DEBORA GIORGI

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1_PORTRAIT wMe ne aveva parlato tante volte la nostra comune amica; mi aveva raccontato delle molteplici esperienze di Debora in territori non così consueti per il nostro immaginario. Ho pensato che il suo contributo alla rubrica dedicata alle donne nel loro dialogo con l’architettura potesse essere oltremodo interessante ed è così che è nato il nostro incontro; un incontro che poi si è rivelato, come spesso accade, ricco di concomitanze coincidenti e interessi comuni.

 Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Direi di no, ma neanche ostacolata….la battaglia si era consumata prima, per poter fare il Liceo Artistico. Al momento dell’università  si erano ormai rassegnati! Feci un patto con mia madre che se avessi fatto il ginnasio con una media alta, poi avrei potuto fare quello che volevo. Mia madre contava sul fatto che me ne sarei dimenticata… ma in quinta ginnasio con la media dell’8, le ricordai il patto e feci l’esame per passare in seconda Liceo Artistico. Gli anni più belli della mia vita!

Architetto o architetta?

Progettista? Le battaglie di genere non credo passino per una vocale.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Studiare architettura è una scuola di vita e di pensiero: ti abitua ad avere una visione critica e interdisciplinare passando dalle discipline del disegno  a quelle umanistiche a quelle tecnico scientifiche; stimola il pensiero laterale, ti abitua a lavorare in team, ti fa capire che per arrivare ai risultati ci vogliono tante competenze e soprattutto tanta passione. Infine ti insegna ad affrontare le cose con progettualità, ovvero con la coscienza che niente è immutabile, che esiste sempre un modo diverso di vedere le cose, che tutto può essere migliorato, cambiato, progettato appunto. L’architettura per me è soprattutto scienza di progetto, a tutte le scale: dal territorio alla città, agli edifici, agli oggetti. Oggi, sempre più, il progetto sconfina dalla forma ad una dimensione sempre più intangibile, in cui tutto è connesso. Progettare oggi, e in generale, per me significa considerare in maniera creativa il contesto, le relazioni, i valori, sapendo che ogni cosa che facciamo ha delle conseguenze; significa quindi progettare in maniera strategica e, in qualche modo, militante.

Com’è maturata la tua scelta di dedicarti all’insegnamento universitario? E in particolare il tuo interesse per le problematiche legate allo sviluppo locale sostenibile e al design per la sostenibilità?

Ho iniziato a studiare Architettura perché volevo avere degli strumenti per ‘fare’ qualcosa di utile partendo dalla mia inclinazione creativa e poi il mio grande sogno era poter viaggiare, conoscere e riuscire ad andare oltre qualcosa che sentivo mi stava troppo stretto. Il percorso tuttavia non è stato particolarmente lineare. Molto presto mi sono resa conto del fatto che la ricerca pura e fine a se stessa non mi interessava e che avevo bisogno di vedere concretamente dei risultati;  avevo bisogno cioè di sperimentare sul campo e di vedere i progetti realizzarsi. Sono sempre stata molto curiosa e portata ad interessarmi a tematiche e discipline differenti, e quindi anche il mio percorso di studi e di ricerca non ha seguito una strada diretta: dopo la laurea in Architettura infatti ho conseguito un Dottorato in Storia ed Istituzioni dei Paesi Afro – Asiatici a Scienze Politiche e poi un Master di II livello ad Ingegneria sull’Architettura Eco-Sostenibile; ho lavorato nel management culturale per una cooperativa archeologica e per alcune amministrazioni locali, come consulente e project manager nei progetti internazionali; mi sono occupata di progetti di formazione innovativi, collaborando in varie forme con università italiane e straniere.

9_materaTutte queste esperienze mi hanno portato dove sono ora! Ho cominciato ad interessarmi alle tematiche dello sviluppo locale sostenibile all’Università con Alberto Magnaghi e Pietro Laureano, rispettivamente relatore e co-relatore della mia tesi di laurea sulla rivitalizzazione e lo sviluppo di un gruppo di oasi nel deserto algerino – le oasi del Gourara –  attraverso una progettazione autocentrata e sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale e culturale. Alberto Magnaghi mi ha dato l’impostazione teorica e metodologica che effettivamente ancora oggi costituisce la base di partenza per tutto il mio lavoro di ricerca. Ho poi collaborato per diversi anni con Pietro Laureano, urbanista e consulente UNESCO, esperto di zone aride; e grazie a lui ho avuto modo di partecipare a progetti internazionali che mi hanno portato in luoghi straordinari:  in Giordania, a Petra, nello Yemen, in Eritrea, in Algeria, in Eritrea e a Matera dove mi sono trasferita per sei mesi per collaborare alla stesura del dossier per l’iscrizione dei Sassi di Matera alla Lista del Patrimonio mondiale, iscrizione che oggi compie 25 anni.

Grazie a queste esperienze ed al lavoro che per anni ho svolto per una cooperativa archeologica nell’ambito della progettazione di eventi e servizi, mi sono avvicinata alle tematiche del patrimonio culturale, tangibile ed intangibile, e alle Traditional Knowledge, maturando la convinzione che la sostenibilità – ambientale, economica, sociale, culturale – del progetto si appoggia in maniera forte ai valori patrimoniali e culturali che determinano l’identità locale e che possono divenire la base per un processo di innovazione autocentrato e sostenibile. In questa dialettica tra tradizione e innovazione, il progetto stabilisce un legame con i destinatari del progetto stesso, generando appropriazione e sostenibilità sociale e culturale ma anche ambientale, dal momento che si creano dinamiche di cura e di protezione. Da qui si è profilato il lavoro che per diversi anni mi ha impegnata come consulente in progetti finanziati dall’UNESCO, UNCCD, World Heritage Fund, Commissione Europea e Cooperazione Italiana in Etiopia, Marocco, Tunisia, Algeria, Haiti e proprio nell’ambito di questi progetti, grazie all’incontro con Saverio Mecca che da diversi anni lavora intorno alle tematiche delle tecniche tradizionali – e oggi è Direttore del Dipartimento – ho avviato la collaborazione con il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Per diversi anni si è trattato di collaborazioni sporadiche su progetti in corso e sulla scrittura di nuovi progetti; poi dal 2013, avendo vinto un importante progetto in Tunisia sul design per lo sviluppo sostenibile, finanziato dalla Commissione Europea, la partecipazione è diventata continuativa e si è strutturata in particolare con il Laboratorio di Design per la sostenibilità, diretto da Giuseppe Lotti. La ricerca e i progetti nei Sud del mondo nell’ambito del design nascono dalla consapevolezza condivisa che in questi contesti si gioca una sfida importante in termini di modelli di sviluppo e che proprio in tali scenari il design può svolgere un importante ruolo di supporto e stimolo verso comportamenti maggiormente sostenibili. Questa sensibilità condivisa con il gruppo di lavoro e le esperienze in ambito Mediterraneo sono state fondamentali per l’avvio del progetto del Dipartimento di Architettura di Firenze con l’Université Euro – Méditeranéenne di Fès in Marocco per la co-creazione dell’Ecole Euro – Méditerranéenne d’Architecture, Design et Urbanisme a Fès, in base ad un accordo interministeriale tra MIUR e Ministère de l’Enseignement supérieure marocchino. Il mio contratto attuale prevede che io insegni in Marocco oltre che a Firenze e che continui a svolgere ricerca in Marocco e nell’area mediterranea. Le tematiche del design dei servizi e del design per l’innovazione sociale di cui mi occupo sono fortemente legate a quelle dello sviluppo sostenibile dei territori ed il lavoro in ambito universitario mi offre l’opportunità straordinaria di proseguire la ricerca ed al tempo stesso di trasmettere esperienze e competenze alle giovani generazioni. Quest’ultimo aspetto, in questa fase della mia vita, è per me assolutamente importante e ne sto traendo enormi soddisfazioni.

Cos’è per te la Bellezza?

La bellezza è qualcosa che ti può rendere felice, accendere una luce dove regna il buio. La bellezza per me ha un potere salvifico e spirituale, permette di allontanarsi dalle visioni stereotipate e ristrette e consente la connessione con una dimensione superiore. Vorrei citare a questo proposito una frase di Piero Ferrucci, filosofo e psicoterapeuta, che esprime in maniera più chiara quello che penso: “L’esperienza del bello ha il potere straordinario di renderci felici, stimolare l’intelligenza, cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi e del mondo. È alla portata di tutti, perché possiamo trovare la bellezza ovunque: in un film, in una musica, in un paesaggio, in un volto, in un pensiero. Anche nel mondo interiore di una persona.” La bellezza quindi è anche molto democratica! La cosa importante è imparare a vederla, e questo non è così scontato. Come architetti e designer abbiamo un punto in più perché, come dice Zurlo, “il designer è colui che sa vedere, far vedere, pre-vedere”.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Per me l’architettura ha assolutamente bisogno della sensibilità femminile perché richiede ingredienti che sono connaturati alla femminilità: empatia, creatività, sensibilità, capacità di comunicare e di creare emozioni. La parte maschile legata piuttosto alla forma, alla tecnica presenta elementi comuni all’ingegneria. L’architettura per essere tale deve arricchirsi della parte femminile.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne?

Indubbiamente! I posti di potere sono prevalentemente degli uomini e la tendenza a considerare le donne delle efficienti segretarie o al massimo delle performanti comprimarie è sempre molto forte.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Discriminata forse no; utilizzata molto ma, al tempo stesso,  ho a mia volta fruito di opportunità ed esperienze che hanno contribuito alla mia formazione e alle mie ricerche.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Penso che le donne architetto o designer, che possono vivere del loro lavoro sono troppo rare. In parte credo sia dovuto alla dedizione feroce che queste discipline richiedono e alla atroce consapevolezza che purtroppo ancora oggi molte incombenze familiari ricadono sulle donne. Ed in parte per l’attitudine maschile a vedere le donne come utilizzabili e la disposizione femminile a farsi utilizzare e sentirsi gratificate per il fatto di sentirsi indispensabili. Ma questo non riguarda solo l’architettura o il design!

Che rapporto hai, nel tuo lavoro e nel quotidiano, con la tecnologia?

Un rapporto strumentale, direi. Nel senso che la uso e la apprezzo e cerco di vederne l’utilità per facilitare le cose. Negli ultimi tempi mi sto confrontando in diversi progetti con le tecnologie proprie dell’industria 4.0 come Realtà Aumentata, Realtà Virtuale, Internet of Things e mi affascina l’idea di avere ulteriori strumenti per esprimere concetti e valori in maniera emozionale; inoltre la possibilità di aumentare la percezione e le potenzialità di questi strumenti in tutti i settori, dai beni culturali, ai servizi, alla cooperazione, allo sviluppo.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Riuscire a delegare è una conquista recente, ci sto ancora lavorando….

A quale tra le tue pubblicazioni sei più legata?

A quella che sto scrivendo in questo periodo. Sarà un libro a tre mani con Giuseppe Lotti e un antropologo che collabora con il nostro gruppo di lavoro. Parla dell’innovazione e della tradizione, di come l’innovazione può nascere non solo da un impulso tecnologico ma da un pensiero; dalla modalità con cui ci si relaziona ai cambiamenti, all’ambiente, alla società e di come talvolta siano proprio le crisi, le situazioni limite, la marginalità a creare le condizioni per l’innovazione. Il design in qualche maniera è stato sempre interprete della contemporaneità e al tempo stesso portatore di visioni future e di profonde innovazioni.

E a quale dei tuoi progetti?

10 e 11 bisUno più vecchio ed uno recente ma in qualche modo molto legati. Nel 2003, la costruzione di un museo della cultura berbera nel Medio Atlante, in Marocco, nell’ambito di un progetto di sviluppo finanziato dal Ministero degli Esteri italiano, in un momento in cui ancora l’identità berbera del Marocco non era accettata dal potere. Il museo è stato costruito utilizzando tecniche tradizionali come la terra cruda ma migliorate e realizzato con maestranze locali con la  formula di scuola cantiere. Ma la cosa veramente più coinvolgente è stata l’esperienza nel suo complesso che ha coinvolto associazioni locali, studenti, maâlem, ovvero maestri artigiani, architetti locali… È stato un progetto corale, durato quasi due anni, in cui ho appreso un’infinità di cose ed un’esperienza umana incredibile. Nel 2016 è nata la mostra “Identità Fluide. Un progetto Mediterraneo” curata insieme a Giuseppe Lotti, approdata alla Triennale di Milano e al Musée du Bardo di Tunisi, frutto di un progetto di quattro anni, finanziato dal programma europeo ERASMUS+ in Tunisia per la creazione del Master “3D design pour le Développement Durable des productions artisanales en Tunisie”. Nel corso del progetto si è lavorato sull’identificazione dei valori materiali ed immateriali del patrimonio culturale tunisino, incluso ovviamente l’artigianato, come base e punto di partenza di un progetto d’innovazione per la competitività dei territori. Molti di questi valori sono un patrimonio comune a tutta l’area mediterranea e la mostra cercava di fare dialogare queste identità, in parte perdute o minacciate dalla globalizzazione, che grazie alla loro fluidità e permeabilità riescono ad attraversare tempi e luoghi. Il percorso narrativo cross-mediale ha utilizzato video mapping che raccontavano il concept alla base dei trenta progetti realizzati da giovani designer tunisiniLa riflessione attorno all’identità tunisina e mediterranea mi pare oggi essenziale come fondamentale è la ricerca di punti di contatto piuttosto che di conflitto. Così a Milano la dimensione materica della mostra era rappresentata da 42 statue ceramiche provenienti da Sejnane, in Tunisia (iscritte fra l’altro nello stesso anno alla Lista del patrimonio immateriale dell’UNESCO) mentre al Musée du Bardo (in cui ancora si intravedono i fori delle pallottole dell’attentato del 2015) nella sala punica, l’Odalisca di Ettore Sottsass, che evoca archetipi arcaici o immaginari, convive con i capolavori dell’arte cartaginese e ne stempera il conflitto nella sua straordinaria e sottile ironia. Entrambi i progetti per me significano che “si può fare”, si può provare a cambiare un poco le cose, le visioni, attraverso la cultura e la creatività.

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Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura o design?

Assolutamente sì, per le ragioni di cui ho parlato prima. Anche se non diventeranno architette – !! – o designer apprenderanno strumenti per poter affrontare molte delle complessità della realtà e daranno corpo e volto alla loro creatività. E poi le inviterei a non arrendersi, andare avanti, continuare a studiare e fare progetti, anche se il riscontro non è immediato; insomma, non avere paura di inseguire i propri sogni. Nel tempo tutto acquisterà un senso.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata.

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L’oggetto: le Antiche ceramiche di Sottsass, realizzate con il ceramista Alessio Sarri nel 1989, oggetti onirici, quasi completamente svuotati delle loro funzioni, architetture misteriose, forme archetipe di città o spazi che vagamente sembrano citare le città visionarie di Sant’Elia, portando i nomi di antichissime città scomparse: Ur, Ninive, Babilonia, Yazd, Gerico, Susa. Forme archetipe, non essenziali come specifica Sottsass stesso, “perché l’essenziale presume uno stato ideale o un assoluto metafisico”.

16 17 18 bisPer l’architettura, in generale sono legata alle città e alle architetture tradizionali, come i Sassi di Matera, gli Ksour dell’Atlante, le oasi del deserto, 15_m-zab-valleyPetra, le chiese di Lalibela, per la straordinaria integrazione con il paesaggio, la natura, e soprattutto per la capacità di queste architetture di utilizzare in maniera virtuosa le scarse risorse disponibili e di superare i limiti imposti da condizioni spesso quasi al limite. Sono insediamenti e architetture che riescono sempre a coniugare la funzionalità con valori simbolici e significati che trascendono la pura forma. Per citare un’architettura in particolare direi la moschea Sidi Brahim a El Atteuf, in una delle 5 oasi dello M’zab, nel Sahara Algerino. È un’architettura organica, plastica, essenziale, misteriosa, che secondo molti ha ispirato Le Corbusier per la sua cappella di Notre Dame du Haut a Ronschamp.

Come riesci a conciliare la tua attività di ricerca con l’impegno professionale dentro l’Università?

L’Università in realtà è il luogo in cui posso svolgere la mia ricerca con molti gradi di libertà. È un grandissimo privilegio, come oggi – a 54 anni – è un privilegio poter trasmettere qualcosa delle mie esperienze ai ragazzi e contribuire, almeno un po’, a renderli capaci di pensare e quindi di essere liberi.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Un quaderno su cui appuntare e schizzare idee e pensieri.

Una buona regola che ti sei data?

Quella di non avere regole rigide e di non avere paura di cambiare direzione se qualcosa non funziona.

Il tuo working dress?

Comodo, cambia in base al mio umore e al mio stato e, con una concessione agli stereotipi, è molto tendente al nero.

Città o campagna?

Le colline di Firenze… un magnifico compromesso.

Qual è il tuo rifugio?

7 E 8Negli anni ho imparato che il mio rifugio alla fine è me stessa, la mia mente e la mia immaginazione. Ma devo dire che il luogo che più mi fa sentire in pace e mi consente di ricaricarmi è il deserto, e poi al di là di una duna, un’oasi, un giardino completamente progettato dall’uomo utilizzando le scarse e nascoste risorse a disposizione per creare un mondo lussureggiante e di pace. Ci sono infinite sensazioni ed emozioni legate ai deserti in cui sono stata a cui ricorro mentalmente quando non posso andarci fisicamente.

Ultimo viaggio fatto?

In Tunisia a Mahdia nel Sahel, dove ho portato alcuni studenti di Firenze a lavorare con studenti tunisini e alcune associazioni locali su un progetto di valorizzazione delle produzioni alimentari locali. Organizzare workshop, corsi e creare occasioni di scambio in Europa come referente Erasmus e nei paesi della sponda Sud del Mediterraneo o del Medio-Oriente è una parte importante del mio lavoro in ambito universitario ed è un aspetto che amo molto e che mi dà e mi ha dato grandi soddisfazioni. Del resto anche per me tutto è cominciato da viaggi di studio, fino a decidere di svolgere la mia tesi di laurea in Algeria. Ogni viaggio è stato un punto di non ritorno e sono felice di poter dare ai giovani questa opportunità. Viaggiare ci mette a confronto con la diversità, ci obbliga a misurarci con l’alterità, a capire che esistono modi diversi di affrontare le cose, spesso a misurarci con la nostra inadeguatezza e quindi a cercare nuove strade e soluzioni. Nei viaggi intrapresi con gli studenti mi sono resa conto di come queste esperienze siano importanti per i giovani e di quanto cambino le loro vite, allargando i loro orizzonti, facendoli crescere anche come esseri umani. Spesso, dopo una di queste esperienze, ho sentito dire che quel viaggio è stato la cosa più bella della loro vita.

Il tuo difetto maggiore?

L’intemperanza e la testardaggine

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

La mia costante insoddisfazione che mi porta a non adeguarmi e a perseguire strade meno battute, anche grazie alla testardaggine…

Un tuo rimpianto?

So che può sembrare presuntuoso, ma in effetti non ho grandi rimpianti, perché alla fine anche le scelte “sbagliate” mi hanno insegnato qualcosa. A volte però è divertente pensare a come sarebbe andata, un po’ come nel film Sliding doors.

Work in progress….?

Un ciclo di workshop e conferenze in Marocco sul tema del Circular Design, ovvero dell’economia circolare, promossa da una importante fondazione marocchina e dall’Istituto Italiano di Cultura a Rabat. Saranno coinvolti designer italiani e marocchini, studenti e docenti universitari di entrambi i paesi. Le riflessioni e le sperimentazioni che emergeranno da questo lavoro confluiranno in una mostra nel 2020 a Rabat e a Firenze dedicata a mostrare lo specifico contributo dei due paesi al tema dell’economia circolare non solo secondo il paradigma economico e produttivo ma rispetto alla capacità del design mediterraneo di dare senso e forma alle dimensioni meno tangibili, in un processo trasformativo, che da una parte assume e riconosce tutte le sollecitazioni che arrivano dal contesto e dall’altra le connette, le integra e le sintetizza in qualcosa di altro.

 

ANNA REGGE

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49311995_10218253920198236_5719195854561083392_oPrima ancora di conoscere Anna Regge sono rimasta folgorata dai suoi splendidi acquarelli: i suoi nidi, ma anche i suoi ritratti di vegetali e insetti mi hanno catturato ed ho seguito con estremo interesse il suo work in progress. Degli acquarelli di Anna si è già detto molto: sono note le cover e le illustrazioni per prestigiose case editrici; a lei fu dedicata la mostra del 2015 “Serie Naturali” ospitata  presso l’Orto Botanico di Torino ed ora figura tra i protagonisti della mostra “Ad Acqua”, negli spazi dell’Accademia Albertina di Torino, a cura di Marcella Pralormo e Daniele Gay. Ma la sua attività è variegata e molteplice perché Anna è una progettista di giardini di grande talento; eh sì, perché Anna addomestica la Natura creando delle vere e proprie stanze dove ciascuna pianta trova il proprio luogo d’elezione ed il Tempo coadiuva i risultati del suo lavoro.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

I miei genitori non hanno mai particolarmente interferito nelle mie scelte: certo era dato per scontato che il futuro passasse attraverso un’istruzione superiore, essendo loro professori universitari. La sorella di mia madre, classe 1925, è stata un architetto di successo e un modello di realizzazione personale e professionale e di sicuro questo ha facilitato la mia scelta ma penso che per i miei genitori qualsiasi scelta universitaria sarebbe andata bene, forse se avessi scelto Filosofia mio padre avrebbe commentato “Nessuno è perfetto…”

Che cosa significa per te “fare architettura”?

Non sono sicura di avere ancora capito cosa significhi “fare architettura”. Dovrei prima capire cosa vuol dire “essere architetto” e da paesaggista mi sento sempre come un essere a metà: un po’ giardiniere, un po’ architetto. Fare architettura del paesaggio, come nel approccio all’architettura tradizionale è come risolvere un puzzle con tanti pezzi, avendo in più sempre a che fare con la variabile tempo: quello che progetti oggi lo vedrai fra un anno e fra cinque sarà ancora diverso. Puoi sbagliare oggi e vedere il tuo errore solo fra molto tempo.

A chi ti ispiri?

Ho avuto la fortuna di avere un grande maestro, Paolo Pejrone e, anche se non volessi ispirarmi a lui, la lezione della sua opera sicuramente mi ha influenzato. Amo molto i lavori di Jacques Wirtz, Martha Schwartz, Fernando Caruncho, PWP e altri ancora, ma alla fine è la Natura la più grande ispiratrice: basta guardarsi attentamente intorno per estrapolare modelli da replicare in un progetto.

13892027143_ffbb7a22cc_bChe cos’è per te la Bellezza?

E’ una domanda che mi mette in crisi, potrei dire mille cose e tutte banali alle mie stesse orecchie, perché la Bellezza è un concetto che ha tante facce quanti gli esseri al mondo e nessuna sintesi a parole val meglio di un’immagine. Allora per me la Bellezza è l’immagine di un qualsiasi elemento della Natura: il guscio di un’Aliotide, il nido di un merlo, la foglia di una Gunnera…

È più difficile per le donne affermarsi e salire ai livelli più alti?

In certi ambiti lavorativi immagino di si, nel mio settore bisogna prima di tutto volerlo con grande intensità e poi avere un po’ di fortuna.

31275547204_f585fc0eec_b Come concili l’attività professionale con la tua duplice attività di architetto e acquarellista?

Concilio con difficoltà: non c’è mai tempo a sufficienza per tutto. Progettare bene richiede tempo e l’acquerello vuole ancora più tempo, è quasi una forma di meditazione e non posso semplicemente mettermi a dipingere dopo una giornata da architetto paesaggista che è perennemente in giro per cantieri. Tuttavia un’attività da forza all’altra: l’essere architetto paesaggista mi ha allenato all’osservazione della natura, delle forme, delle geometrie, a interiorizzare la bellezza che mi circonda e l’essere acquerellista mi ha insegnato la pazienza, il senso del tempo, la possibilità ulteriore di esprimere una bellezza interiorizzata. Dipingo quando posso, nei fine settimana, nei periodi di vacanza, grata di avere due attività differenti che sono scaturite però entrambe dalle medesime passioni.

Quali ripercussioni ha avuto sul lavoro il tuo essere una donna?

Quando ho iniziato a fare la paesaggista, quasi 30 anni fa, non lo faceva quasi nessuno: quando mi proponevo per progettare un giardino mi guardavano come se fossi scesa da Marte. Prima ancora di farmi un nome mi sono dovuta costruire una professione, di conseguenza sono sincera quando dico che non ho mai avuto il tempo di riflettere sul fatto che il mio essere donna potesse avere ripercussioni sul mio lavoro. Ripensandoci, in quanto donna non mi sono mai sentita né particolarmente avvantaggiata ma nemmeno discriminata, pur lavorando in un mondo, quello dei giardini, in cui le donne non rappresentano certo la maggioranza.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Nel mio settore non credo, a parte la sottoscritta, ho numerose colleghe brave e tenaci che si stanno affermando nella professione. Probabilmente in strutture più grandi, nella quale le gerarchie hanno il loro peso, le donne sono ancora discriminate e quindi è più difficile affermarsi.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Non posso dire che mi sia mai successo.

IMG_20180508_194125_749Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Da tanti anni curo un giardino nel Roero di proprietà di un avvocato americano, è un po’ come se fosse il mio giardino. Questo progetto ha ricevuto in dono dal proprietario  il tempo per cambiare, per adattarsi, per reinventarsi e si vede perché c’è un’armonia di insieme che è l’ideale verso cui tutti i miei progetti tendono. Naturalmente a questo si arriva solo in presenza di un cliente illuminato.

 Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Penso che a monte bisognerebbe parlare di crisi generale della professione, di eccessivo carico burocratico, di crisi economica, di temi insomma che vanno ben al di là del ruolo della donna all’interno della professione. Tuttavia noi siamo storicamente più deboli e quindi le ripercussioni in momenti di difficoltà sono maggiori.

29210730581_fc99169751_b Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

La utilizzo per quello che mi serve ma non mi piace la dipendenza che genera. Cerco ancora di orientarmi per le strade senza l’utilizzo di Google Maps e mi piace ancora schizzare, disegnare a mano ed acquerellare i disegni per i clienti.

 Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Ho uno studio molto piccolo e che viaggia in modo molto snello, ho un solo collaboratore al quale delego tutta la parte di disegno su CAD e con il quale mi confronto per gli aspetti progettuali e tecnici. Io mi occupo personalmente delle relazioni con i clienti e con i vivai, dei preventivi e della direzione dei lavori.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Mi sento sempre più a mio agio nei panni di un artigiano di fronte ad un’opera che richiede tempo e attenzione che in quelli di una figura da manager performante. Il mio approccio riflette dunque questo modo di sentire: il mio studio è la mia “bottega” ed è organizzato in modo tale da consentirmi di essere adattabile alle situazioni, da darmi il giusto sostegno senza avere una struttura troppo complessa.

1Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?

Questa domanda me la pongo diverse volte al mese quando i giovani paesaggisti in cerca di lavoro bussano alla mia porta e non è di facile risposta. Da un lato vorrei dire: “Credeteci, lavorate sodo e da qualche parte arriverete” e anni fa quando insegnavo al Master di primo livello della Facoltà di Agraria di Torino ci credevo davvero. Oggi non so: è una carriera in salita e se la mira è quella di diventare ricchi è meglio guardare altrove. Consiglio comunque di fare esperienze diverse e non solo di studio: lavorare nei vivai, con i giardinieri, andare all’estero, visitare giardini…è una professione che si impara solo “mettendo le mani nella terra”.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?

A me non pare proprio ma forse solo perché non ho toccato con mano.

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori\trici?

L’onestà, il coraggio, una visione parallela e non comune della realtà, il senso dell’umorismo, la generosità e la manualità.  Le cose che apprezzo in generale nelle persone.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi architettura?

Non sono mai stata brava a dare consigli e penso che sia molto difficile oggi farlo in generale: in un mondo che cambia così velocemente. A una ragazza consiglierei di iscriversi alla Facoltà di Architettura se sente di  essere fortemente motivata in tal senso e magari con una buona analisi preventiva dei pro e dei contro. I sogni vanno assecondati ma magari esistono scelte parallele che, senza deviare troppo dalla meta, si rivelano alla lunga un investimento migliore.

5-Anna Regge, acquerello 2017, Particolare del pergolato dei Giardini Reali, VeneziaCosa vuol dire per te fare design o architettura oggi?

Fare architettura del paesaggio oggi credo voglia dire una cosa molto diversa da fare architettura e design oggi: noi paesaggisti abbiamo meno vincoli  ma il nostro lavoro è ancora considerato un accessorio del quale, in mancanza di fondi, si possa fare a meno. Manca ancora una cultura di base che metta il paesaggista al servizio dell’uomo comune: nel mondo in cui viviamo si fa un gran uso di parole come “paesaggio”, “verde”, “sostenibilità” ma l’ignoranza in materia regna ancora sovrana e l’argomento perlopiù viene trattato con grande superficialità. Oggi, come in passato, l’architetto del paesaggio è ambasciatore di una cultura del bello e non è solo qui per disegnare il paesaggio ma per insegnare a cogliere le potenzialità di ciò che ci circonda. Capire per proteggere,  mettere in valore e, nel caso, replicare e ridisegnare.

 C’è una donna architetto a cui ti ispiri? E una fashion designer?

Se c’è un architetto donna che mi ispira è senz’altro Martha Schwartz, artista del paesaggio visionaria e geniale. Mi affascinano i professionisti che, come lei,  sono sempre molti passi più avanti degli altri. No, non mi ispiro a nessuna fashion designer, però ammiro costantemente le donne che incontro che esprimono con coraggio il loro modo di essere, interpretando la moda.

b_DETECMA-Gufram-186822-rel14323cd1Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

La poltrona Detecma di Gufram: lo ammetto, sono di parte, la disegnò mio padre sulla base di un modello di funzione matematica. La “Fetta di polenta” dell’Antonelli, o Casa Scaccabarozzi. Quest’edificio è vicino a casa mia, ci passo accanto ogni giorno e mi mette di buon umore con la sua forma ardita e improbabile.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai

….l’acqua, ça va sans dire.

Una buona regola che ti sei data?

Quella che può essere disattesa senza fare danni.

Il tuo working dress?

Comodo e possibilmente senza errori negli accostamenti di colore.

Città o campagna?

Ovunque senza pregiudizio e con adattabilità.

Qual è il tuo rifugio?

Gli affetti sono il mio rifugio.

Ultimo viaggio fatto?

Sofia-Istanbul con i treno notturno, atmosfere da “Fuga di Mezzanotte” e ricordi di viaggi da adolescente.

Il tuo difetto maggiore?

L’ostinazione: a volte dovrei sapere quando è eccessiva.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

La capacità di ascolto.

Un tuo rimpianto?

L’aver capito molto tardi di avere un reale talento artistico.

Work in progress….?

Tanti, sia di giardini sia di acquerelli, li vorrei tutti in progress e non qualcuno in stand by.

Anna regge 33

BARBARA ANNUNZIATA

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_MG_9375Barbara si definisce archigiana, ovvero il design e l’architettura nelle sue mani si traducono in moda: la moda è intesa quindi come disciplina progettuale ove l’abito diventa architettura.

Come tutti gli sperimentatori, unisce alla curiosità della ricerca sulle forme, sui materiali  e sulle tecniche, una buona dose di spregiudicatezza e irriverenza verso i codici prestabiliti per arrivare ad un oggetto che esuli dall’idea di corazza e di irrigidimento di qualsiasi natura. La donna che indossa i suoi abiti diventa essa stessa protagonista nella predisposizione del proprio abito, costruendo di volta in volta un oggetto da indossare sempre uguale ma al contempo sempre profondamente diverso.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Sono sempre stata molto decisa e determinata sulla scelta del mio percorso formativo. A quindici anni maturai la passione per la storia dell’arte e dell’architettura classica, grazie al trasporto con cui il mio professore trattava la materia. La mia famiglia assecondò con convinzione la mia scelta: è una loro prerogativa incoraggiare nuovi percorsi. E lo fecero anche quando lanciai la collezione di moda Santarella, intraprendendo una strada tutta in salita ma piena di soddisfazioni.

Ruota2Che cosa significa per te “fare architettura”?

Guardando indietro e analizzando il mio percorso come architetto e fashion designer, penso che i concetti che meglio descrivono il mio modo di fare architettura sono il movimento e l’interazione. Nei miei progetti architettonici, nelle incursioni urbane realizzate con il gruppo interdisciplinare 4cantoni – che fondai nel 2006 – nella collezione di abiti Santarella, esiste un fil rouge caratterizzato dall’apertura interpretativa di chi vive, fruisce, indossa lo spazio-casa-abito. Non ho mai desiderato calare la mia visione di progettista dall’alto, come spesso avviene per molte realizzazioni, specialmente nelle trasformazioni urbane su grande scala. In molti casi, i cittadini che abitano quei luoghi, non riescono a viverli pienamente perché non li “riconoscono”.  Lavorando principalmente nel privato, in una progettazione a tu per tu con il committente ho imparato che fare architettura significa lasciar venire alla luce lessenza di uno spazio privato. In tutti miei progetti cè un elemento che diviene ossatura portante del progetto. Spesso tale apparato spaziale nasce dalla risoluzione del limite più evidente di quello spazio. Sono interessata agli spazi in divenire e alle dinamiche sociali che sottendono il cambiamento. E così anche la collezione Santarella è pensata per seguire i cambiamenti emotivi e fisici delle donne che indossano i miei abiti: non esistono dimensioni predefinite, tutto può essere modificato ed interpretato. Il concetto architettonico di giunto di dilatazione viene utilizzato per alcuni capi con lo scopo di aumentare la capienza e la vestibilità all’occorrenza. La donna viene messa al centro dell’oggetto moda ed ogni abito è strumento di interpretazione personale. Le linee sono semplificate, la façon è essenziale, l’abito viene ricondotto al concetto ancestrale di habitus. Liberi strati di tessuto che si sovrappongono, si piegano e si fanno abito su ciascun corpo…. Con Santarella sento di aver affrontato un progetto di puro design. L’abito è stato ‘iconizzato’, concettualizzato, inserito in un processo di industrial design, declinabile in infiniti mood.

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A chi ti ispiri?

Ho sempre amato l’architettura di Souto de Moura, di Alvaro Siza e di Francesco Venezia, l’essenziale e il funzionale uniti ad una grande poeticità del segno. Di ciascuna architettura ho impresso nella mente un elemento specifico che mi parla di rapporto con la natura, di paesaggio, di silenzio. Allo stesso tempo mi incuriosiscono le ardite anticipazioni del gruppo MVRDV.

Ruota4 Che cos’è per te la Bellezza?

La Bellezza per me è sinonimo di armonia e carattere. Durante gli eventi di Santarella, amo accompagnare le donne in un viaggio, verso la loro femminilità. Arrivano delle meravigliose creature che faticano a riconoscersi come tali. Un gran peccato perché stare bene nel proprio corpo aiuta a stare bene nel mondo… In questo la Ruota è un facilitatore.

È più difficile per le donne affermarsi e salire ai livelli più alti?

Sappiamo tutti che esiste una disparità di accesso a ruoli di dirigenza tra uomini e donne, sia nelle cariche pubbliche e politiche che nelle aziende. La donna è chiamata a conciliare gli impegni lavorativi con quelli familiari. La percezione di divario e disagio aumenta in paesi come l’Italia dove il welfare è debole. Molto spesso le donne, che dirigono grandi società, non hanno famiglia, né figli.

Ruota3Come concili l’attività professionale con la tua duplice attività di architetto e fashion designer?

Da neolaureata era tutto più semplice, avevo la mia attività di libera professionista e collaboravo come freelance con vari studi di architettura sia a Roma che a Milano. Poi, quando il progetto di fashion design Santarella ha preso forma, mi ha impegnata in una serie di attività che andavano ben oltre l’esclusivo creare e prototipare. Mi sono così ritrovata a lavorare sette giorni su sette sul nuovo progetto. Ora sono in una fase di maggiore consapevolezza, perché alla giusta distanza tutto può essere gestito con maggiore equilibrio.

Quali ripercussioni ha avuto sul lavoro il tuo essere una donna?

Molteplici! Lavorare come libera professionista e gestire contemporaneamente una piccola società di moda, portare avanti una maternità senza alcun supporto esterno, se non quello della famiglia di origine ha prodotto una serie di responsabilità che inevitabilmente ricadono tutt’oggi sul mio essere professionista, donna e madre. Ma proprio questi si sono rivelati alla fin fine i miei punti di forza.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

In questo paese è difficile affermarsi in senso assoluto. Non esistono incentivi di nessun tipo per iniziare un’attività professionale con la giusta spinta. L’esperienza maturata come fashion designer ha dimostrato che avere una capacità economica personale ti rende libera da dinamiche esterne al tuo progetto.

Sei mai stata discriminata nel corso della tua carriera?

Fortunatamente non mi è mai capitato un episodio di forte discriminazione. Ho lavorato in uno studio di architettura di Roma, dove si era creato un gruppo ben affiatato di sole donne, tranne uno dei due titolari. In generale nei lavori di architetto i miei committenti stimano professionalità e passione per il lavoro che svolgo.

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Più che il progetto architettonico direi l’esperienza lavorativa trascorsa in un grande studio di Istanbul, in Turchia. Confrontarsi con progetti di varia scala e natura e farlo in team, mi ha fornito una visione nuova del fare architettura.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Direi che la situazione attuale delle donne architetto è peggiorata, aggravata da una crisi economica che non cessa minimamente. Siamo l’anello ‘debole’ del sistema lavoro! E non per nostra attitudine o volere. Sulle donne molto spesso pesano le scelte di tagli e di riduzione del personale; la donna lavoratrice porta con se il ‘fardello’ della maternità. Le grandi aziende, ma anche i piccoli studi di architettura – per rimanere sul tema – rinunciano più facilmente alla collaborazione di una donna piuttosto che di un uomo. Come me, molte care amiche e colleghe hanno trovato nuovi canali di espressione creativa, intraprendendo percorsi imprenditoriali ambiziosi. L’empowerment femminile e l’iniziativa personale sono la nuova frontiera.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

La tecnologia rende la vita facile ma non amo abusarne. Ne faccio uso per la progettazione architettonica ed anche per la prototipazione di nuovi capi di abbigliamento e accessori; ma senza la verifica di carta da modello, matita e forbici non riesco a sentirmi libera di esprimermi.

_MG_9229 Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Per indole delego molto poco. Mi piace però lavorare in team e se questo è affiatato le cose funzionano molto bene e corrono. Per il progetto Santarella, ad oggi, non sono riuscita a delegare. Infatti seguo ogni singola parte del processo: prototipazione, stile, façon delle collezioni; mi occupo della comunicazione sui social e realizzo eventi di promozione del marchio stesso.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Il progetto Santarella è nato in società con una collega architetto. Nel corso del tempo però abbiamo collaborato con tantissime entità creative di vario genere. L’approccio è di apertura e sperimentazione. Grazie a questa attitudine e curiosità siamo riuscite a realizzare moltissimi eventi artistici e perfomativi. Ed ora inizia una nuova fase del percorso…

Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?

Il mio consiglio è quello di essere appassionati e contemporaneamente pragmatici. Mai perdere di vista il senso critico su ciò che si vuole realizzare. E priorità assoluta alla fattibilità economica del progetto.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?

In alcuni contesti, penso che i pregiudizi verso una donna professionista non verranno mai superati se non si lavora, con determinazione, ad un’adeguata formazione; modificando il messaggio che arriva ai nostri figli, fin dall’età prescolare.

 Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori\trici?

L’onestà in primis, il senso pratico, la visione creativa non convenzionale, l’intraprendenza e la trasparenza comunicativa.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi architettura?

Consiglierei di iscriversi ad architettura solo se spinte da una forte motivazione e passione, altrimenti è difficile trovare la propria strada. Ci sono tante studentesse di architettura in Italia ma poche che rivestono ruoli chiave.

Cosa vuol dire per te fare design (o architettura) oggi?

Il mondo del fashion design si sta evolvendo con una rapidità incessante. Occorre trovare nuove strade per inserirsi in un settore che sembra andare verso due direzioni opposte e contrastanti: da una parte il fast fashion sempre meno sostenibile, crea entropia e scarsa qualità di prodotto puntando su una comunicazione veloce ad effetto che viaggi principalmente sui social; dall’altra parte un luxury fashion, dedicato ad un target di nicchia, capace di emozionare con nuovi linguaggi e spesso ardite sperimentazioni. Anche in questo caso la comunicazione social la fa da padrone. Si è però aperta una terza via destinata ad un target medio-alto, caratterizzata da piccole realtà creative che promettono unicità, sostenibilità ed etica nel processo. Oggi mi sento un’archigiana, a metà strada fra l’artigiana e l’architetto, perché quando realizzo i prototipi mi sporco le mani, utilizzando stoffe, provando, settando le macchine da cucire per ardite cuciture, sperimentando con colori e stampe.

NanniStrada_Kimono C’è una donna architetto a cui ti ispiri? E una fashion designer?

Ho nel cuore il Museo d’Orsay che visitai a 16 anni, in uno dei primi viaggi fatti senza la famiglia. Per questo dico Gae Aulenti. Di recente ho approfondito la poliedrica figura di Nanni Strada. Mi sono emozionata nel rivedere gli stessi concetti di industrial design applicati alla moda, realizzati 40 anni prima. Lei ha introdotto il linguaggio del progetto nella creazione di moda.

 

capoIcona_RuotaGraficaUn oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata?

Il capo icona della collezione Santarella – la Ruota – ha ottenuto un brevetto di invenzione industriale. E’ un oggetto di design da indossare; la considero la mia creatura, prima che nascesse mia figlia. Una casa che ho progettato agli inizi, un piccolo open space seguito in tutto il suo iter.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Il mio book per appunti, idee e schizzi di studio e tantissimi post-it sui quali appunto in modo ossessivo idee, link, cose da fare e da ricordare…

Una buona regola che ti sei data?

Impegnarmi esclusivamente in progetti nei quali credo.

Il tuo working dress?

Non esiste un working dress codificato per le mie giornate. Ovviamente vesto i capi Santarella, scegliendo sempre una collana appropriata al mood.

Città o campagna?

Mare.

Qual è il tuo rifugio?

Un luogo dove ci sia il sole, possibilmente vicino al mare.

Ultimo viaggio fatto?

Un’estate lunga si è appena conclusa. Ho avuto la fortuna di esplorare le verdi foreste della Bretagna e il mare cristallino del Salento.

 Il tuo difetto maggiore?

Severa con me stessa e spesso con gli altri.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Amo la condivisione in tutti gli ambiti della mia vita. Mi piace fare rete e mettere in connessione le persone che stimo.

Un tuo rimpianto?

Non ho grandi rimpianti, ho seminato molto, ho lavorato in tanti contesti creativi differenti. Ora sento il bisogno di continuità.

Work in progress….?

Come dicevo sono in una fase di cambiamenti. Da circa un anno sto seguendo dei progetti molto impegnativi ma con potenziali ricadute di tipo sociale. Il più imminente è un progetto ambizioso, portato avanti da un gruppo di donne tenaci, del quale faccio parte. Come fashion designer mi occuperò di lanciare un piccolo marchio di accessori realizzati da un gruppo di donne nigeriane con sede a Castel Volturno. Il mio percorso continua ad essere trasversale. Dall’architettura al fashion design, passando per la comunicazione e la realizzazione di eventi esperenziali. Ed ora questa nuova figura di fashion social entrepreneur.

Grazie a questa nuova visione ho sviluppato una proposta formativa nuova, fuori dagli schemi delle accademie esistenti. Vedremo cosa succederà…


Contatti:

santarella@santarella.net
website:www.santarella.net
e-store:www.wearever.it
fb:Santarella.net
Instagram:santarella_wearever
youtube: santarella_wearever

OLGA HANONO

pubblicato in: Interview | 0

IMG_3420Come donna, sono convinta che abbiamo una spiccata capacità di visualizzare lo spazio concepito nelle prime idee di progetto e di eseguirlo con molta chiarezza. Il segreto sta nella cura dei dettagli.

Raggiungo Olga a Milano, nel glamourous Armani Hotel nel corso della Design Week: anche lei è arrivata a Milano per visitare il Salone e esplorare le manifestazioni più intriganti della variegata offerta dell’oramai consolidato Fuori Salone che invade letteralmente il centro metropolitano milanese. Olga, considerata una delle migliori interior designer in Messico, nell’ambito della II World Wide Biennal of Interior Design & Landscape 2018 – 2019IMG_1285 (3), nelle scorse settimane ha ricevuto un importante riconoscimento come Designer of the Year 2018 del Continente Americano per un progetto residenziale di interior design. Mi racconta la sua passione per il disegno che, fin dalla tenera età, la portò a disegnare gli spazi per la sua famiglia e per gli amici. Nel 2000 ha poi fondato uno degli studi di interior design e architettura più esclusivo di Città del Messico. Il suo lavoro non si limita agli spazi deputati alla residenza ma si affaccia anche agli spazi commerciali e collettivi, quali ad esempio uffici, ristoranti o hotels, sia in Messico che negli Stati Uniti.

¿Te ha alentado tu familia a elegir estudiar arquitectura?

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia a scegliere di studiare architettura?

➕ Sono una designer nata! Fin da quando, ancora bambina, nutrivo la passione profonda per le arti, l’architettura e la moda, passione che mi ha accompagnato fino ad oggi.

➕ Yo  soy  diseñadora nata, tengo este sentido personal desde niña, mi pasión por as bellas artes, la arquitectura y la moda, siempre han estado presentes en mi vida .

¿Cómo prefieres: Arquitecto o arquitecta?

Preferisci Architetto o Architetta? 

➕ Interior Designer

¿Qué significa el diseño de interiores para ti hoy? 

Cosa significa per te l’interior design oggi?

➕ Per me, l’interior design è la massima espressione della personalità in uno spazio. È la manifestazione del gusto individuale, con il proprio stile per dar vita ad uno spazio armonioso e funzionale

➕ Para mi el diseño de interiores es la máxima expresión de la personalidad en un espacio . Es la manifestación del gusto individual, con estilo propio para dar vida a un espacio armonioso y funcional

olga 1

¿En quién te inspiras?

A chi ti ispiri?

➕ La mia ispirazione viene da una moltitudine di luoghi e personalità.In ogni viaggio, una galleria, un paesaggio, un hotel, una scultura, un libro … improvvisamente ne analizzo l’estetica e acquisisco quell’ispirazione che mi guida nel progettare.Anche nel mondo della moda una serie di designer per me iconici  mi inducono a seguirli nella loro carriera, condividendo le modalità più profonde di proporre nuove tendenze. 

➕ Mi inspiración proviene de muchos sitios , y personalidades . En cada viaje, una galería, un paisaje, un hotel, una escultura, un libro … de pronto analizó la estética y adquiero esta inspiración para diseñar. También en el mundo de la moda, existen diseñadores icónicos para mi que al seguir su carrera , comparto con ellos la forma auténtica de proponer tendencias

¿Y qué es la Belleza para ti?

E cos’è la bellezza per te?

➕ La bellezza per me è lo stato armonico ed equilibrato degli elementi indispensabili dell’estetica. Ed è una percezione assolutamente e profondamente personale di identificare la bellezza e riprodurla.

➕ La belleza para mi es el estado armónico y equilibrado de los elementos indispensables de la estética. Y es una percepción personal de identificar la belleza  y reproducirla.

¿Cómo contextualizas la sensibilidad femenina en la arquitectura?

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

➕ Come donna, sono convinta che abbiamo una spiccata capacità di visualizzare lo spazio concepito nelle prime idee di progetto e di eseguirlo con molta chiarezza. Il segreto sta nella cura dei dettagli.

➕ Como mujer, estoy convencida que tenemos la capacidad de visualizar el espacio preconcebido y ejecutarlo con mucha claridad . El secreto está en la atención al detalle.

¿Es la afirmación profesional más difícil para las mujeres?

L’affermazione professionale è più difficile per le donne?

➕ Per me non c’è niente di difficile, a volte si presentano ostacoli o sfide, come in ogni professione. Ma è una questione di leadership  per essere alla guida di un team di professionisti verso l’obiettivo e la vision per ciascun progetto.

➕ Para mi no hay nada difícil, a veces se presentan obstáculos o retos, como en cualquier profesión. Pero es cuestión de liderazgo para dirigir a un equipo de profesionales hacia la meta y la visión para cada proyecto.

¿Alguna vez has sido discriminada durante tu carrera?

Sei mai stata discriminata nel corso della tua carriera?

➕ Nel corso della mia carriera, ho affrontato persone che sottovalutano la capacità delle donne in questo campo. Ma sono gli stessi progetti a dimostrare il contrario.In questi 16 anni di carriera come interior designer, penso che rimanere sul mercato ed eccellere sia una questione di talento.

➕ Durante mi carrera, me he enfrentado a personas que menosprecian la capacidad de las mujeres en este campo. Pero son los proyectos en sí mismos los que demuestran lo contrario.

En estos 16 años de carrera como diseñadora, creo que mantenerte en el mercado y sobresalir es cuestión de talento.

¿Cuál es el proyecto que más se ha quedado en tu corazón?

Qual è il progetto che è rimasto più nel tuo cuore?

➕ Il progetto che ha segnato la mia carriera e la mia vita è stato un appartamento di Acapulco, in Messico. È stato il primo appartamento che ho progettato con tutta la libertà del cliente, e sorprendentemente è stata la copertina del libro degli architetti messicani più importanti dell’anno. Ciascun progetto significa qualcosa di speciale per me, altri progetti hanno segnato un momento critico nella mia vita personale e per il fatto di venire premiata, provo un grande amore e felicità interiore.

➕ El proyecto que me marco mi carrera y mi vida fue un departamento en Acapulco , Mexico. Fue el primer departamento que diseñé con toda la libertad del cliente, y sorpresivamente fue la portada del libro de arquitectos mexicanos más importante del año. Cada proyecto significa algo especial para mi, otros proyectos han marcado un momento crítico en mi vida personal y al ser premiados , siento amor y felicidad en mi ser.

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¿Qué opinas sobre la situación profesional actual de las mujeres, los diseñadores de interiores y los arquitectos?

Cosa ne pensi dell’attuale situazione professionale delle donne interior designer e architetti?

➕ Il design e l’architettura oggi sono al loro massimo splendore, poiché è riconosciuto il plusvalore che portiamo sia alla progettazione che al benessere dell’utente. Quindi la situazione attuale è in pieno boom perché c’è un grande bisogno di creare concept innovativi e funzionali per le esigenze del mondo contemporaneo.

➕ El diseño y la arquitectura hoy están en su maximo esplendor, ya que es reconocido que aportamos plusvalía a los proyectos y al bienestar del usuario. Por lo que la situación hoy está en auge al haber mucha necesidad de crear conceptos novedosos y funcionales para las necesidades modernas del mundo.

¿Qué relación tienes en tu trabajo y en la vida cotidiana con la tecnología? 

Che rapporto hai nel tuo lavoro e nella vita di tutti i giorni con la tecnologia?

➕ Il mio lavoro è strettamente legato alla tecnologia, dai programmi per ideare progetti, rappresentarli e presentarli alla committenza. Inoltre all’interno di ciascun progetto, la tecnologia è un tema speciale sia per quanto riguarda  l’ingegneria del suono che la progettazione illuminotecnica. Dato che questo punto è fondamentale per ottenere il massimo comfort nella vita dei miei clienti.

➕ Mi trabajo está íntimamente ligado a la tecnología, desde los programas para hacer planos, diseñarlos y presentarlos. También dentro de  cada proyecto, la tecnología es un tema especial para ingenieros de audio e iluminación. Ya que este punto es vital para lograr un maximo confort en la vida de mis clientes.

¿Cómo organizas tu trabajo? ¿Qué puedes delegar y qué sigues personalmente

Come organizzi il tuo lavoro? Cosa puoi delegare e cosa segui personalmente?

➕ Tutto il disegno, la distribuzione degli spazi, la selezione dei materiali, la palette colori e l’arredamento lo seguo io personalmente. E delego ai miei capiprogetto, incaricati del coordinamento del progetto, affinchè le idee diventino realtà. la redazione delle proposte e le alternative per migliorare il concept e la ricerca di oggetti o pezzi unici.

➕ Todo el diseño, distribución de espacios, selección de materiales , gama de colores , y mobiliario lo hago yo personalmente. Y delego la parte de propuestas y alternativas para mejorar el concepto y la búsqueda de estos objetos o piezas únicas a mis líderes de proyecto, que se encargan de coordinar que las ideas se hagan realidad.

¿Cuál es tu enfoque al conducir tu estudio? 

Qual è il tuo approccio per condurre il tuo studio?

➕ Il mio approccio è sempre stato quello di innovare e creare spazi unici!! Molte persone cercano di identificare la formula, e io stessa non la conosco! Mi lascio semplicemente guidare dalla mia intuizione, per sentire lo spazio e dare al cliente un prodotto finale impeccabile che superi le sue stesse aspettative.

➕ Mi enfoque siempre ha sido, el de innovar y crear espacios únicos!! Mucha gente trata de identificar la fórmula pero no yo misma la sé!! Simplemente me dejo llevar por mi intuición, por sentir el espacio y darle al cliente un producto final impecable que supere sus expectativas.

¿Qué consejo le darías a tus colegas jóvenes? ¿Recomendarías a una chica que se matricule en arquitectura o diseño?

Che consiglio daresti alle tue giovani colleghe? Consiglieresti ad una ragazza che si iscrive all’architettura o ad una scuola di design?

➕ A tutte le giovani colleghe o a coloro che si affacciano al mondo del design e dell’architettura, consiglierei di perseguire la loro personale vocazione: cosa li motiva? Il progetto finale all’interno di uno spazio, o le forme urbane degli edifici all’interno del paesaggio generale. Sono due prospettive completamente diverse! Che si completano a vicenda in incredibili manubri tra un buon architetto e l’interior designer.

➕ A todas mis colegas jóvenes o que llevan poco tiempo en este mundo del diseño y arquitectura les recomendaría seguir su vocación personal, que las motiva? El diseño final dentro de un espacio, o las formas urbanas de los edificios dentro del paisaje general . Son dos perspectivas completamente distintas! Que se complementan increíble en mancuerna entre un buen arquitecto y la diseñadora de interiores

ImmagineUn objeto de diseño y una obra arquitectónica que te gusteespecialmente

Un oggetto di design e un’opera architettonica che ti piace particolarmente

➕ I miei oggetti preferiti di design sono le sedie: una vera e propria ossessione!! Ho diverse favorite, come la Cocoon di Kevin Haviid e Martin Kechayas. Un’altra è la sedia Gender di Patrícia Urquiola per Cassina  e un’altra di Maison Margiela.

➕ Mis objetos favoritos de Diseño son las sillas, tengo una obsesión por ellas. Tengo varias favoritas como la cocoon lounge chair de Kevin Haviid y Martin Kechayas. Otra es la silla GENDER de Cassina de Patrícia Urquiola   y otra de Maison Margela.

En tu mesa de trabajo nunca falta …. 

Sulla tua scrivania non manchi mai ….

➕ Matite, colori, pennarelli per lavorare ai progetti. Il mio computer e il mio caffè.

➕ Lápices , colores, plumones para trabajar en los planos. Mi computadora y mi café.

¿Una buena regla que te diste a ti mismo?

Una buona regola che ti sei data ?

➕ Prendere solo i progetti che mi vibrano, che mi ispirano a creare e che si accordano alla mia persona.

➕ Tomar solamente los proyectos que me vibran, que me hacen inspirarme en crear y que van de acuerdo a mi persona.

¿Cuál es tu look de trabajo? 

Qual è il tuo look da lavoro?

➕ Il mio look è casual chic, assolutamente eclettico!

➕ Mi look es casual chic, ecléctico totalmente!

¿Ciudad o campo?

Città o campagna? 

➕ città

➕ ciudad

¿Cuál es tu refugio?

Qual è il tuo rifugio?

➕ I libri d’arte; ne ho una collezione immensa, mi affascinano! Mi trasportano in un’altra dimensione e mi ispirano.

➕ Los libros de arte, tengo una colección inmensa, me fascinan! Me transportan a otro lado, me inspiran.

¿Último viaje hecho?

Ultimo viaggio fatto? 

➕ A Milán y Paris

➕ Milano e Parigi

¿Tu mayor defecto?

Il tuo più grande difetto?

➕ Sono impulsiva

➕ Soy impulsiva

¿Y qué es lo que más valoras de ti?

E cosa apprezzi di più di te?

➕ La mia passione e dedizione a ciò che amo e per chi amo

➕ Mi pasión y entrega a lo que amo y a quien amo

¿De que te arrepientes?

Di cosa ti penti?

➕ Di non aver vissuto in un’altra città, per l’esperienza e l’apprendimento costante e continuo che avrebbe potuto darmi.

 ➕ De no haber vivido en otra ciudad, por la experiencia y el aprender siempre

¿ En que estás trabajando actualmente?

 A cosa stai lavorando attualmente?

➕ Attualmente sto progettando un hotel sulla spiaggia di Tulum, in Messico, un edificio di loft a Città del Messico, case sulla costa e in città. Ed inoltre la mia collezione di tessuti che ho lanciato l’anno scorso e sta avendo molto successo sul mercato.

➕ Actualmente estoy diseñando un hotel en la playa en Mexico , Tulum , un edificio de lofts en la ciudad de México , casas en la costa y en la ciudad. Así como en mi colección de textiles que lance el año pasado y esta teniendo mucha aceptación en el mercado.

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ID Olga Hanono H. / OH•STUDIO /  www.OLGAHANONO.com

ANGELA TOMASELLO

pubblicato in: Interview | 0

PORTRAIT2Due anni fa sono andata a cena nella mia città un po’ per caso in un ristorante dal nome accattivante Aroma e ricordo che mi aveva colpito la sobrietà ricercata del locale, i materiali e i toni di colore dei pattern geometrici che rimandano ad una tradizione rassicurante. Qualche tempo dopo, grazie ad Alice, una giovane architetta che ha collaborato con me, ho conosciuto gli autori del progetto, che hanno reso quel luogo così accogliente e contemporaneo – lo studio Unduo – di cui Angela è una dei fondatori. Con lei e attraverso i reportage dei loro lavori ho poi percorso altri spazi forgiati dalla loro mano sapiente. E attraverso Alice ho avuto modo di seguire la genesi che ha condotto alla creazione di una serie di pezzi unici a scavalco tra arte e design che hanno trovato dimora presso la galleria milanese di Rossana Orlandi.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Non vengo da una famiglia di architetti o di professionisti, i miei mi consigliarono di seguire le loro orme in campo turistico-ricettivo, ma di fronte alla mia scelta di studiare architettura hanno raccolto e appoggiato le mie inclinazioni con fiducia.

Architetto o architetta?

Le parole sono importanti e le trasformazioni linguistiche necessarie. Ma penso allo stesso tempo che la conquista dei diritti legati alla parità debba passare prima attraverso altre conquiste.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Fare architettura oggi significa esattamente quello che significava un tempo: esprimere e trasferire il proprio spirito del tempo (Zeitgeist per usare un concetto filosofico tedesco, o sottile spirito della vita) attraverso la propria sensibilità per il presente vissuto.

A chi ti ispiri?

Per indole sono interessata al presente e proiettata verso il futuro. Mi ispiro quasi inconsciamente ai grandi maestri del ‘900 (Mies, Le Corbusier e Charlotte Perriand, Eileen Gray, Lina Bo Bardi) e alle opere più sensibili degli architetti contemporanei (Herzog e De Meuron, Koolhass, Snøhetta). Nel design, adoro la semplice complessità di Castiglioni e la poesia di Nendo.

E cos’è per te la Bellezza?

Un concetto indescrivibile, non riesco a descriverlo senza essere superficiale.

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Non credo tanto nella sensibilità riferita ai generi, credo nella sensibilità riferita a singoli individui.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Sicuramente sì, ci scontriamo quotidianamente con la necessità di dimostrare le nostre competenze tecniche prima che creative (a Paolo chiedono del sifone mentre a me della carta da parati).

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Più per sensazione che nei fatti tangibili.

Qual è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Il Pantheon e la Cappella di Notre-Dame du Haut perché rappresentano la convivenza tra tecnologia e poesia.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Sicuramente difficile, non credo tanto tanto di più di quella dei colleghi uomini.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Rapporto assolutamente non conflittuale e abbastanza sciolto, ma nel tempo di minor passione, sono meno interessata di una volta.

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Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Il mio studio è composto da Paolo e me, soci e collaboratori in tutti gli aspetti lavorativi sin dall’inizio. Condividiamo tutte le decisioni, confrontandoci continuamente sugli aspetti più importanti. La redazione degli elaborati grafici è stata nel tempo delegata, mentre continuano ad appassionarmi gli aspetti legati alla comunicazione. Quello che non delegherò mai è la supervisione progettuale e il rapporto con il cliente: sono i momenti in cui trasmetti la tua essenza professionale.

FOTO 2Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Lo studio esiste ufficialmente dal 2011 e nel tempo il mio approccio alla professione si è evoluto da una fase inizialmente meno strutturata (all’epoca, continuavo a collaborare anche con altri studi professionali e mi dividevo tra clienti miei e servizi di consulenza ad altri) ad una più matura caratterizzata dalla crescita di consapevolezza delle nostre potenzialità e dei nostri talenti. Attraverso il nostro approccio al progetto e grazie ad una comunicazione mirata, la clientela si è naturalmente selezionata e oggi possiamo godere di un riscontro proveniente da persone interessate e capaci di affidarsi.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Nel tempo ho realizzato che il nostro lavoro richiede un impegno costante ed una perseveranza nel raggiungere i propri obiettivi, senza i quali è difficile superare i suoi aspetti più complessi e demotivanti, soprattutto in questo momento di professioni in crisi. Alle giovani colleghe consiglio quindi motivazione e determinazione: il nostro lavoro non si conclude quando spegni la luce dello studio ma ti segue a casa, nel tempo libero, nelle tue passioni, a volte anche in modo ingombrante, ma poi può rivelare aspetti estremamente appaganti e unici.

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Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

L’abitacolo di Bruno Munari

La casa in pietra lavica sulle pendici dell’Etna restaurata da me e dal mio compagno Andrea per i miei genitori.

 FOTO 6Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Mille to do list scritte a pennarello e la mia agenda cartacea su cui regna un’ordinata confusione.

 Una buona regola che ti sei data?

Selezionare con cura le persone con cui voglio collaborare sulla base di capacità, affidabilità e affinità dal momento che trascorrerò con queste gran parte del mio tempo e condividerò con loro le mie esperienze di vita lavorativa.

 FOTO 7Il tuo working dress?

Vesto principalmente abiti di produzione artigianale, fatti a mano e made in Italy, comodi ma dal disegno non scontato. Se posso evito la grande distribuzione e cerco di sostenere chi ha deciso di lavorare con lo stesso spirito con cui lavoriamo noi.

 Città o campagna?

L’energia della città, le sue opportunità, le relazioni tra le persone e la percezione di poter scoprire sempre nuovi scorci, piccoli universi, mi attrae nel profondo. Ho bisogno però che mi offra anche la vicinanza a luoghi più naturali ai quali non posso rinunciare. La mia città è un po’ così, trascorre dei periodi sonnolenti e poi mi stupisce ancora in modo inaspettato.

 Qual è il tuo rifugio?

Esistono dei luoghi in cui mi sento rilassata e protetta, spesso corrispondono alle abitazioni di alcuni miei amici; sono spazi che mi accolgono e che conosco perfettamente, perché appartengono a loro ma anche un po’ a me, le ho pensate io, plasmate secondo le loro necessità ma attraversate dal mio modo di  materializzare i sentimenti e le necessità attraverso i miei progetti.

 Ultimo viaggio fatto?

Sono stata a Porto quest’inverno. L’architettura moderna e contemporanea portoghese e i lavori di Alvaro Siza, concettuali e introspettivi, mi affascinano. Un workshop di progettazione in Portogallo, ai tempi dell’università, mi aveva permesso di avere Edouardo Souto de Moura come tutor. Passeggiare per questa città, piccola e vibrante, oggi come allora è particolarmente bello.

 Il tuo difetto maggiore?

Sono umorale, oggi è così, domani chissà…

 E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Credo che un aspetto del mio carattere che mi aiuta in modo irrinunciabile nella mia professione sia la curiosità per il mondo esterno che sento da sempre e che amo anche nelle altre persone. Anche quando mi dicono che sono caparbia, schietta e piena di energia in qualche modo lo sento come un apprezzamento che mi rappresenta.

 Un tuo rimpianto?

Non aver fatto un’esperienza lavorativa di medio lunga durata all’estero. Ho sempre amato Torino e ho avuto la fortuna di collaborare con realtà interessanti e appaganti – Marina Gariboldi, Archicura – quindi non ho sentito l’esigenza di farlo, quando era il momento.

FOTO 8 Work in progress?

Il nostro lavoro prosegue nel tempo apparentemente in modo simile; in realtà ogni progetto nasconde, oltre a grandi fatiche, nuove dinamiche, incontri inattesi, collaborazioni interessanti.  Insieme a quest’aspetto che mantiene intatta la passione per la mia professione,  nuovi progetti  nascono all’orizzonte, e tra questi alcuni arricchiscono la nostra esperienza e ci permettono di esplorare nuovi territori: in particolare stiamo collaborando con una nostra collega – Alice Reina – architetta e ceramista per creare una collezione di art design esposta nella prestigiosa galleria milanese di Rossana Orlandi.

Proseguiamo con esperienze da tutor presso  workshop a cui siamo invitati e in cui l’architettura e il design incontrano temi sociali ed infine stiamo sviluppando un progetto focalizzato sulla trasposizione dei temi tipici dell’interior design al verde urbano privato.

FLAVIA ROSSI

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Avevo compreso che l’architettura è un codice di Matrix, che permette di conoscere aspetti apparentemente nascosti del mondo, una porta verso ciò che il visibile non cela, ma rende non a tutti interpretabile.

flavia rossi (1)Flavia Rossi è una giovane architetta che vive a Roma dove si dedica all’arte e alla fotografa. Tutto ciò che la circonda può diventare lo stimolo per strutturare un nuovo lavoro. Sorretta dalla letteratura, dalla musica, dall’architettura e più in generale dalle arti visive, confeziona progetti di forte introspezione, tant’è che le sue opere  sono state definite vere e proprie “finestre sull’anima”.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?
No, in generale la mia famiglia non ha mai cercato di indirizzarmi in alcuna scelta, ma di fornirmi gli strumenti necessari per riconoscere e seguire i miei sogni.

 Che cosa significa per te “fare architettura”?
 “Fare architettura” significa saper apprezzare e gestire due aspetti: lo spazio e la luce, tenendo conto della relazione tra gli elementi che ne fanno parte e dando importanza sia allo “spazio del vuoto” che allo “spazio del pieno”.

A chi ti ispiri?
Fin dai primi anni dell’università non ho mai guardato esclusivamente l’architettura per “fare architettura” o la fotografia per “fare fotografia”. Ritengo che conoscere e guardare tutte le arti sia l’unico modo per essere veramente se stessi in quello che si fa, poiché c’è un passaggio fondamentale: la reinterpretazione. Quindi negli anni mi sono circondata di immagini ricorrenti, scaturite nella mia mente grazie a una musica o a un libro, che non sono stimoli prettamente visivi, oppure sono stata ispirata da un avvenimento capitato a me o ad un amico. La vita è un mistero così affascinante!

È più difficile per le donne affermarsi e salire ai livelli più alti?
Penso di sì, chi non ammette di vivere in una società maschilista mente.

Come concili l’attività professionale con la tua duplice attività di ricerca artistica? Ci racconti nel dettaglio la tua attività?

Lavoro principalmente come artista in uno studio di architettura e questo va continuamente ad arricchire la mia ricerca personale. Intendere la fotografia come ricerca e non come mero documento o espressione di un sentire momentaneo implica uno studio continuo e un’analisi approfondita del significato delle immagini.
Utilizzo principalmente la fotografia come mezzo espressivo, per un amore e cultura delle immagini che ho incamerato nel tempo e perché credo che la fotografia dia non solo la possibilità di comunicare, ma anche di prendere coscienza di se stessi e del reale che ci circonda. Se non si tratta di lavori su commissione, cerco semplicemente di fotografare e lavorare successivamente sull’archivio. Penso che le idee migliori maturino nel corso delle azioni.

Flavia Rossi_cercando l'isola ho trovate teQuali ripercussioni ha avuto sul lavoro il tuo essere una donna?

Esprimo me stessa all’interno di ogni lavoro, e quindi credo che traspaiano alcune peculiarità  femminili che mi connotano. Sono molto sensibile e anche romantica; elementi che, nella composizione di una fotografia, hanno il loro peso. Tante volte sono riuscita a comprendere il carattere di un fotografo dalle sue immagini.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Penso di no, semplicemente i ritmi delle donne sono diversi da quelli degli uomini. E sicuramente ci sarebbe bisogno di fare maggiormente squadra tra noi donne.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Fortunatamente no.

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?
Villa Planchart di Giò Ponti, il primo progetto che ho ridisegnato per l’università insieme ad una cara amica.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?
Direi buono, anche se spesso penso che alcune macchine, come le stampanti, stiano preparando una rivoluzione contro gli esseri umani.

32792468_10216225558453341_3087629642379558912_nCome è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Nell’ambito della fotografia cerco di seguire tutto da sola, dalla fase dell’ideazione, allo scatto, all’editing. Sicuramente cerco il confronto con chi stimo o ha esperienza in un determinato ambito che posso non aver mai intrapreso, ma penso che i fotografi, se veramente tali, debbano riuscire ad assumere delle scelte individuali sul proprio lavoro.

Nel processo di stampa sono seguita da anni da uno stampatore bravissimo e, per quanto riguarda le mostre, ritengo che la figura del curatore sia fondamentale, ma anche in questi casi si deve sviluppare una sinergia direzionata dal fotografo, che deve agire come un regista, e dal risultato che vuole raggiungere.

Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?
Consiglierei di studiare molto, seguire le proprie ossessioni e di non smettere mai di essere curiosi.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto? 

Dipende dagli ambienti. A livello progettuale no, ma a livello esecutivo, di cantiere, sì.

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori\trici?
Scelgo sempre di lavorare con persone che stimo nell’ambito professionale, ma dò un peso rilevante al “fattore umano”. Non sopporto gli arroganti e gli egotici, categorie dalle quali cerco di tenermi distante.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?
Certamente consiglierei ad una ragazza di iscriversi alla facoltà di architettura! Ritengo che gli insegnamenti ricevuti durante l’università mi siano stati molto utili per capire la direzione da intraprendere, poiché li ascoltavo accettandoli e reinterpretandoli. Per questo motivo, nonostante dal secondo anno avessi già capito di non voler fare l’architetto, non mi sono iscritta ad un’altra facoltà. Avevo compreso che l’architettura è un codice di Matrix, che permette di conoscere aspetti apparentemente nascosti del mondo, una porta verso ciò che il visibile non cela, ma rende non a tutti interpretabile.

Cosa vuol dire per te fare design (o architettura) oggi?
“Fare architettura” oggi significa non perdere di vista la tradizione e la tutela del paesaggio ambientale e culturale. Significa inoltre saper ascoltare le persone, i loro desideri quotidiani, con serietà e rispetto, perché l’architettura è di tutti, è una faccenda sociale.

C’è una donna architetto a cui ti ispiri? E una artista?
La figura di Lina Bo Bardi mi ha sempre colpito, è senza dubbio una delle più significative e rivoluzionarie figure dell’architettura del Novecento. Ti riporto un suo pensiero per me molto importante e che penso riassuma un po’ di quanto ho affermato fino ad ora nell’intervista: “Per un architetto, la cosa più importante non è costruire bene, ma sapere come vive la maggior parte della gente. L’architetto è un maestro di vita, nel senso modesto di impadronirsi del modo di cucinare i fagioli, di come fare il fornello, di essere obbligato a vedere come funziona il gabinetto, come fare il bagno. Ha il sogno poetico, che è bello, di un’architettura che dia un senso di libertà”. Un’artista che stimo molto invece è Sophie Calle, per la sua capacità di utilizzare qualsiasi mezzo espressivo e saper trasformare in opere d’arte la sua vita e quella delle persone che incontra, spesso coinvolgendo in modo attivo lo spettatore.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata 

Le caffettiere disegnate da Aldo Rossi! Sono delle vere e proprie architetture in miniatura, capaci di incarnare valori poetici ed emotivi, che mi fanno pensare quanto Aldo Rossi  non facesse solo confusione tra “sentimenti e luoghi” – concetto a me molto caro – ma anche tra i sentimenti e gli oggetti.
Come architettura direi il Pantheon, per il senso di sacralità che traspare già attraversando il pronao e per la sua cupola straordinaria, decorata da cassettoni di misura decrescente man mano che si prosegue verso l’alto, verso l’oculo che collega l’esterno con l’interno e fa del Pantheon un “luogo in cui ci piove dentro”, per citare Calvino 

 Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Un blocchetto di post-it e l’agenda, una piccola Moleskine nera con le pagine morbide ma la copertina rigida.

 Una buona regola che ti sei data?
Cercare di non perdere mai il sorriso.

 Il tuo working dress?
Casual, ma mai senza un gioiello.

Flavia Rossi_Così nello sfavillio di un momentoCittà o campagna?
Entrambe, o meglio direi città e montagna, visto che sono per metà romana e per metà abruzzese. Il rapporto con la montagna segna in maniera molto forte chi lo vive.

Qual è il tuo rifugio?
Ne ho più di uno. In primis, la mia stanza: vivo nella casa in cui sono nata e la ritengo una vera fortuna. Poi, alcuni palazzi del centro di Roma. Mi piace entrarvi di nascosto, soprattutto in quelli che possiedono cortili, perché mi interessa la relazione tra spazio interno e spazio esterno. Salgo a piedi fino all’ultimo piano, mi soffermo sui dettagli, una decorazione o un pavimento particolari, che leggo come sinonimi di libertà da un processo di industrializzazione colpevole di rendere l’architettura sempre più globale e globalizzata.

Ultimo viaggio fatto?
A Sofia, per la Triennale di Architettura.

Il tuo difetto maggiore?
Sono testarda.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?
La perseveranza, che forse deriva dalla testardaggine..

Un tuo rimpianto?
Ho sempre ritenuto antipatici coloro che rispondevano no a questa domanda ma, ahimè, mi ritrovo a farlo anch’io: non ne ho! Ci tengo però a spiegare perché la penso in questo modo, non certo perché ritenga di aver sempre compiuto le scelte più appropriate o di essermi comportata nella maniera migliore, ma perché credo in una certa prepotenza del caso, in un’energia che governa un disegno più grande, del quale poche volte abbiamo la possibilità di intravederne la trama. Quello che ci capita è sempre quello di cui abbiamo bisogno, diceva uno vecchio scrittore giapponese.

Work in progress….?
Ho moltissime idee in testa e altrettante sono in preparazione….intanto una mostra personale a Roma in autunno e una nuova autoproduzione in forma di libro.

MARILIA VESCO

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Fare architettura vuol dire avere la capacità di dare voce allo spazio che ci circonda in modo che esso interagisca con noi donandoci bellezza, armonia e funzionalità, sia alla micro che alla macro scala.

FOTO 7Il 26 febbraio scorso al Piccolo Teatro Grassi di Milano, in occasione della serata di tributo a Nanni Svampa a sei mesi dalla sua scomparsa ho conosciuto la voce di Marilia Vesco e le sonorità jazzistiche abilmente combinate alle sonorità che rimandano alla terra delle sue origini, la Sicilia. Ma solo in tempi più recenti, grazie ad un’amica comune, ho scoperto che Marilia è anche architetto: musica e architettura convergono nella sua progettualità, perché la sua musica è ricca di evocazioni legate allo spazio, così come la progettazione risente del benefico fluido che scorre attraverso la musicalità. Marilia è cantautrice, polistrumentista, interprete e compositrice jazz e dal 2000 si è esibita a Roma ed in Italia nell’ambito dei circuiti legati alla musica jazz. Nella costante volontà di contaminazione dell’attività di architetto con quella musicale, si è unita in passato al gruppo “Just friends”, composto principalmente da architetti, partecipando con loro ad eventi organizzati dalle università di Architettura e producendo un disco per la diffusione del corso “Progettare per tutti senza barriere architettoniche”.FOTO 2 Nella sua incessante attività, in occasione della partecipazione al festival “Lucca Jazz Donna” del 2008, costituì un gruppo Jazz al femminile, le “Just 4 Jazz ladies” ridenominato “Jazz Ladies project”. Marilia ha vinto ben tre edizioni del Premio Lunezia, nella sezione “Musicare i Poeti” con la poesia di Pier Paolo Pasolini “Supplica a mia madre” nell’edizione 2011, con la poesia di Mario Luzi “La sera non è più la tua canzone” nel 2014, ed infine nell’ultima edizione con la poesia di Maria Luisa Spaziani “Come in una cattedrale”.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

I miei genitori, mio padre in particolar modo, auspicavano per noi il “posto sicuro” e volevano indirizzarmi verso studi più brevi e concreti. Negli anni ’90 era ancora visione comune quella di cercare il posto fisso come meta della realizzazione professionale. Mia madre non insisteva più di tanto perché lei è stata una delle pioniere della piccola media impresa femminile a Palermo. Negli anni ’50 aveva avviato un suo piccolo atelier di alta moda. Ed era apprezzatissima dalle nobildonne palermitane che la chiamavano “Ago d’Oro”. Purtroppo abbandonò per seguire gli impegni familiari. Cosa che oggi sarebbe impensabile. Quando decisi di fare architettura mio padre non mi parlò per giorni. Mia madre invece disse: “fai quello che tu senti, segui le tue vocazioni per non avere mai rimpianti, ma fallo sempre responsabilmente”

Il suo esempio è stato per me più incoraggiante di qualsiasi parola.

Che cosa significa per te “fare architettura”?

FOTO 3Per me significa avere la capacità di dare voce allo spazio che ci circonda in modo che esso interagisca con noi donandoci bellezza, armonia e funzionalità, sia alla micro che alla macro scala. Mi sono specializzata in disegno industriale e ho sempre avuto molto interesse per la dimensione abitativa. Ma nello stesso tempo i miei venti anni di attività come segretario nazionale di Europan Italia, mi hanno sensibilizzato al senso della città e alla valorizzazione degli spazi urbani come risorsa per la sconfitta del degrado sociale. Il vero architetto per me deve interpretare e valorizzare la visione del committente rinunciando ad imprimere a tutti i costi la sua firma che rischia sennò di diventare un cliché.

Che cos’è per te la Bellezza?

Pienamente d’accordo con Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. Sono sicura che lui non pensava ai vip siliconati del terzo millennio o al lusso, ma a quel senso di armonia che ognuno di noi è capace di creare in quello che fa. La ricerca di bellezza come equilibrio di ciò che permea la nostra mente e il nostro spazio. Uscendo dal campo dell’architettura, essendo un’amante della buona cucina, mi piace proporre un paragone. Immaginate un panino con dentro schiaffata una mozzarella, pomodoro, olio e origano. E poi immaginate un piatto colorato, che ospita una mozzarella a fette sottili…alternate con fette sottili di pomodoro…e per finire un filo d’olio d’oliva e un pizzico di origano… il tutto con pane aromatizzato all’aglio, che in Sicilia diremmo “stricatu cu’ l’agghia”. E per le nostre città? In generale sono convinta che la bellezza è dentro ognuno di noi, ma occorre creare le condizioni, mostrare gli esempi, perché venga fuori: la rigenerazione parte dunque dall’esempio.

A chi ti ispiri?

Il Less is more di Mies van der Rohe ha sicuramente spianato la strada all’architettura moderna. In generale tendo verso l’architettura organica, ma dipende! Mi sono formata all’Università di Palermo nel periodo di Gregotti, circondata dall’architettura arabo-normanna e dal liberty siciliano di Ernesto Basile. Quindi cerco sempre di essere me.

È più difficile per le donne affermarsi e salire ai livelli più alti?

Inutile girarci intorno, ancora bisogna fare tanta strada affinché il riconoscimento professionale ed economico sia paritario. Ammiro sempre le donne che conquistano i vertici. Ovviamente quelle che lo fanno con le loro forze e la loro preparazione. Poi è chiaro che la fortuna gioca sempre il suo piccolo ruolo, ma questo vale sia per gli uomini che per le donne.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?

Non posso dire di avere avuto particolari incidenti di percorso dovuti al mio essere donna, ma, soprattutto dopo la laurea, ho dovuto rinunciare a qualche collaborazione con studi professionali per incompatibilità con il titolare dello studio. Come architetto ho spesso la sensazione di dover fare il triplo del lavoro ed essere più aggressiva di quanto vorrei, per dimostrare di essere all’altezza di un lavoro ancora considerato maschile.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Oggi non credo. Le possibilità sono date a tutti. Nei concorsi di Europan vedo tantissimi gruppi premiati in tutta Europa a principale composizione femminile e anche nelle fasi successive ai concorsi dimostrano grande professionalità e sono considerate paritariamente.

Come concili l’attività professionale con la tua duplice attività di compositrice e musicista?

FOTO 4Sfrutto tutto il tempo a disposizione: diciamo che non mi annoio mai! Alcune volte mi sembra di vivere due vite parallele ma poi scopro che l’una sostiene l’altra. Dal punto di vista degli impegni sono agevolata dalla mancanza di figli. Questa parte di amore non dato lo metto a disposizione della musica. C’è stato un momento, dopo la mia seconda tournée in Australia, in cui ho dovuto scegliere se seguire il successo commerciale con laute risorse economiche ma ho invece privilegiato i miei interessi musicali un po’ più di nicchia come il jazz, condito da tutta la musica che mi ha influenzata – incluso il cantautorato italiano – pervenendo così ad una conciliazione tra Musica e Architettura, risparmiandomi chirurghi plastici e partecipazioni a programmi stile “L’isola dei famosi”… orrore!

 

 

 

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

FOTO 5Un progetto d’interni. Una casa sul litorale laziale che ha la caratteristica di guardare il mare da una parte e il centro storico dall’altra. Ho giocato sul total white come foglio bianco sul quale una splendida coppia con un bambino, hanno scritto quello che volevano. La felicità negli occhi dei clienti che sentono la casa come se l’avessero disegnata loro è impagabile. Questo me lo ha insegnato il bravissimo interior designer Santi Cinà, con il quale ho collaborato per qualche anno a Palermo, un sapiente maestro per quanto riguarda il trattamento degli interni.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Non mi sembra che stiamo messe male …. Abbiamo colto tutte le opportunità creative che la nostra formazione ci permette – dal cucchiaio alla città – siamo più resilienti degli uomini. Le percentuali di donne architetto sta crescendo molto in Europa con circa il 60% di donne in Grecia, il 50% in Svezia e Danimarca, e il 40% in Germania, Italia e Francia.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

La tecnologia è uno strumento fondamentale per la gestione di tante nostre attività, sia quotidiane che professionali. Io cerco di utilizzarla al meglio. Sono una Apple dipendente dal primo classic mac, quindi dagli anni ’90. Ma ho dimestichezza con tutti i sistemi operativi. Mi piace controllare i devices e non esserne controllata. Però la matita è la matita, irrinunciabile così come i piccoli taccuini che tengo sempre in borsa. Certo non ce la farei se il bip del telefonino non mi ricordasse gli appuntamenti.

 Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Seguo personalmente tutta la parte dell’abitare perché è necessario entrare in sintonia con i committenti. E’ una sorta di viaggio insieme… Ovviamente mi avvalgo di colleghi specializzati in base alle diverse necessità e non disdegno né ingegneri, né geometri perché ognuno con le sue competenze completa l’intero iter realizzativo.

Nell’ambito dei progetti di rigenerazione urbana attraverso i concorsi di Europan, cambia lo scenario ad ogni edizione, sulla scorta dei temi affrontati e delle città che partecipano; questo per dire che sono abituata a gestire team di lavoro temporanei che mi seguono nell’arco di circa diciotto mesi e poi si sciolgono.

Quale è stato il tuo approccio nella guida del tuo studio?

Vedo molto il mio lavoro in mobilità. Condivido lo studio con l’abitazione, secondo il concetto di casa atelier, e gli strumenti digitali mi aiutano molto nella gestione dei progetti. Ritengo che lo studio nel senso classico del termine si possa superare. L’idea del co-working mi piace molto.

Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?

Completare gli studi prima possibile e abilitarsi subito. Cercare all’inizio di acquisire più competenze possibili attraverso l’esperienza. Sono ancora sostenitrice della gavetta purché non si trasformi in sfruttamento. Conoscere più sfaccettature possibili della nostra professione ci fa capire che tipo di architetto vogliamo essere. Non dedicare più di 2/3 anni per decidere e poi concentrarsi sulla propria attitudine.

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori\trici?

Il senso critico, che per me si traduce nell’affrontare il lavoro con consapevolezza e l’interesse mostrato per quello che si svolge; tutto il resto si può imparare. Lavorare con la propria testa e non eseguire compiti senza capirne la finalità. Non sempre purtroppo ho trovato queste caratteristiche, ma quando le ho incontrate i risultati sono stati molto positivi. Giusto per citare una mia infaticabile collaboratrice, Claudia Cesario, ora è in pensione  ma continua ad inviarmi link che riguardano i temi della rigenerazione urbana.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Consiglierei certamente Architettura. Anche una delle mie nipoti sta intraprendendo questa carriera e sono molto contenta. Mi sentirei di consigliare di cercare di mantenere sempre attiva la rete di collaborazione con i colleghi e di fare squadra. Serve a crescere.

Cosa vuol dire per te fare design (o architettura) oggi?

Come dicevo prima forse bisogna essere resilienti. La parola più adeguata in tempi di crisi è “adattabilità”. Penso sempre al film “L’uomo senza passato”, diretto da Aki Kaurismäki, quando immagino il nostro ruolo nel mondo professionale, a qualunque scala noi lo facciamo. In particolare la scena in cui, di fronte alla terribile situazione di non ricordare chi era e non avere neanche un soldo in tasca, trova alloggio in un container. E lo arreda. Vi consiglio la visione perché è geniale.

C’è una donna architetto a cui ti ispiri? E una donna musicista e cantante?

Mi piace guardare nella nostra contemporaneità e, per la sua preparazione, grinta e professionalità direi Guendalina Salimei e non perché ci conosciamo da vent’anni ma per la sincera stima professionale. Per quanto riguarda la musica, potrei dire quattro nomi che racchiudono un po’ il mio mondo, Ella Fitzgerald, Jony Mitchell, Esperanza Spalding e Noa.

Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

FOTO 6Diciamo un oggetto di design della mia collezione Mari Electra. Ho iniziato a riciclare componenti elettrici e piccoli elettrodomestici nel 1996. Quando ancora neanche si parlava di re-design e il primo prototipo sul quale ho lavorato è stato il frullatore che mia madre utilizzava quando eravamo bambine. Poi il bicchiere in vetro si è rotto e adesso si chiama “frulamp” ed è una delle mie lampade preferite.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Una bottiglia d’acqua, fogli di carta da lucido, matita e, se sto progettando un buon disco di Jazz

Una buona regola che ti sei data?

Cerco di pianificare il più possibile le mie giornate. Di regole me ne dò tante, altrimenti non potrei fare tutto quello che faccio ma lascio sempre dei margini per trasgredirle.

Il tuo working dress?

Dipende dalla situazione. Mi piace vestire sempre in modo appropriato al contesto. Però sono una motociclista e quindi considero anche gli aspetti funzionali. Diciamo che nel quotidiano vesto uno sportivo/elegante ma ci tengo molto alla femminilità.

Città o campagna?

MARILIA VESCO4Direi mare!…Scherzi a parte, penso che nell’arco della nostra vita cambiamo anche i luoghi dove desideriamo vivere. Fino ad oggi sento di desiderare ancora il pulsare della città, in futuro chi lo sa…

Qual è il tuo rifugio?

La mia sala musica.

Ultimo viaggio fatto?

In questi ultimi anni ho prediletto l’Italia, ma ho desiderio di esplorare nuove mete internazionali. Per via di Europan giro l’Italia in lungo e in largo, ma anche l’Europa. L’ultima meta europea è stata Amburgo. Sono rimasta incantata dalla Elbphilhamonie progettata da Herzog & De Meuron e da tutto il piano di rigenerazione verde della città. Pannelli solari sui tetti degli edifici, un mix energetico con impianti geotermici o solari e pompe di calore che sfruttano l’acqua dell’Elba, piste ciclabili … eccezionale qualità di vita.

Il tuo difetto maggiore?

Il mix esplosivo di un’eccessiva sensibilità unita alla mia cocciutaggine: vado come un treno e, senza volerlo, travolgo chi mi sta vicino.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Vedo sempre il bicchiere mezzo pieno… un ottimismo smisurato.

Oggi si direbbe che ho la capacità di trasformare le criticità in opportunità. Forse è così.

Un tuo rimpianto?

Uno di poca importanza: aver rifiutato l’opportunità di lavorare presso uno studio di architettura a Brisbane in Australia nel 2006. Ammetto che mi ha spaventato la lontananza da tutti i miei affetti. Per il resto ancora non ho rimpianti.

Work in progress….?

La nuova edizione di Europan – la quindicesima – nella quale festeggiamo trent’anni di attività, e per la quale speriamo di avere siti interessanti e amministratori illuminati; d’altro canto la preparazione di un nuovo spettacolo musicale/teatrale con nuove mie composizioni.

VANESSA SIEBEZZI

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Potrebbe sembrare che mi sia allontanata molto dai miei obiettivi iniziali di giovane studentessa di architettura ma in realtà mi sento oggi molto più vicina alla me stessa di allora di quanto lo fossi qualche anno fa, perché in fondo nell’architettura e nel design come nella progettazione urbana, per me l’obiettivo è sempre stato lo stesso: portare la Bellezza nella vita di ogni giorno.

PORTRAIT 1_in aperturaE’ stata la mia “vicina di balcone” per parecchi anni perché abitava accanto al mio studio di allora, che adesso è diventata la mia casa atelier; eh sì, perché tutto cambia e per Vanessa il cambiamento è stato progressivo e radicale: architetto, dispensatrice di processi di progettazione partecipata prima – come sarà lei stessa a raccontarci più diffusamente – e oggi ceramista; prima a Torino  e adesso a Vicenza, sua terra d’origine. Insieme a David, suo compagno di lavoro e di vita, hanno creato il marchio R&S ceramica pop, nella convinzione che la bellezza debba essere testimoniata e diffusa.

FOTO 1Grandissima rovistatrice tra i banchi dei mercati, sa riabilitare tessuti e abiti, arredi e suppellettili, restituendoli a nuova vita. Donna di grande gusto, assolutamente anticonformista, “indossa” a mio parere con profonda fierezza il motto della grande Irene Brin: “Nelle difficoltà, arroganza e allegria”.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Sono sempre stata incoraggiata dalla mia famiglia – in particolare da mia nonno – a studiare, non importa cosa.

Definisci brevemente cosa significa per te “fare architettura”

Continuo a essere d’accordo con Rogers sul fatto che l’ambito di lavoro dell’architetto va “dal cucchiaio alla città”. Il ruolo dell’architettura per me resta quello di trovare attraverso il progetto il punto di incontro tra forma e funzione, tra arte e vita quotidiana e questo vale sia che si tratti di spazio – urbano, domestico, naturale, virtuale – sia che si tratti di oggetti – mobili, abiti, utensili … per questa ragione penso di non avere mai cambiato professione pur essendo passata dalle politiche di rigenerazione urbana al design di accessori, alla ceramica.

È più difficile per le donne farsi sentire e salire ai livelli più alti?

Se rispondessi di no negherei quello che affermano molte statistiche e molte altre donne, ma credo che la situazione non sia brutta come la si racconta. Da anni di lavoro nell’ambito della progettazione partecipata ho imparato a guardare i problemi da diversi punti di vista. Penso che ci siano delle resistenze in alcuni ambiti a far salire le donne al vertice, ma sono anche convinta che, rispetto agli uomini, ci sia un minor interesse delle donne a raggiungere i livelli più alti, quando questo significa mettere la propria ambizione davanti ai propri principi o alla qualità della propria vita personale. È vero che le donne che siedono nei consigli di amministrazione sono una percentuale inferiore agli uomini,  ma quelle che sono a capo di nuove imprese sono più numerose degli uomini. Il successo non ha necessariamente una forma piramidale e mi piace pensare che molte donne scelgano consapevolmente di non partecipare a una corsa verso l’alto di cui non condividono le regole e che stiano invece, lentamente e inesorabilmente, dando forma ad un’altra idea di successo.

Quale effetto pensi sia stato sul tuo lavoro essere una donna?

Come in tutti i lavori che richiedono capacità di gestione e concertazione essere donna aiuta: siamo più brave a gestire la complessità, mentre gli uomini se la cavano meglio in “verticale”. Ovviamente parlo in generale, quando si tratta di persone ogni individuo è unico e può essere vero il contrario.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

Sicuramente lo è stato, l’architettura è una disciplina tradizionalmente maschile, ma penso che non sia più così. Purtroppo oggi nel mondo dell’architettura è molto difficile non solo affermarsi ma semplicemente lavorare dignitosamente, indipendentemente dal sesso.

Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Una sola volta, quando mi occupavo dell’allestimento del Padiglione dell’Iran alla Biennale d’arte di Venezia: i responsabili iraniani pretesero di avere un uomo alla direzione lavori, ma era quasi come essere nel loro paese …. in Italia, devo dire che non mi è mai successo.

Qual è stato il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Le case in cui ho abitato e che, fosse per pochi mesi o molti anni, ho sempre trasformato in uno spazio mio, interpretandone la natura; d’altronde non mi sono mai occupata di progettazione architettonica professionalmente se non a livello di concept.

Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

Penso che non sia molto diversa da quella dei nostri colleghi maschi e degli altri professionisti e imprenditori: inutilmente complicata.

Ci racconti quali sono state le tue scelte professionali e la tua professione attuale?

Quando mi sono iscritta ad Architettura avevo intenzione di occuparmi di restauro, ma al terzo anno mi sono appassionata alle discipline legate alla pianificazione urbana e ai processi dal basso fino a svolgere una tesi sugli esiti della gestione urbana partecipata a Cuba. Ho poi vinto una borsa di studio per la scuola di specializzazione in “pianificazione per i paesi in via di sviluppo”, ma alle prime esperienze lavorative mi sono resa conto che l’ambiente della cooperazione internazionale non faceva per me; c’è troppa uniformità ideologica. Dopo una breve esperienza milanese durante la quale ho frequentato un master in “Marketing del territorio” alla Domus Academy sono stata contattata da Avventura Urbana, una delle prime e più importanti società italiane nell’ambito della progettazione partecipata e dei processi inclusivi. Mi sono trasferita a Torino e ho lavorato con loro dieci anni, spaziando dai programmi di riqualificazione urbana ai processi di democrazia deliberativa, con cui la progettazione ha poco a che fare. Sono stati anni intensi, pieni di soddisfazione in cui ho rafforzato molto le mie competenze nell’ambito della sociologia, dell’antropologia e della negoziazione dei conflitti. Intorno al 2010, complice il fatto che con la crisi la quantità e la qualità dei lavori stava diminuendo mi sono resa conto che era tempo di cambiare. Avevo due possibilità: o provare a continuare quel percorso per conto mio, o cambiare strada. Mettermi in proprio però avrebbe significato dover trovare i committenti e la committenza nell’ambito della progettazione inclusiva è rappresentata da enti pubblici o fondazioni; questo significa dover dedicare molto tempo a costruire relazioni in campo politico, una cosa che non mi è mai piaciuto fare. Ho scelto quindi il piano B. Avevo realizzato delle borse che erano piaciute molto, ho deciso di iniziare a farle e venderle nei market indipendenti, poi  Maria Teresa Grilli – un’amica e una grandissima artigiana – mi ha offerto di collaborare con il suo Atelier, dandomi l’occasione di approfondire la conoscenza del mondo della sartoria e della produzione artigianale.  Nell’anno trascorso con lei l’idea di produrre qualcosa di mio si è rafforzata; contemporaneamente mia madre ha iniziato ad avere problemi di salute e ho deciso di tornare in Veneto, dove avrei  potuto anche trovare un ricco tessuto culturale e produttivo per realizzare le mie idee. Inizialmente mi sono orientata sulla pelletteria, mi piacciono gli oggetti che hanno un rapporto forte con la funzione, ma dopo pochi mesi ho conosciuto David Riganelli e il collettivo Sbittarte, che si incontra ogni venerdì nella zona di Marostica a decorare la maiolica. È stato un colpo di fulmine: tutti quegli oggetti belli, unici, fatti per essere usati nella vita di ogni giorno, che non si erano mai visti nei market dell’handmade e del design indipendente che avevo frequentato negli ultimi anni. Con l’entusiasmo che solo l’inizio delle storie d’amore sa dare abbiamo deciso di realizzare duecento tazzine da vendere a Natale: il 24 dicembre non avevamo più nulla. FOTO 2Abbiamo deciso di continuare e da quasi quattro anni abbiamo una nostra produzione che cresce e cambia ogni giorno. Realizziamo principalmente oggetti per la tavola, con le tecniche della ceramica popolare veneta, nata per l’uso quotidiano. Potrebbe sembrare che mi sia allontanata molto dai miei obiettivi iniziali di giovane studentessa di architettura ma in realtà mi sento oggi molto più vicina alla me stessa di allora di quanto lo fossi qualche anno fa, perché in fondo nell’architettura e nel design come nella progettazione urbana, per me l’obiettivo è sempre stato lo stesso: portare la bellezza nella vita di ogni giorno.

FOTO 3Cos’è per te la bellezza?

C’è un verso di Keats “ la verità è bellezza e la bellezza verità” che ho sempre considerato un’ottima sintesi, ma come tutte le sintesi, un pò troppo riduttivo. Più che verità, termine monolitico e perfetto, io parlerei di autenticità, una parola che comprende anche le contraddizioni, gli errori, i difetti, i limiti. Ma nemmeno l’autenticità è sufficiente per creare bellezza, servono anche l’amore, inteso come cura e attenzione per quello che si sta facendo e soprattutto serve maestria, ovvero la capacità di usare consapevolmente gli strumenti e le tecniche del proprio mestiere più adatte ad ottenere il miglior risultato possibile. Certo è un ragionamento astratto, la “Bellezza” è un concetto astratto, nella realtà siamo circondati da infinite forme di diverse bellezze ma credo che in tutte ci sia qualcosa di vero (la funzione, la storia, il materiale, il luogo, il soggetto, l’idea…) realizzato con cura e sapienza.

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia? 

Un architetto che non ama la tecnologia che architetto è? La tecnologia è fondamentale per costruire ed è grazie alla tecnologia che cambiano i materiali, i metodi costruttivi, le esigenze di spazio, i linguaggi e quindi che la creatività evolve.

Come è organizzata la tua attuale attività? cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Siamo in due nella vita e nel lavoro e lavoriamo in modo molto libero, ma ovviamente ognuno di noi  ha la sua sfera di eccellenza e responsabilità.

Cosa consigli a chi vuole investire nei propri progetti e intraprendere una carriera come la tua?

In realtà credo di non avere consigli da dare a chi è più giovane di me, anzi  ho imparato moltissimo dai giovani creativi indipendenti che ho incontrato negli ultimi anni: rispetto alla mia generazione non puntano al lavoro o a una carriera strutturata ma direttamente a realizzare i loro progetti.

Pensi che nell’Italia di oggi ci siano ancora dei pregiudizi nei confronti di una donna architetto?

No

Quali sono le caratteristiche o le qualità che prediligi nella selezione dei tuoi collaboratori\trici?

Mi piacciono le persone chiare e dirette, ho sempre guardato a questo sia tra le persone della mia squadra quando avevo il ruolo di project manager, sia adesso, quando si tratta di scegliere fornitori o accettare committenti.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Dipende da quali sono i suoi obiettivi. È una facoltà che io ho amato molto soprattutto per la varietà di discipline che ho potuto affrontare e per questo la consiglierei,  ma ora il piano di studi è molto più rigido, bisogna quindi essere molto più convinti di voler progettare edifici una volta usciti.

Cos’è per te fare design (o architettura) oggi?

Penso che il design e l’architettura oggi debbano, nuovamente, ricercare la “durabilità”. Oggetti e architetture invecchiano sempre più velocemente, produciamo una quantità eccessiva di rifiuti e abbiamo rovine quasi contemporanee, dovute non tanto al degrado fisico dei materiali, ma alla poca adattabilità delle tipologie a nuove funzioni. Oggetti e luoghi devono di nuovo essere in grado di sfidare il tempo.

A chi ti ispiri?

A William Morris trovo la sua visione del rapporto tra creatività e libertà professionale molto attuale e il suo desiderio di portare la bellezza nella sfera del quotidiano mi ha affascinato fin dal primo anno di Università.

FOTO 4

C’è una donna architetto a cui ti ispiri o ti sei ispirata?

Nessuna professionista conosciuta mi ha mai affascinato particolarmente,  ma sono stata molto influenzata da due studiose, Françoise Choay ed Egle Trincanato.  Il suo “Venezia minore” è un testo fondamentale per la formazione del mio senso estetico, penso sia grazie a questo libro se mi sono innamorata della ceramica popolare.

 Un oggetto di design e un’architettura a cui sei particolarmente affezionata

La mia sedia di vimini disegnata da Gio Ponti e le calli di Venezia.

Sul tuo tavolo da lavoro non manca mai….

Qualcosa di bello che non serve a nulla.

Una buona regola che ti sei data?

Credere nel processo più che nel progetto.

PORTRAIT 2Il tuo working dress?

Grembiule e vecchi abiti… È la cosa che mi piace meno del mio nuovo lavoro, non potermi “vestire”. Per fortuna oltre al tempo in laboratorio ci sono anche le fiere, i market e i workshop.

Work in progress

Sto lavorando a dei vasi in terracotta rossa, vasi da piante. Li realizzo con una tecnica che richiede molto tempo e che li rende quindi commercialmente “improbabili”, perché il costo della manodopera è sproporzionato rispetto al valore del materiale e alla funzione dell’oggetto. Li considero un omaggio al valore della manualità e un regalo che faccio a me stessa, lasciandomi libera di creare al di fuori dei vincoli del prodotto.

ANNA CACCHERANO

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ANNA CACCHERANO ha investito grandi energie e speso tanto tempo per costruire la sua carriera professionale. Un solo orpello abita la sua sobrietà – gli occhiali – un vero e proprio feticcio che, irrinunciabile nel suo look muta per le molteplici forme e i colori più svariati.

Vicaccherano-ritratto2ve a Torino e proprio di questi tempi è assorbita dalla ristrutturazione della sua nuova casa, a due passi dal centro cittadino ma al contempo protetta dal verde delle pendici della collina torinese. Ce l’ha fatta perché è caparbia, verrebbe da dire incontrandola. E in effetti ha investito grandi energie e speso tanto tempo per costruire la sua carriera professionale. Un solo orpello abita la sua sobrietà – gli occhiali – un vero e proprio feticcio che, irrinunciabile nel suo look muta per le molteplici forme e i colori più svariati. Al primo impatto sembra scontrosa, imbronciata e maldisposta ma si rivela quasi all’istante intimamente disponibile e generosa nel profondo dell’animo. Non porta mai i tacchi; lei porta scarpe comode e ama stare alla guida anche per lunghi viaggi. Si rivela a tratti romantica e partigiana all’inverosimile. Conosco molto bene la sua storia ma sarà lei a delineare il suo profilo e tracciare il suo percorso progettuale.

Sei stata incoraggiata dalla tua famiglia nella scelta di studiare architettura?

Provengo da una famiglia operaia, mio padre un grandissimo lavoratore e mia mamma, suo malgrado, casalinga. Diciamo che mio papà ha accolto la mia scelta con grande orgoglio, quindi mi ha dato coraggio, mamma nella sua totale e perenne negatività mi ha detto “intanto non ce la farai mai”: è nata così una sfida più con me stessa che con lei. Ho quindi iniziato il mio percorso da studentessa/lavoratrice: per cinque lunghi anni lavoravo otto ore al giorno come disegnatrice in uno studio di ingegneria e la sera frequentavo la facoltà; studiavo di notte, durante i weekend e nei periodi di vacanza. Mi sono laureata in cinque anni con il massimo dei voti … così tutti contenti… io per prima (non ne potevo più!)

Architetto o Architetta?

In questi ultimi anni abbiamo assistito alla presa di posizione di parecchie donne nel campo della politica che a mio avviso stanno vanificando anni di battaglie da parte di Donne vere, che si sono battute per legittimare la donna nelle diverse professioni. Stiamo infatti assistendo a disquisizioni di natura puramente linguistica che considero poco significative e piuttosto fuorvianti rispetto ad un argomento che è ancora di grande attualità. Comunque in linea di principio mi è indifferente.

Cosa significa per te fare architettura oggi?

Bisogna capire e ascoltare, è un’arte complessa quella dell’ascolto; è difficile perché spesso le voci di quelli che hanno più cose da dire sono discrete e sottili. Ascoltare non è obbedire. Ascoltare, quindi capire, quindi   progettare.

Cos’è per te la bellezza?

Come diceva Dostoevskij “La bellezza salverà il mondo.”

Come contestualizzi la sensibilità femminile in architettura?

Credo che siamo più rispettose e con maggior capacità di ascolto nei confronti dei nostri clienti; questo si traduce in progetti nei quali emerge la capacità che abbiamo di connettere sensibilità e tecnica.

Affermarsi professionalmente è più difficile per le donne architetto?

L’affermarsi per un architetto nel nostro paese è difficile a prescindere dal genere! Si, per una donna di più!

caccherano-ritratto1Sei mai stata discriminata durante la tua carriera?

Ho iniziato la mia carriera lavorativa in un tempo in cui ero molto giovane, frequentando da subito i cantieri di allestimento e da subito ho imparato che per una donna è indispensabile “tirar fuori le unghie”. Questo mi ha aiutata e oggi posso dire che non ho ricordi particolari…..certo per una donna ogni cantiere richiede una fatica che va oltre il normale svolgimento di un lavoro. Anzi, ora che ci penso, un ricordo mi è rimasto: un tempo mi sentii discriminata…..all’epoca ero un giovane architetto neolaureato ed ero anche una giovanissima madre. Il lavoro che avevo da poco intrapreso mi appassionava molto ma venni talmente ostacolata da una donna che pur avendo un ruolo diverso dal mio e sicuramente un livello più alto non tollerava né la mia giovinezza, né il mio essere madre nel contempo molto appassionata e coinvolta dal mio lavoro che lasciai l’azienda.

Quale è il progetto architettonico che ti è rimasto nel cuore?

Mi occupo e mi sono sempre occupata di allestimenti, la loro temporaneità fa si che il ricordo sia legato principalmente alle persone con cui o per cui ho lavorato. In questo mi sento molto fortunata, ho dei clienti fantastici e sono ricca di bei ricordi. La mia esperienza si è sviluppata nel campo degli allestimenti, sia in merito alla progettazione, ma soprattutto nell’ambito gestionale di gruppi di lavoro complessi ed eterogenei. Il mio compito è spesso stato un vero e proprio slalom: destreggiarmi tra il pensiero del direttore, del curatore, del comitato scientifico, dello scenografo, delle maestranze con le quali ho sintetizzato e concretizzato il pensiero di tutti coloro che ci hanno preceduti. La meraviglia di lavorare in luoghi che non sempre sono semplici contenitori ma edifici storici che richiedono attenzione e rispetto per la loro storia e quindi la loro conservazione, ha rappresentato un interessante stimolo a progettare con metodo e discrezione verso “il contorno” che rappresenta lo scenario del mio mestiere. Progettare il temporaneo, collaborare con le aziende a presentare il loro prodotto all’interno di uno spazio vendita o nelle innumerevoli sedi fieristiche in tutto il mondo, è da sempre una delle attività alle quali mi sono maggiormente dedicata. Ho lavorato percorrendo un complesso processo che non può prescindere dalla conoscenza della realtà produttiva: la comprensione e le peculiarità dei prodotti da esporre fino a raggiungere il mercato di competenza. Con alcune aziende ho maturato nel tempo una conoscenza e una affinità che mi ha permesso di sentirmi a pieno titolo loro partner, di guadagnare la loro totale fiducia e di avere il piacere di lavorare CON loro e non PER loro. Ho esplorato mercati molto diversi tra loro che vanno dalla meccanica, al food, all’automotive, all’editoria, al packaging, alla gioielleria. L’eterogeneità di questo settore è ciò che ha reso divertente e affascinante il mio lavoro

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Cosa pensi dell’attuale situazione professionale delle donne architetto?

L’architettura nella storia spesso è stato lo strumento scelto per rappresentare il potere, cosa che da molto tempo non avviene più. Oggi l’architetto, donna o uomo che sia, è considerato un professionista di serie B e i “nomi riconosciuti sono per la maggior parte maschili. La donna fa ancora fatica ad affermarsi, c’è ancora tanta strada da fare. Non ho mai rinunciato a dedicarmi alla progettazione edilizia e alla costruzione, né all’opportunità di progettare un interno. Costruire qualcosa che potenzialmente sia in grado di sopravviverci credo sia uno dei temi al quale chi fa questo mestiere inevitabilmente rivolga un pensiero. Disegnare uno spazio destinato all’abitare è, ancora una volta, un’attività che richiede studio, comprensione e conoscenza e rispetto di chi all’interno di quello spazio realizzerà il proprio scenari di vita

Che rapporto hai, nel tuo lavoro di architetto e nel quotidiano, con la tecnologia?

Lavorando oggi molto da sola la tecnologia per me è indispensabile per relazionarmi con l’esterno, per fare ricerca e per tenermi aggiornata riguardo al mio lavoro. Non utilizzo abitualmente i programmi di disegno: ritengo che alcuni programmi di grafica richiedano una preparazione e una professionalità specifica. Io amo disegnare a mano, mi aiuta a pensare; utilizzo con una certa moderazione i social, li considero uno strumento molto buono per mantenere delle relazioni di natura superficiale ma non mi piace l’utilizzo che ne viene fatto quale strumento di autocelebrazione.

Come è organizzato il tuo lavoro, cosa riesci a delegare e cosa segui personalmente?

Quando inizio un nuovo progetto ho sempre bisogno di un tempo in cui lavorare in solitudine; successivamente sviluppo il progetto con la collaborazione di giovani architetti, dapprima per preparare la presentazione al cliente e in un secondo tempo per procedere con lo sviluppo esecutivo del progetto. Amo molto lavorare con i giovani con i quali facilmente entro in sintonia, mentre ho più difficoltà con i miei coetanei.

Quale è stato il tuo approccio nella guida dello studio ?

Sono stata per anni contitolare in aziende all’interno delle quali ho sempre avuto un ruolo di responsabile dell’ufficio tecnico e della progettazione. Ho sempre cercato rapporti di scambio e di rispetto dei ruoli sia a livello professionale che individuale.

Che suggerimento daresti alle giovani colleghe? Consiglieresti a una ragazza di iscriversi ad architettura?

Consiglierei sempre di seguire le proprie passioni a prescindere da quali siano. Se la passione è l’architettura o il design certo che lo consiglio; per me resta sempre un bellissimo mestiere.

Un oggetto di design o di architettura a cui sei particolarmente affezionata

Le terme di Vals di Peter Zumthor, terme meravigliose, connubio di acqua e roccia, con scorci di vista sulla valle e le montagne innevate. 

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Sul tuo tavolo non manca mai….

Matite, colori e la mia irrinunciabile agenda rigorosamente cartacea.

Una buona regola che ti sei data?

Non rimandare a domani ciò che posso fare oggi, regola che come vedi non ho applicato a questa intervista.

Il tuo working dress?

Sobrio, pratico, tendenzialmente di gusto un po’ maschile: l’abito non deve mai intralciare né condizionare i miei movimenti.

Città o campagna?

Certamente città!

Qual è il tuo rifugio?

La mia famiglia, ovvero mia figlia e mio marito…. noi tre.

Ultimo viaggio fatto?

Giordania. Ho visto luoghi incredibili, colori che per settimane ti restano dentro negli occhi, si, ma soprattutto mi sono incontrata con tutto ciò che sta intorno: la gente, i sorrisi, le emozioni

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Il tuo difetto maggiore?

Ho moltissimi difetti…..Sono sempre stata permalosa e lo sono ancora, ho uno scarso senso dell’umorismo e ultimamente, mio malgrado, sono diventata molto diffidente, sentimento quest’ultimo che non fa parte della mia natura ma che mi è stato indotto da alcuni brutti incontri che ho fatto nel corso degli anni.

E la cosa che apprezzi di più del tuo carattere?

Sicuramente la tenacia e la determinazione. Sono molto spontanea e diretta; questo, che considero un pregio, si è rivelato talvolta uno svantaggio … a volte occorre un po’ di diplomazia.

Un tuo rimpianto?

Non essere andata via da questo paese quando ero più giovane; ora mi pare troppo tardi

Work in progress?

Sto preparando un micro allestimento all’interno di una convention che si terrà a Londra e anche in una piccola dimensione la parte più interessante è sempre la costruzione del progetto.

ALESSANDRA CALVANI

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Alessandra Calvani afferma che le sue  collezioni costituiscono delle sequenze formali autonome che cercano di qualificare il corpo nel suo rapporto con lo spazio e il corpo è parte inscindibile dell’abitare. E’ in questo senso che considera i suoi gioielli oggetti di design. Questo è il suo modo di fare  architettura.

Alessandra mi apre le porte del suo atelier con un largo sorriso accogliente e rassicurante. Il luogo del suo progettare si trova all’interno di una curiosa area urbana, un vero e proprio  esempio di archeologia industriale piuttosto inconsueto per la città di Roma.

RITRATTO-alessandraLo studio di Alessandra – mi racconta – era occupato da una ex fonderia sorta nei primi anni del ‘900 e l’atmosfera del luogo mantiene in qualche misura la vocazione delle sue origini, sebbene il sapiente recupero architettonico dell’intero complesso ne conferiscano un allure assolutamente contemporaneo. Quando lo vide per la prima volta fu “amore a prima vista” e lì per lì non avrebbe immaginato di stabilire proprio in quel luogo la nuova sede del suo brand. All’interno la superficie è suddivisa in due ampie sale che esaltano il senso d’intimità degli ambienti, celebrando al tempo stesso l’immagine contemporanea delle collezioni di Alessandra, gioielli in cui balza agli occhi con assoluta evidenza il processo progettuale che governa la creazione, dalla ricerca formale agli accostamenti cromatici, fino alla meticolosa ricerca dei materiali e delle tecnologie per realizzare il prodotto finale.  Ne derivano bijoux concettualmente eccentrici dalle nuances sovrapposte che talvolta creano sfumature inedite. Appassionata di fotografia, Alessandra spesso prende appunti attraverso i suoi scatti di dettagli architettonici ed innesca il processo progettuale che approda alla creazione di vere e proprie architetture da indossare.

SEI STATA INCORAGGIATA DALLA TUA FAMIGLIA NELLA SCELTA DI STUDIARE ARCHITETTURA?

Ho il ricordo vivissimo di una lunga passeggiata al mare in chiacchiere con mio padre. Lui sosteneva il mio desiderio di iscrivermi alla Facoltà di Architettura, ma io sapevo che il suo incoraggiamento era in parte frutto di un suo vissuto quando dieci anni prima aveva fermamente dissuaso mia sorella dallo stesso desiderio. Questo succedeva a metà degli anni ’70 quando nella cultura borghese corrente l’architettura e l’ingegneria erano studi fortemente legati al progetto edilizio, al cantiere e dunque sostanzialmente “roba da uomini”. Nei dieci anni successivi il doppio salto mortale compiuto dalle donne per l’affermazione delle proprie libertà aveva profondamente cambiato lo scenario e fortunatamente anche mio padre era cambiato. Tuttavia mia sorella sostiene da sempre di essere l’unica paladina della mia scelta!

ARCHITETTO O ARCHITETTA?

Non ho mai pensato a questa differenza ma il termine  “architetta” mi diverte e dunque perché non usarlo?

COSA SIGNIFICA PER TE FARE ARCHITETTURA OGGI

Sappiamo molto bene che dalle Avanguardie in poi si è sviluppata un’idea di circolarità nelle discipline artistiche.

Possiamo passare dalla casa di Wittgenstein a Vienna alle matrici tessili di Sonia Delaunay o al lavoro di Annie Alberts operando semplicemente un salto di scala. Nel mio ambito, le creazioni dell’orafo e artista Giampaolo Babetto ne sono la prova e il suo metodo progettuale lo rende realmente un architetto contemporaneo.  Nel mio lavoro cerco di non perdere mai di vista questo tipo di approccio. Penso che le mie collezioni costituiscano delle sequenze formali autonome che cercano di qualificare il corpo nel suo rapporto con lo spazio e il corpo è parte inscindibile dell’abitare. E’ in questo senso che considero i miei gioielli oggetti di design.

Questo è il mio modo di fare la “mia” architettura.
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A CHI TI ISPIRI?

Mi ispiro alla vista, all’osservazione. Parto da tutto ciò che passa davanti ai miei occhi cercando di liberarmi dalla trappola delle abitudini ottiche. Inconsapevolmente i miei occhi indagano, cercando di cogliere delle sintesi generatrici nella casualità del quotidiano. In questo mi aiuta molto la fotografia con cui ottengo dei layout per elaborare delle mie sequenza geometriche che rappresentano l’essenza dei miei oggetti.

CHE COS’E’ PER TE LA BELLEZZA?

Per me la bellezza è un cerchio che si chiude, è l’accostamento armonico di elementi non necessariamente omogenei tra loro. La bellezza è qualcosa che si compie e quando è compiuta dà la sensazione di essere sempre stata lì. Un oggetto è bello quando non offende e non pretende di imporsi ma ti attira e si accontenta persino di passare inosservato come l’eleganza che, diceva Audrey Hepburn, è l’unica bellezza che non sfiorisce.

COME CONTESTUALIZZI LA SENSIBILITA’ FEMMINILE IN ARCHITETTURA?

Nella capacità di risolvere problemi di piccola e grande scala con spirito di adattamento ed elasticità mentale. Credo siano doti prettamente femminili che le donne mettono in pratica quotidianamente.

AFFERMARSI PROFESSIONALMENTE E’ PIU’ DIFFICILE PER LE DONNE ARCHITETTO?

Direi che i livelli di difficoltà sono molteplici: il primo è affermarsi professionalmente oggi, il secondo è farlo in quanto architetto e il terzo è farlo in quanto donna.

Diventa dunque fondamentale un presupposto che è quello di volerlo fare veramente.

Ovviamente questo mestiere è sempre stato prevalentemente maschile, ma attualmente i numeri nelle Facoltà di Architettura, oltre ad essere cresciuti esponenzialmente, si sono capovolti e le iscrizioni femminili sono maggiori di quelle maschili. Sinceramente non mi preoccuperei troppo di questo, perché a passi lenti anche l’Italia sta progredendo verso un’idea di parità sul lavoro. Con certezza si andrà risolvendo tutto, anche se non è facile interfacciarsi con un mondo che è quello del cantiere, popolato per di più da maestranze di culture molto diverse e, spesso,  purtroppo ancora più arretrate proprio su questo tema.

Personalmente non ho mai vissuto nulla di tutto ciò. Nel mondo del gioiello contemporaneo la differenza di genere è totalmente irrilevante.

SEI MAI STATA DISCRIMINATA DURANTE LA TUA CARRIERA?

Fin dall’inizio della mia attività, ancor prima di finire Architettura,  ero certa che questa passione sarebbe diventata realmente il mio lavoro. Lo desideravo con tutta me stessa, ma ero la sola a prendermi così sul serio. La credibilità altrui è venuta dopo ma all’inizio, presuntuosa com’ero, mi sentivo oggetto di discriminazione. Fortunatamente la mia famiglia mi ha sostenuta sin dall’inizio della mia avventura.

QUAL E’ IL PROGETTO ARCHITETTONICO CHE TI E’ RIMASTO NEL CUORE?

Nel 2009 ho partecipato al workshop di Giampaolo Babetto sulla progettazione del gioiello geometrico. In quell’occasione ho realizzato un anello in argento e pigmenti. Ero l’unica architetta del gruppo e l’unica non orafa di formazione. E’ stata un’esperienza indimenticabile di confronto e scambio con i miei compagni ma con la supervisione del nostro grande Maestro. Quell’anello è la sintesi di tutto questo.
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COSA PENSI DELL’ATTUALE SITUAZIONE PROFESSIONALE DELLE DONNE ARCHITETTO?

Generalizzerei questa domanda perché credo sia difficile affermarsi professionalmente sia come architetto che come architetta. Architettura è una di quelle facoltà che maggiormente si è aperta al flusso dell’università di massa, ma a questo incremento non corrisponde una realtà lavorativa. Ed è proprio lì che esiste la vera disparità. La discriminante per aprire un’attività in proprio è senza dubbio l’estrazione sociale. Se non si può far conto su una buona base economica e sulla frequentazione di ambienti di un certo livello, è molto difficile intraprendere autonomamente questa carriera e dunque inizia la trafila degli stage non retribuiti che può durare anche molto tempo. Negli anni Trenta architettura era una facoltà classista, facevi l’architetto se eri figlio di architetti o se eri comunque molto in alto nella scala sociale e paradossalmente oggi è la stessa cosa. Oggi la necessità di un architetto è sempre meno sentita, perché non riconosciuta e non compresa, nonostante tutti vivano in uno spazio domestico e in una città, difficilmente ne sanno leggere le qualità. Questo è molto grave, perché stiamo vivendo un periodo di deprivazione culturale piuttosto evidente, voluto dalla politica e assecondato dalla cultura dell’immateriale.

CHE RAPPORTO HAI, NEL TUO LAVORO DI ARCHITETTO E NEL QUOTIDIANO, CON LA TECNOLOGIA?

È un rapporto strettissimo e necessario. Soltanto grazie alla tecnologia trovo soluzioni e piccole astuzie per realizzare i miei progetti.  L’uso della tecnologia è strettamente legato all’atto creativo e per un designer è fondamentale lavorare a stretto contatto con bravi tecnici. Uso la tecnologia per comunicare il mio lavoro e per tenermi aggiornata sul lavoro dei miei colleghi che vivono in ogni parte del mondo e molti di loro sono divenuti miei cari amici.

Evviva Facebook!!

COME E’ ORGANIZZATO IL TUO LAVORO, COSA RIESCI A DELEGARE E COSA SEGUI PERSONALMENTE?

Solitamente stabilisco un piano di lavoro settimanale ma le mie mansioni sono talmente tante e gli imprevisti all’ordine del giorno che difficilmente rispetto la programmazione stabilita. Tendo a seguire tutte le fasi del mio lavoro, dall’ideazione alla commercializzazione dei miei prodotti.  Non potrei fare diversamente perché tutto è parte di un progetto. I miei collaboratori si occupano principalmente della produzione e della comunicazione grafica ma lavorando sempre a stretto contatto con me. Caratterialmente ho difficoltà a delegare.

QUALE E’ STATO IL TUO APPROCCIO NELLA GUIDA DEL TUO STUDIO?

Cerco di motivare i miei collaboratori, cercando sempre di trasmettere la passione per questo lavoro, sostenendo il progetto comune. Le persone lavorano con me e non per me. Ho collaborazioni fisse e a progetto e il mio studio è sempre un work in progress!

CHE SUGGERIMENTO DARESTI ALLE GIOVANI COLLEGHE? CONSIGLIERESTI A UNA RAGAZZA DI ISCRIVERSI AD ARCHITETTURA?

È sempre valido il consiglio di seguire le proprie passioni e le proprie inclinazioni. Ma in ragione delle considerazioni fatte sul mondo lavorativo, credo che si debba mettere in guardia un po’ tutti coloro che si iscrivono ad architettura.

Il fascino di questo tipo di studio sta nella sua ampiezza. Ho sempre pensato che chi ha una formazione da architetto potrebbe fare potenzialmente qualsiasi cosa nella vita. Perché aldilà di essere un tipo di studio a cavallo tra le discipline tecnico-scientifiche e quelle umanistiche, ti fornisce molti strumenti per interrogarti sulla realtà e osservare un mondo dominato dalle immagini.

Il mestiere dell’architetto poi, se si riesce a praticarlo, è forse uno dei mestieri più belli che esistano perché è un mestiere di buon senso e in questo io lo percepisco come un mestiere necessario a ristabilire dei valori comuni, anche di natura estetica, che fanno parte della nostra tradizione e della nostra cultura specifica

UN OGGETTO DI DESIGN E UN’ARCHITETTURA A CUI SEI PARTICOLARMENTE AFFEZIONATA

La lampada Falkland disegnata da Munari nel 1964 per Danese. Per questo progetto Munari coinvolse genialmente una ditta che fabbricava calze in nylon da donna. Il tema della decontestualizzazione dei materiali mi affascina molto

Un’architettura? Non ho dubbi, casa Tugendhat di Mies van der Rohe a Brno. Solamente da una struttura regolare, come lui sosteneva, può nascere la “pianta libera” in grado di risolvere tutti i problemi concreti dell’abitare. Lo spazio non è chiuso né aperto ma è uno spazio “fluido” e le possibilità infinite. Gli elementi architettonici sono pochissimi e la scelta dei materiali sorprendente. Creare una struttura regolare di partenza intesa come costruzione logica è da sempre la base progettuale per tutte le mie collezioni di gioielli. Composizioni spaziali che entrano in relazione con il corpo.

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SUL TUO TAVOLO DA LAVORO NON MANCA MAI…

Sicuramente il disordine. C’è un tempo per tutto: prima il disordine, poi l’ordine ma quest’ultimo arriva solo quando ho chiara la strada da intraprendere. Per me il disordine è congeniale alla creatività.  Anche l’accostamento casuale dei materiali selezionati sul tavolo da lavoro può far nascere un’idea che mi sorprende.

UNA BUONA REGOLA CHE TI SEI DATA?

Non entrare mai in competizione con i miei colleghi. Noto che molti sono ossessionati dall’idea di essere copiati ma gli stimoli e le ispirazioni non si copiano perché viaggiano liberamente da una testa all’altra e sono in continuo mutamento.

IL TUO WORKING DRESS

Non c’è mai una regola ma per il colore scelgo quasi sempre il nero.

Il mio studio è anche uno showroom aperto al pubblico e dunque vestirmi di nero mi aiuta ad esaltare al massimo i colori dei gioielli da mostrare ai miei clienti.

citta-campagna

CITTA’ O CAMPAGNA?

Non ho dubbi, la città. La campagna mi piace solo per brevi periodi ma non riesce a distrarmi e spesso ho tanto bisogno di uscire dai miei pensieri e distrarmi da me stessa.

QUAL E’ IL TUO RIFUGIO?

La mia famiglia

ULTIMO VIAGGIO FATTO?

Recentemente ho scoperto l’arte rupestre in Valcamonica.  Immagini di vita quotidiana incise su quelle meravigliose rocce che sembrano enormi lavagne curvilinee. Le prime risalgono a diecimila anni prima di Cristo. La mente si perde.

IL TUO DIFETTO MAGGIORE?

L’impazienza. Vorrei sempre tutto e subito che a volte mi porta al non ascolto di me e degli altri. Peccato!….mi perdo qualcosa.

E LA COSA CHE APPREZZI DI PIU’ DEL TUO CARATTERE?

Il senso dell’accoglienza. Mi piace mettere gli altri a proprio agio. E’ importante guardarsi negli occhi con sincerità ed esprimere i propri pensieri senza imbarazzo o timore del giudizio. Parto da un pensiero: se tu mi accogli, io mi fido di te e questo accade spessissimo e ne sono molto felice.

UN TUO RIMPIANTO?

Non aver mai vissuto l’esperienza dello studente fuori sede che ha possibilità di vivere e sperimentare diversamente i luoghi e le relazioni in una città come Roma.

WORK IN PROGRESS…?

Proprio in questi giorni è nato un mio piccolo progetto editoriale. Ho voluto festeggiare i miei 20 anni di attività invitando 20 amiche architette a indossare ognuna una collezione per ogni anno. Ne è nato un catalogo fotografico dal titolo 20x20x2. In questo momento non riesco a pensare ad altro e sono troppo emozionata per questo nuovo progetto.

Non ho figli ma forse questo catalogo un po’ lo è.

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