2015: inaugurazione della mostra dedicata ai miei collages nella cornice della affascinante Villa Cassuto a Livorno; tra le ospiti di Ariela, la padrona di casa, incontro Paola, architetto e paesaggista.
Appassionata amante del territorio toscano, Paola vive a Livorno ma svolge la sua attività sguinzagliandosi su e giù per il nostro Bel Paese, coniugando gli studi ed i progetti sul paesaggio e sui giardini storici con l’attività progettuale più squisitamente dedicata ai progetti edilizi.
Mi interessa il punto di vista di Paola perché la sua progettazione architettonica non è mai disgiunta dallo sguardo attento all’ecosistema e agli aspetti microclimatici del territorio.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?
Beh, anche se il cammino prima di giungere alla convinzione di cosa vogliamo fare da grandi è lungo, devo dire che la mia famiglia mi ha incoraggiata. Anzi è proprio crescere nella mia famiglia che mi ha incoraggiata a diventare architetto e paesaggista… perché non solo i miei hanno sempre pensato che mi sarei realizzata a fare l’architetto (anche se ad un certo punto mio padre quasi quasi sperava che seguissi le sue orme di farmacista), ma perché PORTRAIT 1mi hanno fatto amare le cose belle, la natura, l’arte e l’estetica dell’architettura, facendomi sempre viaggiare con loro, soprattutto lungo tutta l’Italia….E poi mia madre ha sempre voluto costruire, cambiare e portare avanti le trasformazioni delle nostre case a Livorno e in Salento coinvolgendomi direttamente fin da piccola. Il ricordo di cartoncini tagliati delle dimensioni di un tavolo, un divano, un letto che mi veniva chiesto di disporre a mio piacimento nel perimetro della casa disegnata su un foglio rosa di carta millimetrata mi fa sorridere… ma è cominciato tutto da li!
Aprire il cassetto dove erano conservati svariati numeri di ‘Art & Decoration’ e di ‘Il rustico’ era per me ragazzina alla fine degli anni Settanta un vero divertimento e passatempo.
Mi hanno sempre dato tantissima fiducia e tenuto in considerazione ogni volta che si parlava di case a prescindere dalla mia età…. più incoraggiata di così!

Architetto o architetta?
Ma diciamo pure architetto; suona meglio, non ammicca….La professionalità, l’architettura e persino l’arte non sono una questione di genere: di questo ne sono convinta, e poi casomai architettora come la celebre figura barocca di Plautilla Bricci.

Cosa significa per te “fare architettura” oggi?
La mia esperienza non mi fa rispondere con certezza a questa domanda; posso azzardare a dire che è una ricerca continua di complessità ed insieme essenzialità, è divertimento ed estrema serietà, è l’impegno a contestualizzare, a rendere unica e specifica l’identità di un luogo o di un contesto: ogni costruzione, sia che si tratti di una casa, un giardino o uno spazio pubblico.

PORTRAIT 3A chi ti ispiri?
Mi ispiro molto spesso alla tradizione e ai maestri dell’architettura e della paesaggistica del Novecento, ma cerco di trarre fonte di ispirazione per i miei progetti da quante più cose possibili. Tutto può aiutarmi a rispondere alle specifiche esigenze progettuali del caso: a volte anche un film, una foto, un’opera d’arte, ma anche un racconto o un fatto reale. Non esiste un codice o un modello a cui ti riferisci sempre perchè, in effetti, ogni nuova situazione è inedita e merita un approccio completamente dedicato… sì, quando comincio un progetto perdo sempre un bel po’ di tempo ad inquadrarlo.

E cos’è per te la Bellezza?
La mia idea di bellezza è insieme concettuale ed emotiva; in architettura e nei giardini la bellezza è la consapevolezza di una sensazione decisamente gioiosa, quella gioia che si prova nel riconoscere bella una cosa, grazie o malgrado agli esiti di un progetto oppure spontaneamente così.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?
Credo che la sensibilità femminile in architettura si possa esprimere nell’attitudine all’ascolto e di conseguenza nell’impegno a dar conto a questioni anche apparentemente secondarie, che spesso peraltro non lo sono affatto.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?
Purtroppo sì, è più difficile e questo un po’ per questioni culturali e un po’ per difficoltà oggettive. Per esempio basti pensare alla complessità della ARCH 1gestione della propria presenza in famiglia a meno di non fare la scelta di essere completamente libera da legami (rinunciando ad avere figli o ad assistere i propri genitori anziani, o ad avere un marito con una personalità almeno forte quanto la nostra e così via….in sostanza rischiando la totale solitudine). Così non volendo rinunciare a tutto questo vivo la mia condizione di donna architetto in maniera incontentabile, tuttavia gratificante, sicuramente molto faticosa, una sorta di alpinismo esistenziale.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?
Non ricordo in particolare di essere stata discriminata durante la mia carriera. Se è successo l’ho dimenticato!

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?
Una villa nella pineta di Roccamare sulla costa Maremmana. Ne ho curato il restyling nei minimi dettagli trasformando i ruderi di una architettura degli anni Settanta ormai distrutta in un ambiente in cui gli spazi domestici si confondono letteralmente con la natura della pineta. La struttura in acciaio e l’involucro completamente in cristallo, il gusto e le intenzioni del nuovo proprietario, il bellissimo paesaggio circostante hanno reso questo lavoro una sfida tecnicamente impegnativa ma altrettanto affascinante.

ARCH 10Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?
Credo che nel nostro paese ci sia ormai da troppo tempo una diffusa crisi dell’architettura e delle scuole di architettura. Il fatto che invece le donne architetto siano sempre più prese in considerazione è un’occasione per esprimerci con successo a tutti i livelli, perché la professione di architetto è prima di tutto poliedrica: direi che è il nostro momento!

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?
La tecnologia è uno strumento straordinario, azzera le distanza. Ne faccio ampio uso, anche se anagraficamente faccio parte di quegli architetti che si sono formati con la penna a china e la carta da spolvero.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?
Seguo tutto personalmente anche se ritengo indispensabili e utilissime le collaborazioni che nascono nei gruppi di lavoro che quotidianamente organizzo a seconda delle esigenze. Nel dialogo e nel confronto con i colleghi si fondono e si amplificano le sensibilità e le conoscenze.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?
Ho cominciato a lavorare in autonomia fino dai primi anni di attività, già appena laureata nel 1995. L’approccio che ho sempre avuto e che continuo ad avere contempla non smettere mai di studiare, documentarsi, approfondire, imparare da ogni esperienza ed incontro.

ARCH 8Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?
Che domanda! Certo! Se è la strada che le piace in qualche maniera se la caverà. Uno deve sempre seguire il proprio istinto e il desiderio di realizzarsi in una cosa che gli piace. Fare l’architetto è il mestiere più bello del mondo. Ti formi con le cose belle. Quale stimolo maggiore che l’affezione ad occuparsi di una cosa che ci piace, per affrontare cammini lunghi e difficili?

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata
L’oggetto di design a cui sono più affezionata è la famosa poltrona Barcellona di Mies van der Rohe e l’architettura è proprio quella del Padiglione stesso di Barcellona per l’esposizione del 1929. È un luogo di tranquillità, di una semplicità essenziale, c’è tutto: l’acqua, la luce, la misura dello spazio, le tessiture della pietra, il concetto di un’architettura che si percepisce come nei percorsi di un giardino.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….
Telefono, notebook, taccuino Moleskine, matite e mandorle.

Una buona regola che ti sei data?
Quella che devo ancora cominciare a rispettare. Vorrei più ordine intorno a me. Ma l’attività è spesso frenetica fin dalle prime ore del mattino, specialmente quando ci sono più cantieri aperti… quindi l’unica regola che riesco a rispettare è di chiudere la mia sessione di lavoro, qualsiasi ora sia, riordinando le cose su cui ho lavorato tutto il giorno.

ARCH 5Il tuo working dress?
Comodo. Ampissima borsa, stivali (i miei preferiti sono fatti a mano, inglesi, resistentissimi, ne ho una collezione, non dico la marca…) jeans o comunque pantaloni e poi all’occorrenza il resto, sempre tessuti naturali in estate e inverno.

Città o campagna?
Un grande giardino in città sarebbe l’ideale. Non vorrei dire una cosa scontata, comunque una città sul mare.

Qual è il tuo rifugio?
Il mare è anche il mio rifugio. La sua energia è unica. Sul mare ci sono nata e cresciuta, farei molta fatica a starne lontana troppo a lungo.

Ultimo viaggio fatto?
Mi muovo spesso per lavoro e negli ultimi anni non sono riuscita a ritagliarmi periodi di vacanza se non brevissimi, ma nei momenti liberi vado spesso in Salento e l’ultimo viaggio è stato in Irlanda la scorsa estate, una natura e paesaggi bellissimi; Dublino una città accogliente e vivace, aperta a trasformazioni ardite ma legata alla tradizione dell’architettura. Interessante.

Il tuo difetto maggiore?
Sono ritardataria. Vorrei essere sempre in anticipo di giorni sulla tabella di marcia e così volendo fare troppe cose arrivo agli appuntamenti sempre con diversi minuti di ritardo.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?
A parte essere una ritardataria cronica, ho anche moltissimi altri difetti; ciò che alle persone che mi stanno vicine può sembrare uno di questi difetti è anche ciò che apprezzo di più del mio carattere, cioè la mia determinazione: so quello che voglio e lavoro sodo per realizzarlo.

Arch 2Un tuo rimpianto?
Un rimpianto ce l’ho e risale agli anni della mia formazione universitaria e postuniversitaria, e cioè di non aver vissuto per un periodo all’estero. Temevo che avrebbe rallentato il ritmo dei miei studi che procedevano benissimo e non sono partita per l’Erasmus e dopo la laurea in Architettura lavoravo già e anziché continuare a studiare architettura del paesaggio in Inghilterra o negli Stati Uniti, ho frequentato la Scuola di Specializzazione di Genova. Non mi sono pentita di nessuna scelta fatta, ma un pizzico di rimpianto, quello sì…

Work in progress
Lavoro sempre coniugando l’architettura vera e propria al verde e al concetto di giardino. Il paesaggio è d’altra parte l’aspetto sensibile delle continue trasformazioni a tutte le scale di un territorio, di una città, di un terreno. Nostro malgrado noi progettisti creiamo sempre paesaggi ma non sempre ci curiamo di agire per migliorare la qualità degli aspetti microclimatici ed ecosistemici su cui andiamo ad interagire. Il progetto di cui mi sto occupando adesso è la costruzione di un nuovo edificio nel quartiere Parioli a Roma che sarà proprio un edificio residenziale con balconi giardino e una presenza del verde integrata nella struttura architettonica stessa, dal livello terreno alla copertura, dagli spazi esterni agli ambienti interni.

MARISA COPPIANO

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Per Marisa Coppiano fare architettura significa lasciare una chiara traccia del pensiero contemporaneo con una profonda attenzione e riguardo alla qualità dell’abitare, che significa vivibilità, accessibilità, rispetto e attenzione all’impatto ambientale.

coppiano-neraPer Marisa, architetta torinese, un ambiente bello predispone l’animo a elevarsi, a esplorare nuovi territori, perché la bellezza  proietta verso ciò che è più elevato, verso il regno dei grandi valori. Dopo aver seguito le sue interviste a donne architetto, è la volta di conoscerla più approfonditamente e di comprendere cosa c’è dietro il suo lavoro.

Com’ è nato il tuo interesse per l’architettura? Che studi hai fatto precedentemente?

Ho frequentato il liceo scientifico della cittadina in cui sono nata – Biella – dove ho vissuto i miei primi diciannove anni.

Come scrive Italo Calvino in  Se una notte d’inverno un viaggiatore tutto ciò che accade nel corso della propria esistenza era già stato scritto:

Ma come stabilire il momento esatto in cui comincia una storia? Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d’ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro. Oppure la vera storia è quella che comincia dieci o cento pagine più avanti e tutto ciò che precede è solo un prologo”

Dico questo perché fin dall’infanzia ho amato la carta e ho trascorso interi pomeriggi a ritagliare da giornali e riviste tutto ciò che mi occorreva per costruire le scenografie che animavano i miei giochi di bimba, nella solitudine che spesso connota i primi anni di vita, tempo in cui non si avverte ancora quella spinta alla socialità, che dalla adolescenza accompagna i più fino alla maturità. Gli anni della scuola elementare hanno purtroppo inciso negativamente rispetto alla progressione di una espressività pura, scevra da condizionamenti, perché mi hanno imbrigliato dentro “il bel disegno”, pratica che impegnava molte delle mie serate coadiuvata dalla passione per il disegnare della mia giovane mamma, che spesso mi aiutava perché sotto sotto si divertiva molto, nonostante i rimproveri di mio padre che non approvava il suo accondiscendere alle mie richieste “di collaborazione”!!! Il mio amore per il disegno e la pittura proseguì poi nel corso della scuola media e anche al liceo ho amato molto le esercitazioni di ornato, cimentandomi nelle tecniche meno canoniche e più sperimentali. Ecco che quando si trattò di scegliere l’indirizzo degli studi universitari in verità non ero animata da un profondo interesse per l’architettura ma allora era comunque l’unica facoltà che mi avrebbe avvicinato alla mia passione più profonda. Leggere tra le materie previste dal piano di studi “Decorazione” piuttosto che “Disegno dal Vero” mi rincuorava perché immaginavo il disegno en plain air e supponevo che mi avrebbe affascinato molto. Non dimentico alla stessa stregua il mio impegno politico fin dagli anni trascorsi in provincia e quindi la possibilità di vivere dentro una facoltà dove il dibattito era estremamente acceso e mi offriva la possibilità di portare avanti le mie rivendicazioni affrontando nuove esperienze e approfondimenti. Facendo un bilancio sono contenta di aver studiato dentro la facoltà di Architettura e dentro la facoltà di Architettura di Torino, ubicata nel bellissimo Castello del Valentino, immerso nell’omonimo parco. E sono ancor più felice, nonostante lo sforzo occorso, di aver frequentato la Domus Academy e di aver avuto la possibilità di produrre il mio progetto di master con Gaetano Pesce, perché proprio grazie a lui e a quel percorso ebbi modo di approfondire e maturare una mia personale capacità espressiva.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Affatto!! Mio padre avrebbe voluto vedermi medico, anzi pediatra – mestiere che riconosceva più adeguato per una donna – solo perché negli anni del liceo avevo maturato un certo interesse per la psichiatria – erano gli anni in cui Basaglia aveva aperto le porte del manicomio di Trieste – e da lì avevo indicato la facoltà di Medicina come eventuale possibilità. Quando comunicai in famiglia il desiderio di iscrivermi ad Architettura vidi lo sconcerto sul volto di mio padre, anche se non ho vissuto dentro maglie familiari troppo impositive e fui quindi invitata ad approfondire le tematiche affrontate dal piano di studi con un cugino che si era da poco laureato nella stessa disciplina in modo da affrontare la scelta in maniera ponderata.

Quanto è importante per te essere denominata architetta e non genericamente architetto?

Sono perfettamente consapevole di quanto il linguaggio sia estremamente significativo e partecipe dell’evoluzione di una cultura di genere, né per contro sono così interessata ad essere riconosciuta per la mia qualifica professionale, anche se mi rendo conto di quanto la società italiana sia ancora ancorata a schemi quanto meno vetusti, secondo i quali una donna architetto in cantiere viene ancora chiamata “Signora”, appellativo che mai le maestranze si sognerebbero di affibbiare ad un maschio. Da lì al farsi rispettare ce ne passa ancora molto…….

In quali settori operi? L’architettura può essere compresa in molte attività

Da venticinque anni, ahimè, mi occupo prevalentemente di exhibit design che, detto in altri termini, significa la direzione artistica di grandi progetti espositivi che comprende la progettazione dell’allestimento, del light design, degli apparati grafici interni alla mostra e, talvolta, anche delle campagne di promozione della stessa.

Dopo un master alla Domus Academy con Gaetano Pesce in Nuovi Modelli Abitativi, seguito agli anni universitari, nei primi dieci anni della mia attività professionale ho patto parte dello staff del Settore Mostre della Regione Piemonte, di cui sono stata responsabile dell’attività espositiva. La permanenza dentro un’imponente struttura pubblica mi ha permesso di maturare una buona capacità di coordinare lavori e risorse, di strutturare e gestire i budget dedicati alle mostre programmate dall’ente e di lavorare alla veicolazione di eventi presso altri paesi europei. E’ stata una lunga esperienza segnata dal contatto costante con una moltitudine di artisti contemporanei accanto ai quali ho progettato l’allestimento di importanti mostre dedicate alla loro opera. L’incontro con l’arte è stato un rapporto molto “nutriente” e fecondo che ha lasciato impronte, segni fondamentali nella mia progettazione. In quegli anni ho progettato anche gli spazi deputati all’exhibit in Torino e anche in luoghi sparsi nella regione, affrontando le problematiche legate alla museografia.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Nel nostro paese direi che è quasi impossibile fare architettura oggi: il paese ha un patrimonio architettonico immenso, è densamente costruito, con molte brutture che risalgono soprattutto agli anni del boom economico ma che non si abbattono. E dunque le occasioni, le opportunità di esprimersi da parte di un progettista sono purtroppo limitate e alquanto rare. In ogni caso fare architettura per me significa lasciare una chiara traccia del pensiero contemporaneo con una profonda attenzione e riguardo alla qualità dell’abitare, che significa vivibilità, accessibilità, rispetto e attenzione all’impatto ambientale.

Progettare è prima di tutto una mia esigenza di espressione, un bisogno di manifestarmi, di conoscermi, di proteggermi dall’aleatorietà della coscienza altrui. C’è sempre un momento critico e di scoperta in cui, grazie al progetto cui sto attendendo, mi confronto con me stessa attraverso lo scambio con la committenza, e con l’immagine che il cliente si è fatto di te, per poterti affidare il suo progetto, e tu del cliente, per poterlo accettare: questa realtà arricchisce il progetto e chi progetta.

A chi ti ispiri?

Nell’affrontare un progetto mi metto innanzitutto in ascolto di scenari che si manifestano nella mia mente, li approfondisco diventandone testimone silenzioso, ambiguo, che scandaglia le possibili realtà attraverso l’elaborazione dell’immagine e la sua traduzione nella rappresentazione complessiva. Accolgo gli spunti e gli ammiccamenti che mi vengono dall’esterno – camminando per le strade, leggendo e studiando fenomeni, guardando sì….. semplicemente osservando – e da lì prende avvio l’elaborazione dei miei lavori.

Architettura vuol dire bellezza o accessibilità (in tutti i sensi)?

Intanto va chiarito che cosa si intende per bellezza: se per bellezza si intende ciò che è in grado di inquietarci, o ciò che è in grado almeno di creare un sussulto, un fremito dello spirito, allora architettura vuol anche dire bellezza.

La bellezza salva, consola, riempie di significato l’esistenza ma al tempo stesso ferisce profondamente e inquieta. Un ambiente bello predispone l’animo a elevarsi, a esplorare nuovi territori. Di fronte ad una bella architettura possiamo anche piangere, ci commuoviamo, perché la bellezza ci riporta all’enigma della riconciliazione infinita a cui aspiriamo nel profondo del cuore. L’esperienza della bellezza ci proietta verso ciò che è più elevato, verso il regno dei grandi valori, è la forza del trascendente.

Molte donne architetto, ma chi emerge sono quasi sempre gli uomini (tranne rari esempi). Come lo giustifichi?

Ho sempre diffidato della disinvoltura con cui gli individui, e per lo più gli uomini, si impossessano di posti di primo piano nella società, perché il desiderio di essere al di sopra degli altri diventa una richiesta degli altri di avere un primo.

Gli uomini e le donne hanno due modi di stare al mondo: l’uomo è più orientato alla conquista, dove tutto diventa una guerra; per la donna conciliare la propria spiritualità con la tensione ad affrontare la vita più tipica del maschile non è semplice e spesso conduce a profonda crisi. Queste considerazioni non riguardano solo l’architettura ma l’aspettativa che le donne e gli uomini maturano rispetto la loro esistenza professionale e il rimando che arriva a loro dalla società.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto? E perché?

Affermarsi professionalmente è molto più difficile per le donne, non solo per le donne architetto. Storicamente le donne hanno difficilmente potuto occupare posizioni di grande rilievo socio-politico, basti pensare alla Presidenza della Repubblica di cui mai è stata nel nostro paese (e non solo) investita una donna, o alle cariche più alte dentro le diverse professioni. E ciò accade ancora nonostante l’indagine che risale ormai al ’90 del Cerved Group dimostri, a suon di dati, come le donne ai vertici delle imprese siano una presenza positiva. Fanno fatica a entrarci,  ma quando ci sono migliorano i risultati.

Il dibattito femminista, cui ho partecipato fin dagli anni universitari, ha elaborato una nutrita letteratura in tal senso, distinguendo tra indipendenza e autonomia, liberazione e separazione, questioni molto complesse che meriterebbero un’approfondita analisi.

Direi comunque che una donna è meno incline al compromesso e la complessità della personalità femminile rende molto più difficile per una donna lo stare al mondo. Credo anche che una donna sia più “in ascolto” e quindi più propensa a coltivare la propria intimità; questa tensione conduce inevitabilmente ad una maggiore implosione rispetto al mondo maschile. Ma, detto ciò, non me la sento di generalizzare, perché esistono donne molto radicate nel tessuto sociale dentro panni e modalità tipiche dell’attitudine maschile e viceversa.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Non ho un progetto che mi è rimasto nel cuore più di altri. Ogni mio lavoro rappresenta la penetrazione dentro un mondo che di volta in volta è sempre sconosciuto, ignoto e costituisce l’inizio di una nuova avventura, che lascia tracce, solchi profondi dentro la mia anima e alimenta la mia conoscenza.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Sono un’accanita fan dei social che fino a sei o sette anni fa snobbavo!!

Li ritengo un ottimo e rapido veicolo di conoscenza che consente prossimità a tematiche che talvolta rappresentano una vera e propria novità rispetto alla mia curiosità onnivora.

Sono per me ottimi spunti per operare poi gli approfondimenti del caso.

Nella mia attività progettuale utilizzo inevitabilmente la tecnologia attraverso le mie collaboratrici ma il processo che porta al progetto è fatto di studio, ricerca, cui seguono pensieri che dapprima si manifestano grossolanamente nella mia mente e poi vengono trasferiti sulla carta attraverso appunti, schizzi, annotazioni e citazioni varie. Fogli e penna, carta e forbici continuano ad essere per me fondamentali.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Attualmente il mio lavoro è così organizzato: mi occupo in prima persona del cosiddetto new business e, una volta ottenuto un incarico sviluppo il progetto generalmente con la collaborazione di una o due architette e una grafica che mi affiancano negli ultimi due anni. In passato lo studio era popolato da un elevato numero di collaboratrici che lavoravano con regolari contratti di lunga gettata: il mio sogno allora era legato alla crescita di una squadra, un team “al femminile” che potesse maturare ampie autonomie sia progettuali che gestionali. Negli ultimi anni sono stata costretta ad abbandonare a malincuore questo ambizioso obiettivo e, con molta più fatica e tanta solitudine, mi ritrovo a “servirmi” della professionalità di collaboratrici ormai abituali che svolgendo a loro volta la libera professione operano con me – come con altri – su commessa.

In ogni caso prediligo le collaborazioni con donne con cui sento maggiori affinità, pur trovandomi poi a lavorare in team con una moltitudine di professionalità maschili nel corso della preparazione di una mostra.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Il mio consiglio, oggi più che mai, è quello di perseguire il proprio sogno, abbracciando il percorso di studi che risponde più puntualmente alle proprie propensioni nella soddisfazione delle velleità individuali.

Aggiungo un piccolo suggerimento, ovvero cercare di individuare dentro il territorio legato ai propri interessi di studio gli interstizi e le nicchie non ancora esplorate o inflazionate perché più è alto il livello di specializzazione e, diciamo così, specificità professionale, più aumentano le possibilità di impiego.

Sottolineo e aggiungo l’importanza del conoscere, studiare, approfondire, essere curiosi senza farsi imbrigliare dai confini del proprio paese di appartenenza.

Lo spirito attuale ha subito un grande cambiamento preferendo l’esperienza e il vissuto immediato, piuttosto che la conoscenza e la sagacia. E sono profondamente convinta che questo atteggiamento porti inevitabilmente alla decadenza culturale in tutte le sue espressioni. Come ci trasmette Guido Ceronetti nel suoIl silenzio del corpo, l’uomo paga un prezzo molto alto quando, senza rendersene conto, affronta gli avvenimenti della vita senza la conoscenza.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

Sento molta vicinanza ai progetti di Carlo Scarpa e Franco Albini connotati da una quasi maniacale cura per il dettaglio. Sono contemporaneamente molto legata al lavoro di Luis Barragan, l’architetto messicano che ha ammantato le sue architetture di colore: la persistenza della luce e del colore come elemento fondante delle sue architetture mi è assolutamente familiare. Ciascuno dei miei progetti fa appello a questi due elementi che ne qualificano la ragion d’essere.

Rispetto al design amo la lampada Switch oro, un piccolo gioiello disegnato dal giapponese Nendo per Oluce

Dove preferisci o preferiresti abitare?

Mi sento un’apolide non particolarmente ancorata a un luogo. Un tempo avevo eletto le Cinque Terre a mia patria d’elezione e proprio a Corniglia, la più impervia e selvatica delle cinque, ho avuto una casa per più di dieci anni. Ma non essendo una persona dipendente – è ormai conclamato!! – non ho sofferto l’abbandono di quel territorio e quando ci sono ritornata l’ho vissuto con piacere ma con altrettanto distacco. Ora come ora vorrei vivere in quel luogo che mi offra l’opportunità di esprimere la mia creatività a tutto tondo, riconoscendone il giusto valore anche dal punto di vista economico. La dimensione per così dire “affettuosa” di certi luoghi mi affascina molto e mi fa sentire a casa – un esempio su tutti, Venezia, città in cui ho sempre anelato trascorrere un periodo lungo della mia vita lavorativa senza riuscire nel mio intento – ma sono convinta che il lavoro sia centrale per il mio essere a mio agio in un luogo.

Non sei sposata e non hai figli, ma Il tuo lavoro impegnativo permetterebbe di avere e soddisfare le esigenze di una famiglia?

In verità è un problema che non mi sono mai posta essendo io una single, che ha sempre riconosciuto la vita professionale come la propria vita.

Per giunta la famiglia come istituto non è mai stata contemplata come possibilità legata alla mia esistenza, semmai è stata criticata e combattuta in quanto istituzione reazionaria e funzionale al sistema.

Il tuo difetto maggiore? E il tuo pregio?

Il mio principale difetto – la scarsa diplomazia – penso sia anche il mio pregio, perché mi rende una persona sempre sincera e franca.

Di cosa ti stai occupando ultimamente e quali sono stati i tuoi ultimi lavori?

Da più di un anno, da quando cioè ho riunito la mia abitazione al luogo del mio lavoro, amo chiamare quest’ultimo atelier, perché è quello il luogo della mia riflessione, progettazione e non ultimo, sperimentazione. Questo per dire che la mia quotidianità è costantemente impegnata nel portare avanti sia l’attività più squisitamente professionale che mi vedrà a breve impegnata nella riprogettazione di un museo e nella direzione artistica di una mostra – una avvincente penetrazione dentro nuovi territori della scienza – e la mia ricerca artistica che significa in questo periodo l’approfondimento di una collezione di arte applicata intorno al tema delle mappe. Mappe che, come sostiene Brian Harley, lo storico della cartografia più influente degli ultimi anni, “sono rappresentazioni grafiche che facilitano una comprensione spaziale di cose, concetti, condizioni, processi o eventi nel mondo umano”. La mappa se da un lato, disciplina, delimita, economizza e regola lo spazio, dall’altra ne crea uno nuovo, generando mondi di senso e visioni.

Nel cassetto ho anche un paio di idee per progetti site specific di grandi dimensioni, progetti in cui le due mentalità – quella dell’architetto e quella dell’artista – vivono intrecciate dentro un’unica espressione, l’assemblage.

Vorrei riuscire a dedicarmi con costanza allo sviluppo di queste idee ancora embrionali, sapendo che solo attraverso la dedizione assoluta riuscirò ad arrivare ad un risultato soddisfacente.

Nell’ultimo periodo sono invece stata completamente assorbita dal compimento del progetto di allestimento della mostra Homo Sapiens, che ha inaugurato al Mudec, il nuovo Museo delle Culture di Milano: un grande progetto narrativo che esplora la storia dell’uomo attraverso una rete di percorsi espressivi in grado di sollecitare il pubblico mediante una lettura incrociata e ravvicinata. Più di duecento reperti per raccontare la storia della diversità umana. Una sequenza di installazioni per far vivere al pubblico uno spettacolo tra storia, scienza e architettura. E l’occasione di una duplice esperienza: quella della tensione di una domanda, ma anche l’invito alla meditazione e al silenzio.

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